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Il cuore dei Magnetic Fields batte ancora, e stavolta lo fa in perfetta armonia con la voce eterea di Robin Pecknold (Fleet Foxes). Succede su “Elia Vs.”, programma cult dell’East Village Radio.
C’è chi crede ancora che le collaborazioni in radio siano solo chiacchiere da backstage. E poi arriva un momento come questo: Stephen Merritt, il cantastorie disincantato e geniale dei Magnetic Fields, e Robin Pecknold, l’interprete vocale più visionario del folk rock degli ultimi vent’anni, seduti uno accanto all’altro, senza effetti speciali, solo due voci e una canzone.
L’occasione è il programma “Elia Vs.”, condotto da Elia Einhorn. Data: 30 aprile. Luogo immaginario? Più reale che mai: East Village Radio. Ospiti d’eccezione, clima da salotto notturno, e il momento che già gira tra i fan come un segreto rivelato: l’esecuzione congiunta di The Book of Love, gioiello del 1999 contenuto nell’album monumento 69 Love Songs.
Chi conosce il disco originale – quello che nel 2010 e 2015 ha avuto due preziose ristampe in vinile, e che di recente ha ispirato il Broadway show All In: Comedy About Love di Simon Rich – sa bene di cosa parliamo. Merritt l’ha celebrato per il quarto di secolo con una serie di concerti integrali affiancato dai fedelissimi Sam Davol, Claudia Gonson, Shirley Simms e John Woo. Ma vederlo ora, fianco a fianco con Pecknold, dà a quel “libro dell’amore” un’altra forma: meno ironica, più sospesa.
Dal canto suo, Robin Pecknold non è stato certo a guardare. Dopo Shore (2020, stesso anno dell’ultimo lavoro dei Magnetic Fields, Quickies), ha collezionato singoli, un Tiny Desk per la NPR, un live album. E proprio a febbraio ha annunciato un tour solista di quattro date sulla East Coast con la bravissima Allegra Krieger, conclusione a New York con un tributo a Judee Sill.
Ma qui, per un attimo, il tempo si ferma. Niente shore, niente quickies. Solo “The Book of Love”, cantata da due voci che prima di oggi non sapevmo di volere insieme.
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Ci sono accordi che puzzano di business, e poi ci sono quelli che sanno di California, sudore e royalties da capogiro. I Red Hot Chili Peppers, ormai monumento vivente del funk-rock tatuato sulla pelle dell’America, hanno appena fatto il botto: ceduto l’intero catalogo registrato alla Warner Music Group per la bellezza di 300 milioni di dollari. A dare l’esclusiva è Billboard, e stavolta non si tratta di un nuovo bassista acrobatico, ma di carta, penna e un assegno che farebbe impallidire pure Flea.
L’affare comprende tutti e 13 gli album in studio della band, da quel Blood Sugar Sex Magik che negli anni ‘90 ci insegnò che si poteva essere nudi e geni, fino ai più recenti Unlimited Love e Return of the Dream Canteen (2022). Secondo le prime stime, il catalogo frutterebbe circa 26 milioni di dollari l’anno. Non male per quattro ragazzi che partivano suonando in motorhome.
Curioso il colpo di scena: fino a un anno fa i Peppers possedevano i master in autonomia, e puntavano a un tesoretto da 350 milioni. Alla fine hanno accettato 300, ma da un compratore che non è certo un estraneo. Anzi. La Warner è stata la casa discografica che lanciò i due album più iconici della band sopra citati – e già questo basterebbe a scrivere un romanzo sulle strategie del post-industria musicale.
Attenzione, non confondiamo i contratti: nel 2015 i Peppers avevano già venduto i diritti di editing (publishing) a Hipgnosis Songs Fund per circa 150 milioni di dollari. Hipgnosis, oggi ribattezzata Recognition Music Group, è a sua volta nel mirino di Sony Music per un’acquisizione multimiliardaria. Tradotto: i diritti delle canzoni potrebbero presto cambiare nuovamente padrone, come in un mercatino del vinile ma con zero pezzi rotti e molti zeri.
