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Era marzo quando 40 Years of Fuckin’ Up, il documentario che celebra quattro decenni di eccessi, birra e punk rock senza filtri, è stato presentato in anteprima al SXSW. Ora i NOFX alzano ulteriormente il tiro: il prossimo 28 agosto arriva la colonna sonora ufficiale del film, divisa in due dischi separati ma complementari. La prima parte, quella “soundtrack”, contiene 15 pezzi tra cui due brani inediti – la title track (già in streaming qui sotto) e “We Did It Our Way” – più sei rarità e outtakes mai pubblicati prima, tra cui le demo di “Secret Society” e “On the Road” e la loro delirante cover della “La Bamba” di Ritchie Valens. La seconda parte, invece, è la “original score”: 11 tracce composte da Fat Mike insieme a Matt Nasir ed eseguite con un’intera orchestra. Sì, avete letto bene: i NOFX con gli archi.
Fat Mike, intanto, spiega il senso profondo di tutto questo: “I momenti migliori della mia vita li ho condivisi con altre persone. Vedere i Dickies al Whiskey a 14 anni, andare alla protesta Rock Against Reagan al Federal Building a 17, esultare quando la Morte Nera esplodeva alla prima proiezione di Star Wars all’Avco Cinema di Westwood a 10 anni. Gli esseri umani sono fatti per stare insieme. Per festeggiare insieme, piangere insieme e ridere insieme”.
E aggiunge: “Quando abbiamo iniziato a mettere insieme questo documentario, abbiamo deciso di presentarlo al mondo nello stesso modo in cui abbiamo fatto tutto nella nostra carriera. A modo nostro. Vogliamo che i nostri fan si radunino in sale cinematografiche fighe, con un bar e poche regole. Vogliamo che le proiezioni siano una celebrazione. Come andare a un concerto dei NOFX”.
El Hefe, dal canto suo, mette i puntini sulle “i”: “Guardate, non abbiamo mai fatto nulla nel modo ‘giusto’, e fare questo film non è stato diverso. Approccio fai-da-te, come abbiamo fatto per oltre 40 anni. Niente dirigenti, nessuna commissione, solo noi che cercavamo di cavarcela. Ci abbiamo messo dentro sangue, sudore, lacrime e probabilmente altra roba che non vi dico. Volevamo fare qualcosa per quelli che ci sono stati dal primo giorno, ma anche per chi magari non ha mai potuto vivere davvero tutto questo. Un congedo come si deve. Un timbro finale. E onestamente, la risposta mi ha steso. Non avevo idea di quanto la nostra musica fosse entrata nelle vene della gente in tutto il mondo. Vedere tutto quell’amore tornare indietro mentre chiudiamo questo capitolo… è stato incredibile. Umiliante, e non lo dico con leggerezza”.
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C’è una strana malattia che colpisce ogni due o quattro anni. Si chiama febbre del pallone, e non risparmia nemmeno i musicisti. Anzi, forse proprio loro sono i più esposti.
Mentre i Belle & Sebastian (nella foto Stuart Murdoch) ci regalano ‘It Only Takes One Lion’ per la Scozia che sogna il Mondiale 2026, viene spontanea una domanda: ma quanti altri eroi del rock alternativo hanno scritto per la maglia della propria Nazionale?
La risposta sorprende. Perché esiste una piccola, gloriosa tradizione di band indie che hanno messo da parte l’ironia e il distacco tipici del genere per sporcarsi le mani con cori da stadio, palloni che rotolano e speranze di gloria.
E l’Italia? Noi, invece, abbiamo cantato ‘Un’estate italiana’ per decenni. Ma il rock alternativo, quello vero, dalla nostra parte del campo fatica a farsi sentire.
Partiamo dal capostipite, il nonno di tutti. Nel 1990, i New Order — sì, proprio quelli di ‘Blue Monday’ e del post-punk più cupo — scrissero l’inno ufficiale dell’Inghilterra per i Mondiali italiani.
