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Ci sono artisti che spariscono e poi riemergono con un disco. E’ il caso del norvegese Sondre Lerche, un funambolo della canzone, capace di passare da un’orchestrazione sontuosa a un sussurro indie-pop senza mai cadere. Dopo quattro anni di attesa, il cantautore ha annunciato “Acrobats”, in arrivo il 21 agosto via PLZ/Virgin.
L’album è stato cesellato in nove studi diversi, con una manciata di produttori al timone e un ospite d’eccezione dietro le quinte: le partiture d’archi portano la firma di Sean O’Hagan (The High Llamas), il che già basta per immaginare un tappeto caldo e imprevedibile.
Il primo assaggio è “Little Kids”, e qui il gusto di O’Hagan si sente tutto. Archi che avvolgono, che spingono e poi si ritraggono, seguendo un testo che Lerche descrive come un viaggio nella memoria cruda dell’adolescenza:
“Dal rifiuto innocente della prima strofa al tuffo nell’età adulta prematura della terza, ‘Little Kids’ cerca di evitare di guardare indietro con rabbia. Invece, lo fa con empatia e prospettiva: quei goffi tentativi di inciampare nell’amore, nell’amicizia, nell’intimità. È un perdono verso chi eri e chi ti stava accanto, quella sensazione che proviamo guardando vecchie foto e realizzando quanto fossimo più giovani di quanto credessimo. È personale, ma profondamente universale.”
Una dichiarazione che profuma di Björk e di camera da letto anni Novanta, ma che trova la sua immagine perfetta nel video diretto da Lea Meyer.
Per la prima volta in carriera, Sondre ammette di aver voluto un video che non contrastasse la canzone, ma la seguisse. Ispirandosi visivamente e tematicamente a “Una storia d’amore svedese” (1970, Roy Andersson), Meyer mette in scena tre coppie – diverse per età e difficoltà – che attraversano quegli stessi attimi impacciati e veri che Lerche canta.
“La canzone per me è importantissima, ma sono anche molto orgoglioso di questo video. Lea e la sua squadra sono stati un gruppo brillante di giovani professionisti, con un talento e un tocco unico.”
Sondre Lerche torna anche dal vivo con un lungo tour tra usa e Europa e in Italia farà tre tappe a novembre: 21 a Torino, Spazio211; 22 a Bologna, Baumhaus; e il 23 a Milano, Arci Bellezza.
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C’è un’ora della notte, a Melbourne, in cui la città sembra respirare da sola. Le strade sono vuote, i semafori lampeggiano come fari di una nave che non arriverà mai, e il vento porta con sé l’odore del mare anche quando sei a chilometri dalla costa. È in quell’ora che Fall Out of the Future sembra prendere forma: non come un disco, ma come un fenomeno atmosferico.
Ed è qualcosa di profondamente inquieto e magnetico che si materializza. Fall Out of the Future non si limita a raccontare la città: la abita, la attraversa, la osserva mentre si sgretola sotto il peso del tempo, della memoria e delle sue stesse contraddizioni.
Steph Hughes (voce e chitarra già nei Dick Diver e nei Boomgates) Arron Mawson (chitarramembro attivo di Stiff Richards, Slit System, e con un trascorso importante nei Doe St.), Alex Gionis (batteriagià membro di Boomgates e The Green Child) insieme al bassista Jackson Allen, costruiscono un lavoro che sembra registrato nel momento esatto in cui il futuro smette di essere una promessa e diventa un luogo da cui si precipita.
La scrittura della Hughes mantiene la delicatezza diaristica dei Dick Diver, la sua voce è un sussurro che arriva da un’altra stanza, come se stesse raccontando qualcosa che non dovrebbe essere ascoltato, mentre la chitarra di Mawson introduce un nervo garage che spinge le canzoni fuori dalla comfort zone. La sezione ritmica — solida, circolare, mai invadente — trasforma la malinconia in movimento, come se ogni brano fosse una camminata notturna lungo un cavalcavia. Il risultato è un suono che non esplode mai, ma che rimane in tensione costante, come un neon che vibra sul punto di spegnersi.
Fall Out of the Future non è un debutto nel senso tradizionale. È un’opera che nasce già dentro una storia, dentro un linguaggio, dentro una città. Gli Hedge Burners non si presentano come una band emergente, ma come l’ultimo anello di una catena estetica che attraversa quindici anni di musica australiana: dal dolewave alla sua formalizzazione con Dick Diver, fino alla sua trasformazione in un linguaggio urbano, elettrico, stratificato.
Fall Out of the Future è un disco di paesaggi concreti: ponti, container, vento, mare industriale, cemento. Non c’è nostalgia suburbana: c’è una città che cambia, che respira, che si muove anche quando i personaggi non riescono a farlo.
Gli Hedge Burners non raccontano emozioni in astratto: le fanno passare attraverso luoghi. Il loro è un disco che cammina, che osserva, che registra. Il disco non racconta Melbourne: la produce. La città non è sfondo, ma matrice generativa.
