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Ci sono attese che pesano come macigni e altre che si trasformano pronte ad esplodere. Per i Ghinzu, band simbolo dell’art-rock europeo, l’attesa è durata diciassette anni. E ora, il colpo di scena: il quarto album, l’attesissimo W.O.W.A, vedrà la luce il 29 maggio 2026 per Play It Again Sam. A precederlo, il secondo singolo “Snow White”, che conferma l’urgenza creativa di una delle realtà belghe più amate e rispettate sulla scena internazionale.
Il brano, anticipato dal primo singolo “Out of control”, si nutre di frammenti e convivenze impossibili. Tre storie si incrociano e si scontrano: la prima parla della dipendenza silenziosa da schermi e social media, la seconda della tossicodipendenza intesa come sua gemella oscura, la terza riscrive Biancaneve in chiave contemporanea – una mela avvelenata, un bacio che è anche risveglio, ma senza lieto fine garantito.
A spiegarlo è la voce dietro tutto questo, John Descamps: «Più che una narrazione lineare, sono lampi, immagini che ti esplodono in testa. Tutte e tre vivono insieme dentro la stessa canzone. Ed è bello così».
L’indie rock, per i Ghinzu, non è un’etichetta ma una cassetta degli attrezzi. «Puoi prendere il folk, il punk, l’elettronica – spiega ancora Descamps – e unirli con una sorta di libertà grezza. Quella è la nostra musica».
Il nuovo album W.O.W.A (il titolo è ancora un piccolo enigma, e forse è meglio così) nasce da un processo creativo quasi ossessivo: quasi 90 brani sviluppati prima di arrivare alla scaletta finale. Un ritorno alle radici rock del gruppo che ha venduto oltre 100.000 copie, hanno calcato palchi con Muse, Placebo e Iggy & The Stooges.
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L'articolo Ghinzu, il ritorno dopo 17 anni. “Snow White”, viaggio tra schermi, dipendenze e fiabe nere, anticipa l’album. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
I The Sophs pubblicano il loro LP d’esordio “Goldstar” (Rough Trade) ed è subito buona la prima, nell’accattivante miscellanea di cantautorato indie, alt-rock, rock anni Novanta, rock blues… con piglio tanto orecchiabile quanto intenso.
– L’illusione dello specchio
Preso il vinile in mano in mano, non può sfuggire il non celato omaggio René Magritte, con una foto di copertina che evoca il celebre dipinto del pittore surrealista belga “La reproduction interdite”; non a caso la busta interna che contiene il disco è cornice e retro di tela. Il libro “The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket” di Edgar Allan Poe presente nel quadro lascia il posto a un LP in busta bianca e sul collo della figura umana di spalle, soggetto dell’illusione e paradosso dello specchio, campeggia una stella rossa.
Ma a ben vedere… Magritte, con il suo surrealismo, ha sia ispirato celebri artisti “autori di copertine” che stato direttamente ed esplicitamente chiamato in causa più volte, “prendendo parte” ad alcuni celebri dischi; i primi due LP che mi sono venuti in mente, anche perché legati alla mia adolescenza, sono stati “Late for the Sky” di Jackson Browne che richiama “L’Empire des lumières” e “Beck-Ola” del Jeff Beck Group (gruppo che meriterebbe un approfondimento particolareggiato data la sua seminale bellezzza) con “La Chambre d’Écoute”.
Interessante sarebbe, nel tempo, dedicare uno speciale ad hoc sull’influenza e l’utilizzo di quadri d’autore per la realizzazione delle copertine di dischi.
Tornando al cuore della nostra trattazione, abbassata la puntina, il Side A parte con i 3/4 danzanti di “The Dog Dies in the End” e del suo desiderio di morte, che si infrangono nel distorto e abrasivo cambio prima che una “gitana” e “spagnoleggiante” e trascinate “Goldstar” catturi l’orecchio (“Oh, humanity where are you?”).
“Blitzed Again” riporta inizialmente l’orecchio a una certa e nota produzione anni Novanta (con i Radiohead che fanno capolino tra i solchi) per poi chiudersi con acustica e folk intenzione.
“Sweat” è tanto morbida quanto sostenuta con il suo indovinato tema e con un ritornello che si imprime… soprattutto quando diventa più “pressante” nel suono.
Chiude un ottimo primo lato la riuscita ballata acustico-elettrica “House”.
Girato il vinile se “Sweetiepie” è da rodeo, “Death In The Family” è scanzonata, malgrado il suo bisogno di lutto (“I need a death in the family to turn my page”), e mostra le indubbie capacità di scrittura da “classifica” dei The Sophs.
Mentre “A Sympathetic Person” tra spoken e narrazione evoca Tom Waits nell’incedere claudicante e nel testo, “They Told Me Jump, I Said How High” suona come gli ZZ Top in salsa Green Onions dei Booker T. & the M.G.’s.
Chiude il gusto un po’ punk e lo-fi di una irriverente (con cori finanche in stile Frank Zappa) “I’m Your Fiend” … che congeda un lavoro che dà “certezze” più che “illusioni”.
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È morto a 95 anni Sonny Rollins, ultimo titano del jazz. A darne l’annuncio la sua pubblicista Terri Hinte: il sassofonista si è spento nella sua casa di Woodstock, New York. Da tempo lottava con problemi respiratori che lo avevano allontanato dai palchi dal 2012.
Nato ad Harlem, passato dall’alto al tenore a 16 anni, Rollins ha inciso con Miles Davis e Thelonious Monk prima di diventare bandleader con capolavori come Saxophone Colossus e A Night at the Village Vanguard. La sua musica ha attraversato bebop, calypso, avant-garde e fusion, sempre con il ritmo come bussola.