‘World in Motion’ è un capolavoro assoluto. Ha il basso ballabile di Peter Hook, il ritmo elettronico e quel famoso rap di John Barnes, attaccante della Nazionale inglese, che recita: “You’ve got to hold and give, but do it at the right time”. Roba da brividi.
Bernard Sumner, frontman dei New Order, raccontò anni dopo: “Non volevamo fare la solita marcia da stadio. Volevamo qualcosa che si potesse ballare, ma anche ascoltare con le cuffie”. Missione compiuta. Ancora oggi, è considerato il più grande inno indie di sempre.
Sulla stessa lunghezza d’onda, nel 1990, i Pop Will Eat Itself pubblicarono ‘Touched by the Hand of Cicciolina (Football Remix)’. Tipico crossover tra indie-dance, cultura pop e provocazione. La Cicciolina era una pornostar e politica ungherese. Capite il livello.
Nel 1994, i James (quelli di ‘Sit Down’) fecero una versione football del loro ‘Come Home’ per i Mondiali americani. Meno celebre, ma assolutamente coerente con la loro anima indie.
Poi arrivò il 1996. Europei in Inghilterra. The Lightning Seeds — band anni ’80 dal sound leggero e malinconico — scrissero insieme ai comici David Baddiel e Frank Skinner ‘Three Lions (Football’s Coming Home)’. E divenne leggenda.
Non è solo una canzone. È un inno alla speranza e alla disillusione. Parla del ‘football’ che torna a casa, ma anche di tutte le volte che se n’è andato. Perfetto per un popolo abituato a sognare e soffrire. E assolutamente lontano dai tormentoni patinati.
Nel 2006, la federazione inglese scelse ufficialmente gli Embrace, band rock di Birmingham, per l’inno dei Mondiali in Germania. ‘World at Your Feet’ arrivò al numero 3 in classifica. Ma non ebbe la stessa fortuna. Forse troppo lenta per uno stadio, troppo seria per un coro.
Il frontman Danny McNamara raccontò: “Non abbiamo fatto domanda. Sono venuti loro a chiederlo a noi”. Un segno che, almeno in Inghilterra, il rock alternativo è considerato all’altezza di rappresentare la Nazionale.
E veniamo ai giorni nostri. Nel 2024, i Paesi Bassi hanno scelto un inno ufficiale che coinvolge Chef’Special, quintetto indie rock di Haarlem, insieme al re della dance mondiale Armin van Buuren.
La particolarità? La canzone è stata registrata con le voci dei calciatori stessi. Il CT Ronald Koeman, ricordando il successo del 1988, ha dichiarato: “Non era solo divertente, ma creava un forte senso di unione”.
I Chef’Special hanno descritto il brano come “un viaggio che speriamo porti alla grandezza”. Esattamente quello che dovrebbe fare un inno.
Negli ultimi anni la label 4AD a riesumato dal passato alcuni brani riconducibili sempre al mondo del calcio: troviamo “World Cup Fever” degli americani Air Miami e il tema ufficiale dei Mondiali dell’86 in Messico degli inglesi Colourbox.
E l’Italia? Il deserto del rock alternativo
E qui arriviamo al punto dolente. In Italia, nessuna band rock (alternativa, indie, post-punk, quello che volete) è mai stata chiamata a scrivere un inno per la Nazionale.
Perché? Forse perché da noi il calcio è sempre stato raccontato dalla musica leggera, dal pop, dal cantautorato melò. Pensiamo ai grandi successi:
‘Un’estate italiana’ (1990): Edoardo Bennato e Gianna Nannini. Due giganti, certo, ma di area pop-rock nazionale, non certo indie. ‘Notti Magiche’ (1990, lato B): stessa coppia.
Negli anni più recenti, la FIGC ha scelto tormentoni radiofonici o collaborazioni con big del pop: Ligabue, Francesco Renga, Emma. Niente indie, niente alternative.
