Mensile di informazione musicale, sempre aggiornato, notizie e curiosità dal mondo musicale.
http://www.freakoutmagazine.it
“Il mio mitra è un contrabbasso
Che ti spara sulla faccia
Che ti spara sulla faccia
Ciò che penso della vita”
cantavano gli Area in “Gioia e Rivoluzione” e, dritto in faccia, spara il mitra della protesta dei Kneecap (Móglaí Bap, Mo Chara e DJ Próvaí).
Se “3cag” (del 2018) si era mostrato preparatorio, “Fine Art” (del 2023) aveva portato all’attenzione del pubblico i Kneecap, accendendo la miccia di una bomba che oggi esplode.
Con “Fenian” (Heavenly) la deflagrazione assume toni che, rispetto al passato, s’incupiscono e l’hip hop ribolle tra umori urbani, industriali, rave, acid house, trip-hop, dubstep…; l’invettiva diventa “ecumenica” e dall’Irlanda del Nord arriva fino alla Palestina e oltre…, il suono, nel suo essere elettronico, resta fortemente umano, tondo, pieno e pesante; non più “interlude”, meno “rumori” da musica concreta, meno “gioia” ma sempre e comunque “rivoluzione”.
Nelle note di copertina allegate al vinile (tra l’altro) si legge: “FREE PALESTINE – FREE THE 6 COUNTIES – FREE NICKY KELLY” ed ancora: “In ómós shlóite na bhFiann / In memory of the Fenians that came before us”; altro dato da segnalare è la presenza dei testi sia nella lingua cantata (con parti in Gaeilge) che nella versione in inglese.
“Fenian” si avvale poi della partecipazione di Dan Carey che, oltre alla produzione e al missaggio, nei credits dei brani è associato agli stessi con la dicitura “composed” e “performed”.
Messo il vinile sul piatto, “Éire go Deo”, per “lingua” e “contenuto”, è dichiarazioni d’intenti che da lande “ieratiche” (“Gluaiseacht atá anseo atá ag dul/ó neart go neart ar fud na tíre/Cha dtig muid a stopadh anois/Ar aghaidh linn le chéile ar bhóthar/na réabhlóide/Dorn san aer do na Gaeil/Caithfidh muid daoine a bheith againn/a labhraíonn an teanga…”),conduce alla prima (de)formata cupa creatura “Smugglers & Scholars” (“Always be government’s obsession…Smugglers and scholars/Getting guns with Amеrican dollars”).
Perfetta è “Carnival”, esatta tanto nelle parti “rap” che nell’apertura “melodica” quanto nel testo, diretto e che non lascia spazio a fraintendimenti! (“Ná labhair faoin Phalaistín fella/Sampla eile déanta/This happens if a band tries to tell ya faoi Gaza…”; In apertura anche il riferimento all’accusa mossa a Mo Chara (Liam Óg Ó hAnnaidh) di terrorismo ai sensi del Terrorism Act 2006: “Mo Chara you stand before us in Westminster magistrates court charged under the Terrorism Act of 2000. how do you plead? Not guilty”. “Smugglers & Scholars” e “Carnival” incarnano l’ideale 7″!
Se “Palestine” vede, tra allucinazioni mediorientali e apocalittiche, la partecipazione di Fawzi, “Liars Tale” è abrasivo inno, treno metallico lanciato in corsa.
“Fenian” (con i Casiokids) è indovinata hit per ogni luogo e non luogo, nel suo essere musicalmente ballabile e trascinante ma al contempo dal titolo (e non solo) “fedele alla causa”.
“Big Bad Mo” tracima nell’elettronica da rave… piena dei suoi suoni grassi, di visioni da Detroit anni Ottanta/Novanta, e riporta l’ascolto indietro nel tempo, al passaggio dal primo al secondo millennio.
Girato il vinile, il riff di “Headcase” (“Headcase/All over the place/A prescription addiction/And a fall from grace”) anticipa “An Ra”, altro brano che si veste di elettronica retrò di qualità e di un testo che “segna” (“Ooh ah, céad slán leis an RA, You/ civilised us savages anois tá muid go breá/But it was all good, cos it was all grá,/crónóidh muid thú, chuidigh tú gan…”), a cui segue la synth (pop) “Cold at the Top” con il suo calibrato refrain.
Se “Occupied 6” rallenta e “Gael Phonics” gira più “asciutta”, “Cocaine Hill” (con Radie Peat) si distingue per i suoi bei richiami desertici.