I Red Hot entrano così nell’élite dorata delle cessioni da capogiro, quella che annovera Bob Dylan, Bruce Springsteen e perfino Justin Bieber. Mentre dall’altra parte del fronte, artisti come Taylor Swift e Dua Lipa fanno la guerra a colpi di “ri-compro tutto ciò che è mio”, i nostri californiani hanno scelto la via più semplice: incassare e tornare a suonare scalzi. Del resto, con 300 milioni, chi ha più bisogno di possedere i master?
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È la domanda che nessuno vuole farsi, ma che rimbomba nei pensieri, e retropensieri, di moti appassionati di musica. Dopo sessant’anni di gloria, eccessi, funerali, litigi e reunion, i dinosauri sacri del rock’n’roll sono tornati ancora a dire la loro. Ma è ancora musica o solo un afflato di tenerezza collettivo?
Vi sentite in colpa. Li guardate in quelle foto patinate – Mick Jagger che ancora sculetta nonostante le anche di titanio, Keith Richards con quella faccia da becchino che fuma le sigarette della resurrezione, Paul McCartney che compone canzoni sulla sua infanzia a Liverpool con la dolcezza di un nonno che sfila i biscotti dal barattolo, e accanto a lui il buon vecchio Ringo Starr che brandisce le bacchette come due stampelle cosmiche. E pensate: “Ma guardali, sono ancora qui. E io sono ancora qui ad ascoltarli. Che cazzo sto facendo?”
Poi arriva la notizia. E non una notizia qualunque: The Rolling Stones svelano Foreign Tongues. 14 tracce. Uscita il 10 luglio. Con Paul McCartney, Robert Smith, Steve Winwood. E il fantasma di Charlie Watts che aleggia su alcuni scampoli lasciati dalle sessioni di Hackney Diamonds. Nel frattempo, Sir Paul tira fuori The Boys of Dungeon Lane, e per il singolo “Home to Us” chiama a raccolta l’altro sopravvissuto, Ringo Starr. Primo vero duetto tra i due. Chrissie Hynde e Sharleen Spiteri fanno da coro, tanto per rendere la cosa ancora più imbarazzante per chiunque abbia meno di 40 anni.
E noi, come allocchi, clicchiamo. Ascoltiamo. Magari piangiamo una lacrimuccia. E poi, a notte fonda, arriva il pensiero che fa male: ma tutto questo è ancora necessario? O è solo il rock che si è trasformato in un museo della cera con il bar?
Partiamo da un dato di fatto. Non è strano? Non dico anacronistico, ma proprio strano. Siamo nel 2026. L’industria musicale è un frullatore di TikTok, microtrend, intelligenza artificiale e nostalgia preconfezionata. Eppure, ancora loro. I due ragazzi inglesi nati durante la guerra, il chitarrista che sembra un cadavere ben conservato, il batterista che è diventato il narratore tenero di una Liverpool che non esiste più. Loro catalizzano l’attenzione. Tutti i media – dalla Times ai poster a Camden Town con lo pseudonimo “Cockroaches” (perché anche gli scarafaggi, si sa, sopravvivono all’apocalisse) – si muovono al loro ritmo.
Ma facciamo una domanda scomoda: quanto tutto questo puzza di “vecchio”?
Sessant’anni ed oltre. Provate a ripeterlo. Mick Jagger ha 83 anni. Keith Richards 82. Paul McCartney 84. Ringo Starr 86. Non sono artisti, sono reperti che si muovono. E la domanda che serpeggia tra i vecchi fan – quelli che li hanno visti suonare in cantina quando ancora il rock significava sputare in faccia al mondo – è: ma questi hanno ancora davvero qualcosa da dire? O stiamo assistendo al più gigantesco storytelling fine a se stesso della storia della musica?