Eppure, gli artisti italiani che amano il calcio non mancano. Anzi, hanno scritto pagine bellissime… però per le squadre di club, non per la Nazionale. Ecco alcuni esempi che vale la pena ricordare:
Luci a San Siro di Roberto Vecchioni: non è l’inno ufficiale dell’Inter, ma è molto di più. Una poesia sulla malinconia e la bellezza dello stadio. La leva calcistica della classe ’68 di Francesco De Gregori: un capolavoro assoluto che parla di un giovane calciatore, della scuola calcio e della solitudine. Le tue ali (Bologna) cantata da Lucio Dalla, Gianni Morandi, Luca Carboni e Andrea Mingardi (1988): un inno d’autore per una squadra, non per la Nazionale. Un inno per il Milan di Enzo Jannacci: simpatico, retrò, assolutamente fuori dagli schemi.
Insomma, l’amore per il calcio nella musica italiana c’è, eccome. Ma resta confinato nei club, nei campetti, nelle storie personali. Non si è mai trasformato in un inno ufficiale per la maglia azzurra firmato da una band indie.
Ma c’è un’eccezione. Una città che ha trasformato il calcio in un genere musicale a sé stante, senza mai chiedere il permesso a nessuno: Napoli.
C’è la canzone dedicata da LIBERATO al Napoli calcio “‘O core nun tene padrone (1926 Mix)” che è un inno non ufficiale pubblicato in occasione della vittoria del terzo scudetto. Il brano cita esplicitamente i protagonisti della storica cavalcata azzurra ed è legato a doppio filo alla città.
Ma prima di questa c’è stata, è ancora cantata, “Napoli” di Nino D’Angelo, canzone che rispecchia la città, i suoi colori e le sue bellezze; per chiudere un ricordo del Pibe d’oro Diego Armando Maradona. E poi il recentissimo e famosissimo coro da stadio “Un giorno all’improvviso, m’innamorai di te…” su melodia di “L’estate sta finendo”, scritta dai Righeira.
Forse un giorno anche la FIGC si farà coraggio. Forse chiamerà i Verdena, i Calibro 35, i Ministri o chi volete voi dal sottobosco di musica altra. O forse no. Forse è meglio così.
Perché il bello dell’alt rock è che non ha bisogno di essere ufficiale. Non ha bisogno di uno sponsor o di una conferenza stampa. Esiste nei garage, nei pub, nei dischi che nessuno ascolta tranne quelli che capiscono.
E quando arriva, come nel caso dei Belle & Sebastian o dei New Order, riesce a far piangere e ballare allo stesso tempo. Che poi è esattamente quello che fa il calcio, quando è bello.
L'articolo Quando le band rock scrivono canzoni a sostegno della loro Nazionale di Calcio. Il caso recente dei Belle & Sebastian. E l’Italia? proviene da Freak Out Magazine.
Dopo otto lunghi anni, gli A Perfect Circle tornano a calpestare i palchi europei. E non ci sono mai stati momento migliore per farlo: a poche settimane dall’inizio del tour, la band guidata da Maynard James Keenan e Billy Howerdel ha rilasciato a sorpresa “Starless”, il primo inedito dal 2024.
Il brano, prodotto dallo stesso Howerdel, vede il ritorno di Josh Freese dietro le pelli. Niente lunghi travagli compositivi, stavolta. “Alcune canzoni vengono coccolate (e maltrattate) per anni”, racconta Howerdel. “Ma ogni tanto qualcosa prende forma in un attimo, come se fosse sempre stata lì, in attesa di uscire”.
Maynard, dal canto suo, non nasconde l’entusiasmo per il ritorno sul palco: “Sono felicissimo di presentare questo nuovo pezzo dal vivo nel Regno Unito. Le registrazioni sono emozionanti, ma le nostre canzoni acquisiscono una personalità completamente diversa quando le suoniamo davanti a un pubblico”.
Per i collezionisti, arrivano due varianti esclusive in vinile del 7”: la prima su “Silver & Black A-Side/B-Side con incisione sul lato B”, la seconda su “White w/ Sea Blue & Black Splatter sempre con incisione sul lato B”. Ogni copia include un adattatore per 45 giri personalizzato col marchio della band. Preordinabili direttamente nel BV shop.
