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Memphis si è trasformata in una piccola succursale del paradiso new wave lo scorso weekend, quando Dave Matthews Band ha coinvolto niente meno che St. Vincent in un’irresistibile brano dei Talking Heads.
Era il concerto d’apertura del tour americano 2026 dei DMB, ospiti del Riverbeat Music Festival, e Dave Matthews ha deciso di alzare subito la posta. Sul palco è salita Annie Clark – per tutti St. Vincent – per un “duello” vocale e chitarristico su “Burning Down the House”, il classico senza tempo tratto da Speaking in Tongues (1983).
Attenzione: non è stata una semplice cover. Per la band di Matthews, il brano è da sempre un jolly nel mazzo, ma non veniva eseguito da ben 45 concerti. L’ultima volta era stata alla cerimonia di introduzione nella Rock & Roll Hall of Fame nel 2024. Stavolta, con St. Vincent al fianco, il fuoco è divampato più alto che mai. Un fan presente ha immortalato il momento – trovate il video in basso.
Ma la collaborazione non si è fermata lì. Clark è rimasta sul palco anche per “Spoon”, gemma oscura di Before These Crowded Streets (1998), prendendo su di sé la parte vocale originariamente scritta per Alanis Morissette. Un passaggio di testimone sottile, perfetto per chi ama le sorprese di lusso.
Il legame tra St. Vincent e David Byrne (Talking Heads) è del resto profondissimo: dal disco comune Love This Giant (2012) fino alla recente cover di Stevie Wonder “Chemical Love” (2023), passando per il Jazz Fest di New Orleans del mese scorso, dove si sono “rubati” a vicenda i set.
Chi volesse recuperare l’incendio dal vivo: il tour dei Dave Matthews Band è già in corso (35 date fino a luglio), mentre St. Vincent partirà a giugno per un tour nordamericano con orchestre locali dirette da Jules Buckley.
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Sono passati quattro anni da quando il mondo ha cominciato a bruciare davanti ai nostri occhi. O forse è sempre stato così, e solo adesso abbiamo smesso di distoglierli. Jonathan Meiburg, dal canto suo, ha deciso di guardare l’incendio in faccia, registrandone il crepitio su nastro magnetico. Il risultato si chiama The New World, il nuovo album degli Shearwater, in uscita il 31 luglio via Polyborus (con distribuzione Secretly Distribution). L’annuncio è accompagnato da due squarci di questo nuovo universo sonoro: i singoli ‘Daydream Unbeliever’ e ‘More and More’.
La band texana, attiva dal 1999 e con dieci full-length alle spalle per etichette di culto come Matador, Sub Pop e Misra, torna con la formazione che vede Meiburg affiancato da Emily Lee e Dan Duszynski. E lo fa con un disco che è insieme un atto di resistenza e un viaggio iniziatico.
“Se siete come noi — racconta Meiburg — vi svegliate con la sensazione che il mondo stia bruciando, sperando di riuscire a farci i conti se solo sapeste da dove cominciare. ‘Daydream Unbeliever’ e ‘More and More’ nascono da questo luogo inquieto. Se vi aiutano a sentirvi un po’ meno folli, benvenuti a casa”.
Il primo brano si apre con la cifra stilistica più riconoscibile degli Shearwater: archi in volo e un gong colpito da Jamie “Xiu Xiu” Stewart. Il video, girato e montato dallo stesso Meiburg durante una ricerca in Antartide (lui che da anni collabora con agenzie indipendenti per la protezione ambientale), trasforma la canzone in un’elegia polare, sospesa tra ghiaccio e meraviglia.
‘More and More’, invece, è tutt’altra bestia: campane e uccelli registrati a Berlino introducono un’esplorazione della paralisi emotiva. Il brano cresce con una pressione gentile, quasi ipnotica, mentre un pianoforte timido si gonfia fino a diventare una foresta selvaggia di suoni strani: un qanun, un violoncello filtrato attraverso un Leslie, una chitarra a 12 corde alta sei metri.
The New World, nei suoi nove brani immersivi, è anche una scommessa radicale. Dopo sei album con Sub Pop e Matador, gli Shearwater hanno scelto di autofinanziarsi, registrando tra Londra, Berlino, New York e il loro avamposto texano. Duszynski firma la regia del suono, mentre Leo Abrahams e Danny Reisch curano produzioni aggiuntive; il mix è stato realizzato da Reisch con la band a Los Angeles.
Gli ospiti, poi, raccontano da soli l’ambizione del progetto: Shahzad Ismaily, Doug Wieselman, Farouz Zriek, Leo Abrahams, Mamadou Kouyate, i percussionisti Mahamadou Tounkara e Moctar Kouyate (del gruppo maliano Ngoni Ba), e il leggendario Thor Harris. Un ensemble numeroso ma calibrato, che accompagna la voce di Meiburg — elegante, sfuggente, sempre un passo avanti al disastro — attraverso gioia, confusione, sfida, reverenza e tenerezza.
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Dal 7 al 10 agosto 2026, la Valle dei Templi di Agrigento festeggia 10 anni di indipendenza sonora. E lo fa nel modo che conosce meglio: caricando il carrello di nomi da brivido. FestiValle 2026 aveva già annunciato nomi di spicco: Ezra Collective, APPARAT live band, Greentea Peng, Cory Henry & The Funk Apostles, Octave One e quei pazzi dell’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp. Ora si aggiungono: Mace, in dj set notturno vista templi; Yu Su (ambient-hypnotica canadese/cinese); Sorvina (live da brivido tra hip hop e jazz berlinese); Lander & Adriaan (unica data italiana, jazz club percussivo); Il Est Vilaine (club culture cinematografica, prima volta in Italia).