Il rischio è concreto. Quello di ridurre una carriera rivoluzionaria – gli anni ‘60, la controcultura, il ‘68, le droghe psichedeliche, la rottura di ogni schema – a un afflato di tenerezza. Non ascoltiamo più “Gimme Shelter” con il terrore negli occhi. La ascoltiamo come si ascolterebbe una ninna nanna di un vecchio zio simpatico. E quando Paul canta “Home to Us” raccontando che Ringo veniva “sfottuto” tornando a casa perché lavorava, noi non pensiamo alla rivoluzione. Pensiamo al nonnino che ci porta al parco.
E i giovani? Ah, i giovani. Quelli che “intercettare” è diventato un verbo da report aziendale discografico. Loro guardano questa scena con un misto di sospetto e indifferenza. Perché Mick Jagger che sculetta in un tour europeo non rappresenta la loro realtà. La loro realtà è la precarietà, l’ansia climatica, i social che ti divorano l’anima, la musica liquida e senza padri. Identificarsi in un’icona di 80 anni? Impossibile. È come volersi specchiare in una statua di cera.
Eppure l’industria insiste. Perché i vecchi fan, quelli veri, quelli che hanno i soldi per comprare il box set da 200 euro e il vinile bianco limited edition distribuito con le coordinate GPS, non si sono ancora rotti i coglioni. O forse sì, ma non lo ammettono. Perché ammetterlo significherebbe ammettere che tutto quel mito – il rock come rivoluzione, come ribellione, come pugno nello stomaco – è diventato una copertina patinata. Un prodotto da over 60 che vuole ancora sentirsi vivo.
Ma adesso viene il bello. Perché se ci fermiamo un attimo e ascoltiamo davvero Foreign Tongues – il singolo “In the Stars” già in rotazione, la produzione di Andrew Watt (lo stesso di Hackney Diamonds e del nuovo McCartney) – forse scopriamo una cosa inquietante: non sono ancora morti. Musicalmente parlando, intendiamoci. Keith Richards lo dice chiaro: “Foreign Tongues ha una continuità con Hackney Diamonds. È stato fantastico tornare a lavorare a Londra, avere di nuovo quel vibe intorno. Per me è tutta una questione di goduria.”
Goduria. Non business, non necessità, non “ultimo saluto”. Goduria. Ecco la chiave. Forse il punto non è se siano ancora attuali o meno. Forse il punto è che a loro, fottutamente, interessa ancora farlo. E lo fanno bene. Con la stessa intensità di quando avevano vent’anni, ma senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa. E questa, per quanto ci faccia sentire in imbarazzo, è una lezione.
Paul McCartney che scrive una canzone sulle origini – “venivi dal nulla e ti costruivi” – e la canta con Ringo, non è nostalgia. È consapevolezza. È l’unico modo che hanno per dire: “Noi non siamo un museo. Noi siamo qui, vivi, e finché il cuore batte, facciamo questo.”
Allora cari lettori spetta a voi. L’opportunità – o l’anacronismo – non è solo una questione anagrafica. È una questione di sguardo. Se siete tra quelli che credono ancora in un’idea romantica e rivoluzionaria del rock, forse è il momento di fare i conti con il fatto che quella rivoluzione è finita. È diventata altro. Un disco di McCartney, un nuovo brano degli Stones, un giro di batteria di Ringo: non cambieranno il mondo. Ma cambieranno il vostro mondo per quei tre minuti. E forse, dannazione, è già abbastanza.
