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E chi l’ha detto che i Slayer dovevano restare nel mito? Dopo il tanto pubblicizzato “farewell tour” del 2019 – che sembrava davvero la parola fine – Tom Araya, Kerry King e compagni (con Gary Holt e Paul Bostaph ovviamente al loro posto) hanno infranto ogni regola non scritta del ritiro. Dal 2024 sono tornati a calcare i palchi di festival e show anche se sporadicamente.
Nel 2026 “Reign in Blood”, il terzo album in studio e forse il più feroce capitolo della loro discografia, compie 40 anni. Data tonda, celebrazione pesante: due headline show autunnali in cui l’intero disco – dalla coltellata iniziale di “Angel of Death” alla chiusura di “Raining Blood” – verrà eseguito dall’inizio alla fine, senza sconti.
Le tappe? 4 settembre – Shakopee, MN @ Mystic Lake Amphitheater e 13 novembre – Inglewood, CA @ Kia Forum (prima volta a Los Angeles in 7 anni)
E come se non bastasse, i supporter sono da brividi:
In Minnesota salgono sul palco Down, Suicidal Tendencies e Hatebreed.
In California, invece, il cartellone fa tremare i muri: Cannibal Corpse, Cavalera (il ritorno dei fratelli coi primi Sepultura) e Crowbar. Sì, avete letto bene: tre band il cui nome inizia con la stessa lettera – e non è un caso, è solo violenza organizzata.
Oltre a questi due show speciali, gli Slayer si concederanno anche il Rocklahoma (Oklahoma) e l’edizione texana del Sick New World.
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A quarant’anni da quel piccolo grande terremoto chiamato The Colour Of Spring, i membri dei Talk Talk orfani di Mark Hollis si ritrovano per una sola, magica serata. Sul palco dell’O2 Forum Kentish Town di Londra, il prossimo 5 settembre, si rivivrà l’anima inquieta di un disco che nel 1986 cambiò le coordinate del pop britannico.
Non sarà un reunion album, né un tour nostalgico. Sarà un evento unico, intimo e potente, dedicato a un’opera che segnò il passaggio definitivo dai synthpop da classifica a un’altra dimensione: jazz, art rock, silenzi e tempeste. L’album che aprì la strada ai capolavori totali Spirit of Eden e Laughing Stock.
Sul palco saliranno il tastierista fondatore Simon Brenner, insieme a Phil Ramocon e Ian Curnow. Con loro, un esercito di voci e strumenti che faranno giustizia alla complessità di quelle canzoni: Sophie Barker (Zero 7), Gale Paridjanian (Turin Brakes), Tim Eisenburg (Sweet Billy Pilgrim), Chris Hampson e Jacob Brown.
Ma la sorpresa più gustosa è nel parterre degli ospiti. Due artisti di culto come Ed Harcourt e Fyfe Dangerfield (Guillemots) non solo si esibiranno in veste di supporter, ma saliranno anche sul palco per duetti e incursioni. E a impreziosire il tutto, ci sarà la chitarra sognante di Mark Gardener (Ride).
Un’occasione per riabbracciare la primavera più complessa e visionaria della musica inglese. Chi non c’era nel 1986, o chi c’era e se lo ricorda come una folgorazione, sa che questo è uno di quei concerti da non mancare. Per poi magari uscire dal forum e chiedersi: dove ci porterà tutto questo?
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Non c’è tempo per riposare, quando il sangue scorre rap. A un anno dal suggestivo Lotus, Little Simz è pronta a riaccendere la miccia. Il suo nuovo EP, intitolato Sugar Girl, arriverà ovunque venerdì 8 maggio via AWAL. Una notizia che arriva dritta dal suo universo in continua evoluzione, tra annunci social e anteprime che fanno tremare le cuffie.
Su Instagram, la rapper londinese ha condiviso un teaser che include una strofa inedita – e già basta quella per capire che la cura dei dettagli è tornata al suo posto. Nessuna distrazione, solo il flow.
Sugar Girl si inserisce in quella tradizione di EP “ponte” che Simz ha trasformato in un’arte a sé. L’ultimo fu Drop 7 nel 2024, arrivato poco più di un anno dopo il monumentale No Thank You. Nel frattempo, però, la sua energia non si è sprecata: ha curato una delle edizioni più attese del Meltdown Festival di Londra, ha attraversato il Nord America in tour e ha persino recitato accanto a Cillian Murphy in Steve, il film Netflix tratto dal romanzo Shy di Max Porter.
Intanto il teaser è già nel loop. Guardalo qui sotto.
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(photo credit Jeremy Ngatho Cole)
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C’è qualcosa di profondamente umano in The Beat, qualcosa che va oltre la musica e oltre la discografia di Deniz Tek. È un album che non sarebbe mai potuto nascere se non in questo preciso momento della sua vita artistica: un disco costruito sulle tracce di batteria lasciate da Ric Parnell, scomparso nel maggio 2022, dieci anni prima, durante le sessioni di Mean Old Twister. Non erano take pensate per diventare un album. Erano frammenti, gesti, impulsi. Le sessioni sono state registrate in modo casuale, poi messe da parte e dimenticate.
Anni dopo, Ron Sanchez (chitarrista dei Donovan’s Brain e titolare della Career Records) si è imbattuto nelle registrazioni e le ha inviate a Deniz. Ascoltandole di nuovo per la prima volta dopo quasi un decennio, Tek è rimasto colpito dalla loro chiarezza. Le tracce di batteria di Ric non erano idee vaghe o schizzi approssimativi. Ogni take era vicino alla perfezione. Concentrate, musicali, complete. Quelle esecuzioni oggi, diventano il cuore pulsante di un’opera che suona come un dialogo postumo, un atto di ascolto e di memoria.