Ma veniamo alle date. Il tour europeo degli A Perfect Circle si snoderà tra giugno e luglio, con tappe che toccheranno Londra (due serate alla O2 Academy Brixton), Norimberga, Monaco, Varsavia, Zagabria, Amsterdam, Parigi e molti dei più importanti festival del continente (Hellfest, Rock Werchter, NOS Alive, Mad Cool).
E non è finita: più avanti nell’anno, la band di Keenan condividerà il palco con un altro dei suoi progetti, i Puscifer, per una serie di show in America Latina, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e persino Hawaii.
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Di seguito tutte le date confermate.
A PERFECT CIRCLE – TOUR 2026
3 giugno – Londra, UK – O2 Academy Brixton
4 giugno – Londra, UK – O2 Academy Brixton
6 giugno – Norimberga, DE – Rock Im Park
7 giugno – Nürburg, DE – Rock Am Ring
9 giugno – Monaco, DE – Zenith
10 giugno – Varsavia, PL – Torwar
12 giugno – Vienna, AT – Nova Rock Festival
13 giugno – Ferrara, IT – Ferrara Summer Festival
15 giugno – Budapest, HU – Budapest Park
16 giugno – Zagabria, HR – SRC Šalata
18 giugno – Zurigo, CH – Halle622
20 giugno – Clisson, FR – Hellfest
21 giugno – Düsseldorf, DE – Mitsubishi Hall
23 giugno – Tilburg, NL – Poppodium 013
24 giugno – Amsterdam, NL – AFAS Live
26 giugno – Copenaghen, DK – Copenhell
27 giugno – Oslo, NO – Tons of Rock
28 giugno – Stoccolma, SE – Gröna Lund
1 luglio – Berlino, DE – Zitadelle
2 luglio – Praga, CZ – Forum Karlín
4 luglio – Esch-sur-Alzette, LU – Rockhal
5 luglio – Werchter, BE – Rock Werchter 2026
7 luglio – Parigi, FR – Zenith Paris
9 luglio – Oeiras, PT – NOS Alive 2026
10 luglio – Madrid, ES – Mad Cool Festival
L'articolo A Perfect Circle: otto anni dopo. Da oggi l’Europa trema con “Starless” proviene da Freak Out Magazine.
Senza troppi clamori e marketing pianificati, a inizio maggio è uscito in diversi negozi specializzati – e da qualche giorno anche in distribuzione mondiale – 388, il nuovo album degli inglesi The Coral. Incominciamo col dire che il titolo richiama il Tascam 388, un mixer a 8 canali usato parecchio in Zambia e capace di regalare quel tocco vintage caratteristico delle band zamrock, genere di cui Skelly e soci si sono appassionati.
Il risultato di questo tredicesimo album in studio è un ulteriore passo avanti. Sebbene negli anni la band abbia spaziato tra psichedelia anni Sessanta, garage rock, spaghetti western, folk, blues, merseybeat e black music, qui c’è un visibile ritorno alle radici: a quelle cose che a questi ragazzi piaceva ascoltare negli anni Novanta, arricchite da una venatura doo-wop, reggae e rocksteady che inserisce un elemento apparentemente nuovo in 388. Tutto è incredibilmente cucito a dovere, tanto da sembrare quasi un esercizio di stile: riescono a far convivere generi diversi facendola sembrare la cosa più semplice del mondo.
Dopo l’uno-due di grande successo a inizio millennio con l’album omonimo (2002) e Magic and Medicine (2003), i Coral sono sempre riusciti a mantenere l’asticella alta anche con i lavori successivi, senza mai cadute di tono; anzi, Distance Inbetween e Coral Island sono due piccoli capolavori senza tempo. Provenienti dal Merseyside, poco distanti da Liverpool, questi eterni ragazzi hanno nelle corde della loro musica rimandi a Echo & the Bunnymen, Johnny Cash, The Band, Doors, Kinks, al soul della Motown, al primo Bo Diddley, fino all’eclettismo esuberante degli Specials e, inevitabilmente, ai Beatles.