Chiude “Irish Goodbye” (con lo spoken di Kae Tempest), un brano che per musica si mostra più accessibile e “pop” (del brano è stato realizzato a tema anche un corto/video) e che congeda un lavoro (più che) interessante e di qualità che non passa inosservato, distinguendosi per suono e (soprattutto) per contenuto.
https://www.kneecap.ie/
https://www.instagram.com/kneecap32
https://www.facebook.com/KNEECAP32/
L'articolo Kneecap: “Fine Art” ha acceso la miccia e “Fenian” ha esploso la bomba proviene da Freak Out Magazine.
Dopo anni passati tra produzione dietro le quinte e rari bagliori in studio, Mike D dei Beastie Boys ha deciso che è il momento di tornare a far tremare i palchi. E lo fa a modo suo: poche date, nessuna lunga promessa, ma la certezza di un’energia che contiene già la scintilla del nuovo.
L’annuncio, arrivato come un fulmine a ciel sereno, parla chiaro: “Los Angeles e Brooklyn. Concerti. Nuova musica. Switch Up. Andiamo”.
Tre parole – Switch Up – che suonano già come un manifesto. Perché Mike D non è tipo da nostalgia facile: ciò che sta per arrivare potrebbe davvero essere un cambio di passo, una deviazione inaspettata dal suo percorso.
Le date dal vivo sono quattro, concentrate in questo mese di maggio che lo ha visto debittare già ieri 7 maggio al Plaza Night Club and Dance Hall (California) e poi nuovamente il 10 maggio al Sid the Cat Auditorium (California). Le successive sono il 22 e 23 maggio al Xanadu di Brooklyn.
L’attesa è alta, non potrebbe essere altrimenti: l’ultimo contatto intenso con l’attualità musicale di Mike D risale alla co-produzione del disco dei The Hives, The Hives Forever Forever The Hives, uscito nel 2025. Proprio di quell’esperienza e del rapporto con Howlin’ Pelle, Mike D ha parlato recentemente in una puntata del podcast BV Interviews.
Poi le scorse settimane le prime avvisaglie di un ritorno dal vivo quando con la band dei due figli, i Very Nice Person, ha cantato alcuni brani dei B.B. (leggo qui).
Ma ora lo scenario cambia. Non più ospite, non più produttore alle spalle. Ma voce, presenza, frontman di un ritorno che potrebbe riscrivere ancora una volta le regole del gioco. O, almeno, darci il bentornato a uno dei più imprevedibili della scena.
Restate sintonizzati. Perché se Mike D dice “Let’s Go”, si va davvero.
https://www.facebook.com/MikeD2016/
https://www.instagram.com/miked/
<script async src="http://www.freakoutmagazine.it/www.instagram.com/embed.js"></script>
L'articolo Mike D esce dal silenzio: due date tra NYC e LA, nuove musiche e un “Switch Up” che profuma di ritorno proviene da Freak Out Magazine.
Ci sono dischi che sembrano muoversi nello spazio come organismi sonori complessi. People of the Moon (2026 – NG Records) dei Nu Genea appartiene senza esitazione a questa categoria.
È un lavoro che conferma quanto già costruito in passato, ma rilancia, amplia, “rischia” e, soprattutto, ascolta.
L’ascolto è infatti il vero centro di questo progetto. Ascolto delle radici, certo, ma anche delle traiettorie che da quelle radici si diramano verso il mondo. Il duo napoletano — con Massimo Lana e Lucio Aquilina — non si limita a rielaborare la tradizione folk partenopea: la usa come punto di partenza per un viaggio che attraversa geografie sonore molto più ampie. Dentro People of the Moon convivono Africa occidentale, Brasile, Mediterraneo orientale, funk cosmico, disco anni ’70 e suggestioni jazz, in un equilibrio che raramente appare forzato, in un cocktail riuscito tra suono, epoca e tradizione. Tutto scorre con naturalezza, come se queste connessioni fossero sempre esistite e aspettassero solo di essere rivelate.
Il risultato è un disco stratificato ma mai respingente. La scrittura resta immediata, calda, profondamente umana, come nella più tradizionale esperienza napoletana. Le linee melodiche sono accessibili, spesso luminose, ma sotto la superficie si muove una costruzione ritmica e armonica sofisticata, che premia ascolti ripetuti. Non è un album da consumo veloce: è un lavoro che si lascia ascoltare nel tempo, che si fa scoprire poco alla volta.