Sul palco al tramonto (quello col Tempio dei Dioscuri sullo sfondo) spazio a Munir Hossn, The Josh Barry Experience e ancora Sorvina. Sul main stage, occhi sui Butter Funk Family (con due Grammy alle spalle) e sulla Banda Maje. Torna l’alba rituale de Il Risveglio degli Dèi al Tempio della Concordia all’alba trenta performer, teatro, musica rituale, e il sole che sorge tra le colonne come fosse un abbraccio pagano. Lì serata con Mind Enterprises e Fabio Celenza che festeggia 10 anni di carriera con live band e videomapping sul costone di tufo. E poi Le Feste Antonacci (italiani a Parigi) per scaldare le anime danzanti dell’8 agosto.
E durante il giorno, FestiValle Beach alla spiaggia di San Leone (dalle 12 alle 16, selector ufficiali, sabbia e sale).
E ancora Clan Acustico di Raffaele Costantino, per raccontare comunità musicali ai margini del mainstream.
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Era l’estate scorsa quando gli Oasis annunciarono che il tanto atteso comeback del 2025 sarebbe stato immortalato in un film concerto dal titolo provvisorio Oasis Live ’25. Oggi la pellicola si prepara a sbarcare in selezionate sale il prossimo 11 settembre — ma con una particolarità: secondo un comunicato stampa, è “ancora senza titolo”.
Dopo una breve corsa nelle sale, il documentario approderà su Disney+ e Hulu. Le location cinematografiche non sono state ancora rivelate.
A parlare è il regista Steven Wright: «Volevo raccontare la storia dei fratelli e della band, ma altrettanto importante era quella dei fan, le cui esistenze sono state toccate e talvolta cambiate per sempre dalla loro musica. È anche la storia di come canzoni e scrittura possano unire generazioni, culture, paesi – e in un’epoca di risentimento e divisioni, darci tutti una ragione per continuare a sperare».
Queste date del reunion tour sono le prime dopo lo scioglimento del 2009. Nel messaggio con cui annunciarono il ritorno, Noel Gallagher e Liam Gallagher scrissero: «I cannoni hanno taciuto. Le stelle si sono allineate. L’attesa è finita. Venite a vedere. Non sarà trasmesso in televisione». (Per fortuna, lo sarà eccome, in un modo o nell’altro.)
Nel frattempo, la coppia è stata recentemente inserita nella Rock & Roll Hall of Fame — classe 2026.
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Con Rituals, Charlie Risso firma il suo lavoro più definito e riconoscibile. L’album, pubblicato il 3 aprile 2026, si presenta come un concept che attraversa dream pop, dark folk e suggestioni avant‑pop, mantenendo una forte impronta personale. Undici brani che funzionano come tappe di un percorso interiore, tra fragilità della fede, solitudine creativa e desiderio di trasformazione.
Rituals non è solo un’evoluzione rispetto ai dischi precedenti: è un cambio di prospettiva. L’artista genovese abbandona definitivamente la forma-canzone tradizionale per costruire un universo sonoro che vive di simboli, di ombre, di dettagli che diventano rivelazioni. È un album che non si limita a raccontare emozioni: le mette in scena.
Il disco si muove tra dream‑folk, elettronica minimale e un immaginario cinematografico che richiama tanto l’America desertica quanto l’Europa del nord. Risso lavora per sottrazione: arrangiamenti essenziali, ritmi lenti, una voce che non cerca mai il centro ma lo crea attorno a sé. È un’estetica che trova piena maturità qui, dove ogni brano sembra un frammento di un rito più grande.
L’album presenta temi che emergono senza dichiararsi: l’amore come ossessione, la violenza emotiva, la fuga, la trasformazione. Rituals affronta tutto questo senza mai cadere nella didascalia. I testi sono ellittici, quasi diaristici, e lasciano spazio all’ascoltatore. È un disco che non spiega: evoca. E proprio per questo resta addosso.
Il disco si apre con “Bad Instinct”, che imposta subito un tono ipnotico e introspettivo, seguito dalla malinconia rarefatta di “No One Knows”. La tensione cresce con “I’m Coming”, mentre la title track, arricchita dalla chitarra di Brian Lopez (Calexico), rappresenta il cuore simbolico del progetto, unendo immaginario alchemico e scrittura essenziale.
Tra i momenti più significativi spicca la reinterpretazione di “When You Finish Me” dei Black Heart Procession, trasformata in una confessione intima e notturna, un sussurro ferito, senza perdere l’ombra dell’originale.
Brani come “Under A Spell” e “The Dust” affrontano rispettivamente un amore delicato e proibito tra due donne e il tema della violenza domestica, confermando la capacità di Risso di trattare temi complessi senza retorica, ma con una forte carica emotiva.
“Stray Dog”, completamente strumentale, chiude il disco come un’immagine: un cane che attraversa la notte, libero e solitario. È un epilogo che non chiude, ma apre. Un modo per dire che il rito non finisce: continua fuori dal disco, nell’ascoltatore. Un finale che è una scelta di poetica
Rituals conferma Charlie Risso come una delle voci più personali e internazionali della scena italiana. Un’artista che non cerca la superficie, ma la profondità. E che, disco dopo disco, sta costruendo un linguaggio riconoscibile, necessario, suo.
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