Questo 388 per certi versi è differente da tutti gli altri, debitore come è delle melodie rocksteady, del roots reggae e delle armonie doo-wop, tanto da far sembrare il bellissimo brano di apertura, Let the Music Play, un pezzo sopra le righe. Contagiosa e altrettanto spumeggiante è la successiva Ride That Train, in pieno stile Specials, mentre la superba combinazione di chitarre arpeggiate, contrabbasso e tastiere dà vita all’ipnotico ska di Leave It In The Past, con la voce di Skelly che sembra non invecchiare mai. Riflessiva e allo stesso tempo allegra è la bellissima You And Me (And The Beautiful Sea), un folk psichedelico spogliato di fronzoli, fatto solo di chitarre acustiche e voci. Con Shame è il momento di ancheggiare: siamo dalle parti di Curtis Mayfield, per un R&B da dancefloor jazz. Malinconica e classico esercizio di stile è la romantica Here Come The Tears, bella ma forse, rispetto al resto dell’album, un tantino superflua.
È quasi irritante come riescano, con così tanta facilità, a baciarti il cuore con una semplice canzone pop rétro, ed è il caso della dondolante Yellow Moon. Ridotta all’essenziale musicalmente parlando, e intrisa di sensualità e malinconica, è Sad Girl con il suo doo-wop rilassato. Sempre da quelle parti, per quanto riguarda le sonorità, arriva l’elegante High Tide, estiva come un fumetto letto sotto l’ombrellone. Uno dei momenti più alti dell’intero album giunge però con Spirit Catcher, forse l’unico brano fedele al sound soul-psichedelico dei Coral dei primi dischi: una canzone bellissima dove cori, chitarre e sezione ritmica convivono in totale armonia, pagando un chiaro tributo al sempre presente Mayfield. Scoppiettanti i titoli di coda con Crossing The Sands, dove i Coral mettono sul piatto riverberi, spaghetti western, melodie corpose e cori trascinanti.
In conclusione, il tredicesimo album si rivela fortunato (non a caso) per la band di Liverpool, che fa un ulteriore passettino avanti in una carriera che ormai taglia il traguardo del quarto di secolo. Il tutto riuscendo a non essere mai banali, a differenza di diverse band della loro generazione, magari ben più acclamate. Invecchiano rimanendo ragazzi dentro. A loro va ancora un sentito grazie per questo ennesimo viaggio nel tempo, dentro la musica che a noi piace di più. Era anche questo lo scopo finale di 388, vero?
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L'articolo “388” è il nuovo album degli inglesi The Coral, lo abbiamo ascoltato e recensito per voi proviene da Freak Out Magazine.
C’è un filo rosso che tiene insieme la musica di Tom Morello (ex chitarrista dei Rage Against The Machine), le corde della sua chitarra e la storia politica degli ultimi trent’anni. Quel filo oggi si chiama “Adjourn It”, nuovo singolo estratto dal suo prossimo album solista su Mom + Pop Music. E come ogni grande colpo di tempesta che si rispetti, arriva con tre firme pesantissime: Serj Tankian (voce profetica, rabbia lucida) e Roman Morello, chitarrista quindicenne che di cognome fa lo stesso e che di riffs, a quanto pare, ne ha già da vendere.
Il brano – prodotto da Zakk Cervini (già con Bring Me The Horizon e Yungblud) è stato scritto a quattro mani (anzi, sei) da Tom, Serj, Zakk e Roman, è un invito esplicito a non chinare la testa mentre l’ondata fascista torna a battere i pugni sui tavoli delle democrazie occidentali.
E sì, perché Morello non sta a guardare dai riflettori di un palco. Quest’anno è già sceso in trincea: con Bruce Springsteen in Minnesota contro i raid della ICE e gli omicidi di Alex Pretti e Renee Good. Pochi giorni fa a New York, davanti al 26 Federal Plaza (corte d’immigrazione di Manhattan), fianco a fianco con l’organizzazione Hands Off. La musica, per lui, è solo un’arma in più.