Fondamentale, in questo senso, è il ruolo delle collaborazioni. People of the Moon è un disco corale, aperto, attraversato da voci e sensibilità diverse che non vengono mai utilizzate come semplici ornamenti. Ogni featuring entra nel tessuto del disco con una funzione precisa, ampliando la palette espressiva e rafforzando quella dimensione di dialogo interculturale che è il vero focus del progetto. Non si tratta di “ospiti”, ma di co-narratori. E questa scelta si sente: il disco non è mai autoreferenziale, ma costantemente proiettato verso l’esterno.
Sul piano sonoro, poi, siamo davanti a un lavoro di alto livello. La produzione è ricca, con un’anima analogica anche quando utilizza strumenti contemporanei, e una cura quasi maniacale per il dettaglio. Bassi profondi, percussioni vive, tastiere che oscillano tra vintage e futuribile: tutto contribuisce a costruire un ambiente immersivo, tridimensionale. È uno di quei dischi in cui ogni elemento ha un peso specifico, ma nessuno schiaccia l’altro.
E proprio qui arriva un punto fondamentale per chi ama davvero la musica come esperienza fisica: People of the Moon è un album che sembra chiedere il supporto vinile. Non è un’opzione, ma quasi una dichiarazione d’intenti. La dinamica, la profondità, la grana del suono trovano nel supporto analogico la loro dimensione ideale. L’ascolto su vinile permette di cogliere sfumature che rischiano di perdersi altrove, restituendo pienamente il lavoro fatto in studio. Non è nostalgia: è coerenza estetica.
People of the Moon è un disco che si affaccia oltremanica, con collaborazioni come quella con Tom Misch, e vola verso l’Andalusia di María José Llergo, senza dimenticare la scena italiana.
Per questo motivo farà piacere sapere che il disco sarà disponibile in formato vinile entro fine giugno 2026 ed è già in pre-order. Un dettaglio che, per molti appassionati, non è affatto secondario, ma parte integrante dell’esperienza.
In definitiva, People of the Moon è un progetto che guarda lontano senza perdere il contatto con la terra. È un lavoro che parla di identità senza chiudersi, di tradizione senza irrigidirsi, di futuro senza dimenticare il passato. I Nu Genea dimostrano ancora una volta di essere tra i progetti più lucidi e necessari del panorama attuale, capaci di costruire ponti invece che confini.
E, in un momento storico in cui la musica rischia spesso di diventare sottofondo, questo è un album che pretende attenzione. E la ripaga.
https://www.instagram.com/nu_genea/
https://www.facebook.com/NuGenea
People of the Moon by Nu Genea
L'articolo Oltre la canzone napoletana: l’ascolto come territorio nei Nu Genea proviene da Freak Out Magazine.
“Live Rope”, l’ultimo live degli SWANS, è stato registrato durante il tour mondiale a supporto di “The Beggar”, nell’arco di un anno tra il 2023 e il 2024, nel quale la band capitanata da Michael Gira ha proposto sul palco brani rielaborati di “The Beggar”, “Leaving Meaning” e dell’allora ancora inedito “Birthing”. Gli introiti di questo tour sono stati, infatti, utilizzati per finanziare lo stesso “Birthing”. La versione standard su CD, inizialmente pensata come edizione limitata, è stata poi resa permanentemente disponibile, sancendo così il suo ruolo di album dal vivo a tutti gli effetti. Diciamo subito che questo album dal vivo non è soltanto un documento storico, ma una vera e propria opera d’arte, capace di catturare l’essenza di una band che ha fatto della trasformazione il suo marchio di fabbrica, caratterizzato dalla sua capacità di ridefinire in modo costantemente evolutivo i confini del rock sperimentale.
Il disco è centrato sulla registrazione integrale del concerto al Music Hall of Williamsburg di New York, tenutosi il 18 maggio 2024, affiancata da performance aggiuntive tratte dal concerto all’Amare de L’Aia (19 novembre 2023). Quest’ultimo avrebbe dovuto essere pubblicato come album live autonomo, ma alla fine solo tre brani sono stati inclusi in “Live Rope”. Il disco ha una durata record per gli standard della band di New York, che in questo caso tocca i 183 minuti, superando anche “Deliquescence” (155 minuti). Il vero protagonista è però “Rope / The Beggar” (“Rope The Beggar”?): non è un brano, ma una vera e propria opera mastodontica di 78 minuti che, partendo da una struttura originaria di soli 10 minuti, si sviluppa in un viaggio sonoro ipnotico, oscillando tra momenti scarni e chitarre nervose, accelerazioni vorticose e atmosfere soffuse, fino a un’esplosione che richiama i Pink Floyd di “Live at Pompeii”.