Parnell era un batterista con una storia lunga e distintiva. Si è fatto notare per la prima volta con gli Atomic Rooster nei primi anni ’70, contribuendo al loro lavoro più influente, e in seguito è diventato famoso per avere interpretato il ruolo di Mick Shrimpton nel mockumentary This Is Spinal Tap (1984), una satira geniale sul mondo dell’hard rock e dell’heavy metal. Il film è diventato un cult perché imitava alla perfezione gli eccessi, le pose e le assurdità delle rockstar anni ’70’80. Nonostante fossero una “band finta”, gli Spinal Tap hanno pubblicato album veri e suonato dal vivo: il loro humour è diventato parte della cultura rock
La prima cosa che colpisce di The Beat è la sua origine: non c’è una band in studio, non c’è una scrittura predefinita, non c’è un progetto. Ci sono solo le batterie di Parnell, registrate in libertà, senza click, senza struttura. Tek le riapre anni dopo e decide di costruirci attorno un disco. Non per nostalgia, ma per necessità artistica. E per farlo chiama, come al solito, il fido Bob Brown al Basso e la moglie Anne, nel ruolo di secondo chitarrista.
Il risultato è sorprendente: un album che non appartiene né al rock’n’roll diretto di Mean Old Twister, né alla furia protopunk di Two to One, né all’intimità quasi domestica di Long Before Day. The Beat vive in un territorio tutto suo, dove la batteria non accompagna: guida. E Tek, invece di imporsi, si mette al servizio del ritmo, come se stesse completando un discorso lasciato a metà.
Ric Parnell non è solo presente: è il protagonista assoluto. Le sue take sono vive, irregolari, piene di microvariazioni che diventano la struttura stessa dei brani. Tek non tenta mai di “normalizzarle”: le segue, le asseconda, le lascia respirare. È un gesto di rispetto, ma anche di fiducia.
Le chitarre diventano più atmosferiche, meno narrative. La voce, quando c’è, è un’ombra, un contorno. Il centro è sempre il ritmo: un ritmo che non è più solo musica, ma memoria incarnata.
The Beat è il punto di arrivo di questo percorso: un disco che raccoglie le tracce lasciate lungo la strada e le trasforma in qualcosa di nuovo. È come se Tek avesse attraversato tutte le forme possibili di collaborazione — band, duetto, duo intimo — per arrivare a quella più difficile: collaborare con un’assenza.
L’atmosfera del disco è unica: meditativa, aperta, a tratti elegiaca. Non c’è la furia dei Radio Birdman, non c’è la durezza di Williamson, non c’è la linearità melodica dei primi album solisti. C’è un senso di sospensione, di ascolto profondo, di rispetto.
È un disco che non cerca di impressionare, ma di comunicare. Non vuole essere un monumento, ma un gesto. E proprio per questo funziona.
Per questoThe Beat è uno dei lavori più personali e coraggiosi della carriera di Deniz Tek. Non perché sia il più rumoroso, o il più virtuoso, o il più immediato — non lo è. Ma perché è il più vulnerabile. È un disco che nasce da un vuoto e lo trasforma in presenza. Un disco che non avrebbe potuto essere scritto, solo scoperto.
In un’epoca in cui tutto è programmato, quantizzato, ottimizzato, The Beat è un atto di fiducia nell’imperfezione, nel gesto umano, nel ritmo come forma di memoria. È un album che non chiude un cerchio: lo riapre.
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Napoli ha celebrato la Giornata Internazionale del Jazz, patrocinata dall’Unesco, con una tre giorni di altissimo livello, promossa dal Comune di Napoli nell’ambito del macro progetto “Napoli Città della Musica”. L’evento ha trasformato il Teatro Politeama, nel cuore della città, in un epicentro regionale del jazz, rivelando una location perfetta, accogliente e acusticamente molto buona. La rassegna ha ospitato tre artisti internazionali, offrendo un viaggio attraverso suoni, epoche e generi diversi.
L’inaugurazione del 28 marzo è stata affidata alla chitarrista napoletana Eleonora Strino, astro nascente del jazz nazionale già protagonista di tournée mondiali di successo, che ha incantato il pubblico con la sua chitarra elegante con virtuosismi moederni. La seconda serata ha reso omaggio al centenario della nascita di Miles Davis, figura leggendaria del jazz, grazie a Bill Evans, storico sassofonista della sua formazione, che con la Vansband All Stars ha trasformato il palco in un’esperienza di electric jazz per palati sopraffini. Lo spettacolo è stato una vibrante celebrazione del “genio rivoluzionario” di Davis, con una scaletta che ha alternato momenti di jazz puro a contaminazioni funk e fusion, tipiche dello stile di Evans.
A chiudere la rassegna, ieri sera 30 aprile, è stato il produttore e tastierista inglese Alfa Mist, figura di punta della nuova scena jazz internazionale. La sua performance ha attratto un folto pubblico transgenerazionale, sintetizzando perfettamente lo spirito della rassegna: ha fuso jazz contemporaneo, influenze hip-hop e sonorità neoclassiche in un flusso ipnotico e innovativo. L’entusiasmo degli spettatori, giovani e meno giovani, ha confermato il jazz come musica viva e universale.
L’intera tre giorni ha dimostrato la capacità di Napoli di essere capitale europea della cultura musicale, valorizzando talenti locali accanto a leggende e innovatori, e confermando che la città non solo custodisce la musica, ma la proietta nel mondo con visione e passione.















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