Premiato con National Medal of Arts (2010) e Kennedy Center Honor (2011), il suo ultimo album in studio è Sonny, Please (2006). L’ultimo concerto risale al 2012. Poco dopo, ha dovuto smettere del tutto di suonare.
Negli ultimi anni si era dedicato allo yoga e alla ricerca interiore. Nel 2016 disse “Il mondo finisce in un minuto, siamo qui solo un secondo. Dobbiamo usare questo tempo per capire qualcosa”.
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Dalla culla di Fremantle l’undicesimo sigillo sonoro della band cult. Niente fuzz, niente ballad, niente “cazzate pinkfloydiane”. E un’estetica che profuma di Sisters of Mercy al bar di periferia.
Ci sono band che attraversano il tempo come meteoriti erratiche, e band che invece costruiscono galassie piano piano, disco dopo disco, sudore e riverbero. I POND appartengono a quest’ultima razza, quella rara, ostinata, gloriosamente fuori fase. E oggi annunciano ‘Terrestrials’ – undicesimo capitolo in studio – in uscita il 19 giugno via Secretly Distribution. Ma attenzione non è “l’ennesimo viaggio psichedelico”. Perché questa volta Nick Allbrook e soci hanno deciso di giocare con le mani legate. O meglio: con tre regole ferree. Scritte nero su bianco in sala prove. No fuzz pedal. No ballad. No “Pink Floyd shit”. Parola del collettivo.
Il primo assaggio? La title track ‘Terrestrials’, insieme a ‘Through The Heather’ e ‘Two Hands’. Tre gemme che già lasciano intendere la svolta: malinconia a cielo aperto, miraggi termici sull’asfalto, retrobottega di pub dove l’eco post-punk si scontra con l’Oz rock degli anni ’80. I POND stessi hanno battezzato il suono come “goth al pub”: la ruvida iconografia australiana di decenni fa che si sposa con l’ombra tagliente di Sisters of Mercy, Magazine e affini.
Attivi dal 2010, i POND sono molto più di “quella band cresciuta con i Tame Impala”. Sono un culto, una certezza, un pugno nello stomaco elegante. Dieci album acclamati, palchi condivisi con Flaming Lips, Queens of the Stone Age, Arctic Monkeys, e festival come Glastonbury, Coachella, Splendour in the Grass. E ora ‘Terrestrials’. Per la prima volta senza fuzz. Ma con tutta l’anima ancora intatta.
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L'articolo POND: l’Oz psych si fa “goth da pub”. Il nuovo album ‘Terrestrials’ tra divieti ferrei e collasso luminoso. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
Ci sono dischi che ascolti, e dischi che senti. E poi c’è “Pure Devotion”, il secondo capitolo discografico degli Overmono, che è molto di più: è un organismo vivente, fatto di circuiti che tossiscono, campioni rubati al caos e una cura maniacale per l’errore. L’album uscirà il 7 agosto 2026 via XL Recordings, e porta lo stesso nome della loro celebre serie di live events iniziata nel 2024. Una coincidenza? Macché. È una dichiarazione di intenti.
Perché “Pure Devotion” non è solo un titolo, è il manifesto sonoro di due fratelli, Tom ed Ed Russell, che dopo anni passati a scolpire il suono dell’elettronica underground si sono guardati indietro e hanno deciso di rompere tutto. Ma con metodo. Con amore. E con un vecchio altoparlante ferroviario.
Il nuovo lavoro dei due producer gallesi si snoda attraverso 11 tracce costruite come macchine imperfette ma sublimi. Hanno pescato sintetizzatori anni ’70 e ’80, hanno inciso un annuncio di stazione fatto da uno speaker decrepito, hanno persino infilato un piatto crash nel forno per sentirne deformare il timbro. Ogni suono è stato scelto per la sua fisicità, per la sua anima tangibile. Niente pulizia chirurgica. Solo carne e circuiti.
E poi le voci: il poeta John Joseph Holt, la fedele collaboratrice Kindora, l’enigmatico Ruthven. Presenze che trasformano ogni traccia in un corpo a corpo tra ritmo e parola, tra sintesi e inquietudine. Come scrivono loro stessi: “Emozione invece che apatia. Artigianalità invece che efficienza”.
Quello che nel 2024 era nato come un esperimento live è diventato un rito collettivo: headline al West Holts di Glastonbury, sold out all’Alexandra Palace di Londra, la cura del Warehouse Project di Manchester. E mentre “Pure Devotion” prendeva forma davanti a decine di migliaia di persone, i fratelli Russell si sono chiusi in sessioni isolate tra Spagna e Islanda, con due soli synth e un’unità effetti. Nessuna distrazione. Solo devozione, appunto.
Il primo assaggio si chiama Lockup, già Hottest Record su BBC Radio 1. Un pezzo duro, dritto, nato dalla lettura di “Rip It Up and Start Again” di Simon Reynolds e dalla fascinazione per lo spirito impulsivo del post-punk. Il campione? “What A Waste” dei Fast Relief, cult band di Birmingham. Il risultato: beat martellanti, bassi che sembrano volerti sfondare il petto e accordi di una delicatezza quasi impossibile. Nel videoclip, diretto da Rollo Jackson (fedele alleato visivo del duo), tutto questo diventa un dobermann in corsa. Poesia e minaccia.
Il duo sarà in tour in tutta Europa. E l’appuntamento italiano è per il 1 agosto 2026 al VIVA! Festival in Puglia, con un DJ set che promette di essere tutto fuorché un ripasso.
Perché con gli Overmono, si sa, il culto del suono non ammette mezze misure. Solo pura devozione.
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L'articolo Overmono: la devozione analogica secondo Tom & Ed Russell. Il nuovo album è “Pure Devotion” proviene da Freak Out Magazine.
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