La traccia è stata poi rielaborata per “Birthing”, con la prima metà che introduce “Away” nella versione “(Rope) Away” e la seconda che dà vita a “The Healers”. Il resto dell’album è all’altezza di questo primo brano, con “The Hanging Man” che si distende in un flusso circolare e teso, “Away” che stupisce per la sua struttura circolare e avvolgente, mentre in “Birthing” i SWANS si scatenano in una performance vorticosa, con saliscendi sperimentali e un finale in crescendo che lascia senza fiato.
“The Memorious” sorprende per la sua lentezza stentata e tirata, quasi a voler sottolineare ogni singola nota, mentre “Cathedrals of Heaven” cresce in modo inquietante e profondo, con un’intensità che ricorda il peso di un leviatano. Infine, “Leaving Meaning” regala un momento inaspettato: la chitarra, per un istante, ricorda gli AC/DC in una versione minimale e monotona, quasi a voler giocare con le aspettative dell’ascoltatore. Il disco è accompagnato dal film “(Rope) The Beggar”, diretto dal regista italo-americano Marco Porsia, che documenta l’intero concerto di Williamsburg. Il film era incluso nelle prime copie di “Birthing”, offrendo così un’esperienza multimediale unica. “Live Rope” non è solo un album: è un viaggio.
Un’immersione totale in un suono che sfida le convenzioni, un’esperienza che richiede tempo, pazienza e apertura mentale. Per i fan della prima ora, è un regalo; per i nuovi ascoltatori, una porta d’ingresso verso un universo sonoro senza eguali.
“Live Rope” è un’esperienza sonora che trascende il tempo e lo spazio.
https://younggodrecords.com/pages/swans
https://www.facebook.com/SwansOfficial
https://www.instagram.com/swans_official/
L'articolo “Live Rope” degli SWANS: 183 minuti di viaggio sonoro tra ossessione e trascendenza proviene da Freak Out Magazine.
Il frontman dei Dead Kennedys sta lentamente tornando in carreggiata. La sua assistente: “Il linguaggio è quasi perfetto, a livello cognitivo è come se non fosse successo nulla”.
Bella notizia per Jello Biafra, icona punk, ex Dead Kennedys. L’eterno sovversivo artista sta recuperando alla grande dopo l’ictus emorragico che lo aveva colpito lo scorso 7 marzo.
“Sono saltato giù dal letto per andare in bagno – aveva raccontato lui stesso – e la gamba sinistra ha ceduto. Sono crollato a terra, senza nemmeno riuscire a parare la caduta con il braccio sinistro. Ho provato a rialzarmi, niente da fare. Lì ho capito: ‘Oh merda, sto avendo un ictus”.
Ora, però, il vento è cambiato. A dare l’aggiornamento è Anne-Marie Anderson, sua storica collaboratrice presso la Alternative Tentacles (l’etichetta fondata nel lontano 1979) e assistente personale. Su Facebook, Anderson scrive: “Jello sta progredendo bene. Il linguaggio è quasi tornato completamente, e a livello cognitivo è come se l’ictus non fosse mai accaduto. Il lato sinistro è ancora debole, ma molto meglio rispetto a prima”.
E aggiunge: “Ormai è così autonomo che probabilmente tornerà a casa sua la prossima settimana. Grazie a tutti per il sostegno: per lui è stato davvero importante”.
Jello Biafra, 66 anni, ha guidato i Dead Kennedys dalla nascita nel 1978 fino allo scioglimento del 1986. Quando la band si è riformata nel 2001, lui ha scelto di non tornare, dedicandosi ad attività soliste tra spoken word, attivismo politico e la sua amata Alternative Tentacles.
La stagione più buia sembra alle spalle. E nell’attesa che torni sul palco anche solo per leggere la lista della spesa con quella voce cesellata dal veleno, possiamo tirare un sospiro di sollievo: la lingua che ha sfidato Reagan, Bush e il pensiero unico è ancora qui. E parla eccome.
https://www.facebook.com/jbiafra
https://alternativetentacles.com/
L'articolo Jello Biafra, la voce punk si riprende: “Sta progredendo bene” dopo l’ictus proviene da Freak Out Magazine.
AgoraVox Italia