Il video di “Adjourn It” non cerca scorciatoie simboliche: tra le immagini scorrono spezzoni di “Salt of the Earth” (1954), film maledetto e visionario sui minatori messicano-americani in lotta contro sfruttamento, razzismo e silenzio istituzionale. Un film girato da tre registi finiti sulla lista nera di Hollywood, con veri minatori come attori. Uno dei primi film indipendenti della storia. Un atto di disobbedienza che Morello riaccende come un fiammifero nel buio.
Tom Morello racconta:
“In questo frangente storico, ogni atto d’arte è un atto di resistenza. ‘Adjourn It’ – con il mio amico Serj e mio figlio Roman, mago della chitarra – è una chiamata alle armi per la giustizia in tempi ingiusti. Isolata dal mio prossimo album solista, prodotta da Zakk Cervini, mescola bulldozer riff multigenerazionali con i lamenti profetici di Serj. Ispirata dalla persecuzione degli immigrati e dall’eroica resistenza al fascismo: è ora di suonare per libertà, giustizia e uguaglianza, dannazione.”
Serj Tankian aggiunge con la sua voce tagliente:
“‘Adjourn It’ è un inno di protesta contro la barbarie continua della ICE in America: famiglie distrutte, profilazione razziale, uccisioni. Come democrazia, dovremmo sentirci offesi dal fatto che il nostro stesso governo faccia questo ai nostri fratelli e sorelle che cercano solo una vita dignitosa. C’è una politica migratoria intelligente – e poi c’è questa. Molti di questi casi verrebbero rinviati da un giudice, se solo avessero un processo equo. Rinviateli (‘Adjourn it’).”
E il giovanissimo Roman Morello svela il retroscena:
“Quando mi esercito da solo, mi piace scrivere riff. Mio padre a volte ascolta dietro la porta e mi ruba quelli belli. Quando scrive una canzone, il suo motto è: ‘Che vinca il riff migliore’. A volte usa i suoi, a volte i miei. Il riff principale di ‘Adjourn It’ è mio. Abbiamo entrambi concordato che fosse il migliore.”
Non è solo un singolo, insomma. È il preludio a qualcosa di più grande. Questa stessa settimana, dal palco con Bruce Springsteen (con cui Morello ha girato l’ultimo mese), Tom ha annunciato il Power To The People Festival – una celebrazione non partigiana di pace, giustizia, solidarietà, musica e azione collettiva – in programma sabato 3 ottobre al Merriweather Post Pavilion nel Maryland. I biglietti sono in vendita dal 30 maggio.
Il festival avrà un solo giorno ma un peso specifico enorme: Dave Matthews, Foo Fighters, Bruce Springsteen, Joan Baez, Killer Mike, Brittany Howard, Dropkick Murphys, Jack Black (con Roman Morello, Revel Ian, Yoyoka Soma e Hugo Weiss), Serj Tankian, grandson, The Linda Lindas, Darryl “DMC” McDaniels, Matt Cameron, Taylor Momsen e lo stesso Tom Morello. Ci sarà anche Shepard Fairey con arte e DJ set. E nel Freedom Village – spazio immersivo per l’attivismo – le associazioni VoteRiders e Headcount aiuteranno i fan a registrarsi al voto e abbattere le barriere burocratiche alla partecipazione democratica.
Perché la resistenza non è mai solo un concerto. E Morello lo sa da sempre: dal L.A. Rising del 2011 con Rage Against the Machine, Muse e Lauryn Hill, fino a oggi. Da Rage Against the Machine ad Audioslave, da The Nightwatchman alla trincea reale. Chitarrista, attivista, cassaintegrato della giustizia.
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L'articolo Tom Morello con Serj Tankian e suo figlio Roman pubblica “Adjourn It”, anthem antifascista generazionale proviene da Freak Out Magazine.
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