Il titolo Fall Out of the Future suggerisce una concezione del futuro non come orizzonte, ma come residuo, come ciò che resta dopo la frattura. Il disco lavora su tre assi tematici: temporalità instabile, distanze affettive e geografiche, futuro come oggetto in rovina. La città diventa metafora di un tempo che non avanza, ma si sgretola.
I testi funzionano come fotografie mosse e rappresentano il vero cuore del disco. Ogni brano è una scena catturata di sfuggita, un’immagine che non si lascia mettere a fuoco: “By Water” apre con una caduta vista da lontano, un corpo che rimbalza sull’asfalto e scompare nell’acqua. È un inizio che è già un epilogo.
“Fall Out of the Future” trasforma la notte industriale in un collage di fari, fumo e città che si rimpiccioliscono nello specchietto retrovisore. “Twisted Vine” racconta relazioni che crescono storte, come rampicanti che cercano la luce e trovano solo muri. “As the Headlights Go” è un viaggio notturno in cui si vede solo ciò che è immediatamente illuminato dai fari dell’auto: il resto è intuizione, paura, ipotesi. “Angel Lee” introduce una figura fantasma, un nome che ritorna come un’ossessione, una presenza che è già assenza.
Nella seconda metà, il disco si fa più interiore, quasi claustrofobico: “Long Time Listening” è un brano di sorveglianza emotiva, un ascolto che non consola ma controlla. “Strange Memory” trasforma il ricordo in una centrifuga che gira “again and again”, senza mai fermarsi.
“Concrete Waterfall” è l’immagine più potente del disco: una cascata di cemento, un luogo impossibile che però esiste nella geografia emotiva della città. “Wild Deep Blue” apre uno spiraglio verso il mare, ma è un mare che inghiotte, non che libera. “World Behind” chiude con un’immagine perfetta: un mondo che segue, che non si lascia superare
“Fall Out of the Future” è un disco che funziona perché riesce a tenere insieme due mondi che raramente dialogano così bene: la scrittura adulta del dolewave, con la sua malinconia osservativa e la sua attenzione al quotidiano e la fisicità elettrica del garage contemporaneo, che dà nervo, corpo, urgenza.
Il risultato è un disco che non si limita a suonare bene: disegna una mappa emotiva, geografica, temporale. Una mappa di una città che cambia e di persone che cercano di non perdersi mentre tutto intorno si muove.
Fall Out of the Future è un disco che non vuole essere capito: vuole essere attraversato. È musica che vive nella tensione tra acqua e cemento, tra movimento e stasi, tra memoria e cancellazione. Un debutto che non appartiene più al dolewave, né al post‑punk, né all’indie suburbano: è una nuova forma di realismo urbano australiano. Un album che non si ascolta: si percorre, come una strada di notte, fin dove arrivano i fari.
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Fall Out Of The Future by HEDGE BURNERS
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Ci avevano abituato a colpi di testa, ma stavolta i The Coral hanno superato se stessi. Nessun preavviso, nessun rullo di tamburi social, nessun teasing da mesi. Dal nulla, ecco il tredicesimo album della loro carriera, intitolato semplicemente 388, come il leggendario registratore Tascam a otto tracce che ne ha catturato ogni sporco, caldo respiro.
E il suono? Immaginate un giradischi impazzito in una bottega di dischi usati a Liverpool, con la polvere degli Éthiopiques, l’eco in camera d’eco di Joe Meek anni Sessanta e il basso affondato nel fumo del reggae più torbido. Ecco, avete capito.
“388” era uscito prima in silenzio, in edizione strettamente limitata su vinile, affidato solo a pochi negozi indipendenti. Ora però è finalmente disponibile in streaming.
Il primo singolo si intitola “Let the Music Play” e il frontman James Skelly la racconta così:
“Questo pezzo è un’ode al suono delle cassette dei Wailers e di Lee Scratch Perry, quelle che compravamo nei negozi dell’usato, al Poundland o nei mercatini delle auto. La canzone è il nostro tentativo di dare un senso al mondo, ma alla fine abbiamo capito che solo la musica ha senso davvero.”
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Testo: Marco Sica
Foto Pietro Previti
Coerente con quanto inciso su “Black Salt”, nel suo essere sospeso tra risonanze “black” e cantautorato folk, è stato il concerto che i Kiiōtō (il progetto di Lou Rhodes e Rohan Heath) hanno tenuto il 22 maggio 2026 al Teatro Bolivar di Napoli nell’ambito della rassegna “Live In Auditorium” targata Rockalvi Festival.
Per chi nella seconda metà degli anni Novanta e i primi del Duemila abbia seguito e (amato) i Lamb (duo fondato da Lou Rhodes e Andy Barlow,), non può non aver colto come tra le pieghe dei Kiiōtō si nasconda proprio un’anima che riconduce a una certa produzione Lamb, liberata però dal proprio esoscheletro di elettronica (si pensi ai classici “Górecki” del 1996 e “Gabriel” del 2001) e rivestita di un “acustico” sentire (come fu già per brani quali ad esempio “Zero” del 1996).
Rhodes (voce, tamburello e “pelli”), unitamente a Rohan Heath (pianoforte, tastiere, armonica, “percussioni” e laptop) e a Jon Thorne (contrabbasso elettrico; Thorne è da sempre stato legato ai Lamb) hanno restituito un momento di musica al contempo “elegante” e dal cuore “nineties”, mai eccessiva (nemmeno nei momenti più sostenuti come “Little Axe”), proponendo di fatto il loro ultimo disco sin dall’apertura affidata alla bella “Moth” e poi “Zero Gravity”, “Warpaint”, “Walking Backwards”, “Lost Map”, “White Noise”… quanto un’attesa “Gabriel” (dei Lamb), oltre a brani del precedente lavoro “As Dust We Rise” (del 2024) quali “Josephine Street”, “Song For Bill”, “Here Comes The Flood”, “Spanish Moss”, “Quilt”… chiudendo infine in “duo” Rhodes/Heath con “Five Eight”.
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In occasione dell’uscita dell’ultimo lavoro discografico di Steven Brown si era titolato su queste pagine: ‘Convince (ma solo a metà) “In This Very World” di Steven Brown’; in particolare, nella recensione/approfondimento dedicata a Brown (e ai Tuxedomoon) si era osservato come ‘Quando Steven Brown restituisce un disco come “In This Very World” (Crammed Discs), mantiene fede alla sua (in)capacità di mettere a fuoco l’insieme, in un’ondivaga alternanza di bei momenti d’ascolto ma che si rivelano al contempo spesso disomogenei o “impertinenti”’.
Discorso differente va fatto per il concerto che il fondatore dei Tuxedomoon ha tenuto il 20 maggio 2026 nello splendido Spazio Arena di Avellino nell’ambito di Contemporary Speech, la rassegna di Progetto Sonora.
Brown (voce, pianoforte, clarinetto e sassofoni), affiancato da Luc van Lieshout (tromba, flicorno, armonica ed “effetti”) e Lucien Fraipont (chitarra e basso), sebbene di fatto presentasse “In This Very World”, ha restituito un’ora e mezza (circa) di musica bella e convincente.
Determinante per la riuscita del concerto sono stati due elementi: la resa dal vivo, che ha trasmesso sia particolare intensità alle esecuzioni (soprattutto nelle parti degli assoli), sia una maggiore “compattezza” e “coerenza” (in ragione dei soli tre musicisti presenti che hanno prodotto un suono più asciutto e diretto), nonché la scaletta dei brani che ha visto da una parte “una selezione” di quelli contenuti in “In This Very World”, mentre dall’altra l’inclusione di composizioni risalenti a precedenti lavori sia a firma del solo Brown che dei Tuxedomoon (anche se per quest’ultimi prevalentemente post periodo primi anni Ottanta).
Un approccio più “esteso” e di “sana” matrice live lo si è percepito già nell’apertura affidata a “Cheran” (da “In This Very World”) caratterizzata da una strumentale e “sperimentale” introduzione; va detto che “Cheran” aveva già colpito nella versione in studio laddove lo si definì “bella invocazione desertica”.
Ancora da “In This Very World”, si è proseguito con l’omaggio a David Bowie “Panic In Detroit” (di cui si scrisse: ‘mostra un Brown più “concreto” e a suo agio nel reinterpretare in modo intimo e personale il brano di David Bowie’) e con “Luce” che ha confermato la sua anima “notturna, calda lenta e jazzata, per un momento rilassato d’ascolto…”.
Si è quindi passati al “blocco” Tuxedomoon con “Muchos Colores”, con la trascinante “Some Guys” (resa dal basso e dall’armonica meno wave e più rock/post punk, per un gradito punto a favore), con l’altrettanto gradita “A Home Away” e con una bella versione (più) intima di “In a Manner of Speaking”.
Tra esse, un ritorno al presente di “In This Very World” con “Waltz Nr.2” che, se su disco era apparsa “superflua”, inserita in un contesto live ha assunto “maggior senso”.
“Nakba” (sempre da “In This Very World”), oltre a rimarcare il suo valore “simbolico”, ha confermato la propria natura strumentale da “camera”.
Se dal lavoro solista di Brown “El Hombre Invisible” sono stati proposti il brano eponimo e “The Book”, l’apice della serata lo si è raggiunto con “59 to 1”, non solo per la sua bellezza ma perché tratta da quel capolavoro dei Tuxedomoon che è “Half-Mute”.
Indovinata la scelta di eseguire “Work” (sempre da “In This Very World”) di cui si ebbe modo di scrivere: ‘i giri riprendono e su di un “basso” stile Les Claypool si aprono lucubrazioni vecchio stampo con un assolo di “fiato” e di chitarra a mettere la giusta firma conclusiva: più che gradito momento d’ascolto’.
Come per “Waltz Nr.2”, se sul disco in studio “Wordsworth” aveva poco convinto, nell’esecuzione live più “scremata” ha trovato una consona collocazione.
In chiusura concesso anche un bis nello spirito di “In This Very World”, considerato che anch’esso si congedava con l’ideale “bis live” di “Nella Terra (Live)”.
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Work by Steven Brown Tuxedomoon
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