Per i giovani: lasciateli stare. Guardateli con sospetto, scuotete la testa, ascoltatevi i vostri Frank Ocean o la nuova wave generativa. Ma sappiate questo: non esisterà mai più qualcosa di così ostinatamente, stupidamente, meravigliosamente fuori tempo massimo. E c’è una forma di bellezza anche in questo.
https://rollingstones.com/
https://www.paulmccartney.com/
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Dopo due anni di silenzio apparente, il genio giapponese Keigo Oyamada – meglio noto come Cornelius – rompe la coltre di nebbia con una mossa a sorpresa. Non un album concettuale, non un’ennesima sperimentazione glitch-pop, ma una cover. E che cover: “Yumenemi” (o “Yume Ne Mi”), gioiello dimenticato del 1990 firmato Yosui Inoue, con tutto il suo sapore di mare, sole e malinconia da fine estate.
Il brano, già disponibile in streaming, segna l’inizio di una nuova era per Cornelius. Il progetto ha appena siglato un contratto con l’etichetta londinese Eat Your Own Ears, e il rilancio non è casuale: dietro c’è anche un’improvvisa ondata di attenzione su TikTok, dove intere generazioni sembrano aver riscoperto per caso la sua capacità di rendere pop l’impossibile.
L’ultima volta che avevamo sentito parlare attivamente di Oyamada era nel 2024, con l’EP Bad Advice/Mind Train (feat. Arto Lindsay) e l’album ambient Ethereal Essence. Prima ancora, il sognante Dream in Dream del 2023, arrivato però a valle di uno scandalo pesante: il ritiro (e/o estromissione del comitato) da compositore di colonne sonore originali per le Olimpiadi di Tokyo 2020 dopo la riesumazione di un’intervista in cui ammetteva episodi di bullismo verso compagni disabili in gioventù.
Ora Cornelius sembra volersi riappropriare del proprio spazio, senza drammi né proclami. Solo musica, discreta eppure dirompente. “Yumenemi” è il primo tassello. E se il passato pesa, il presente suona come una brezza aliena e familiare allo stesso tempo.
Ascoltala qui sotto.
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Dopo anni di onorato servizio, leggende, inni immortali e una dignità rock che pochi sanno ancora sfoggiare, i Deep Purple annunciano il ritorno alla carica. Il titolo? “SPLAT!”. L’effetto? Quello di un martello che si abbatte sul palco.
Il 24º album in studio della band inserita nella Rock & Roll Hall of Fame arriverà il 3 luglio 2026 via earMUSIC. E la parola d’ordine, secondo la band, è una sola: peso. Tanto, ma tanto peso. Ian Gillan, senza mezzi termini, lo definisce il loro lavoro “più heavy da molti anni a questa parte”.
E non è solo fumo. Il cantante ha osato l’azzardo più bello: paragonare i nuovi brani ai classici del periodo d’oro. Testuali parole:
“Siamo tornati su materiale compatibile con ‘Highway Star’, ‘Smoke on the Water’, ‘Lazy’ – la dinamica, l’equilibrio, il divertimento della musica che abbiamo fatto dal ‘69 al ‘73.”
Insomma, niente recuperi timidi. I Purple vogliono riprendersi quella densità primordiale che li aveva resi padroni dell’hard rock sinfonico e sbilenco.
A sostenere il colpo, una tournée mondiale da 86 date nel 2026, con già annunciato un tour nordamericano da headliner insieme ai Kansas (biglietti già in fiamme, letteralmente).
La line-up attuale tiene insieme storia e presente: i classici Gillan, Ian Paice alla batteria, Roger Glover al basso, il fedelissimo Don Airey alle tastiere e il recente innesto Simon McBride alla chitarra. Sì, perché dopo le cicatrici lasciate dall’addio di Steve Morse, McBride sembra aver riacceso la miccia.
“SPLAT!” non sarà solo un rumore. Sarà il suono di una leggenda che schiaccia ancora. E noi, da queste parti, siamo pronti a sporcarci.
I Deep Purple torneranno in Italia nel 2026 per promuovere Splat!” con tre concerti principali: il 16 luglio a Pisa (Pisa Summer Knights), il 17 luglio a Este (Castello Carrarese) e una terza data indoor il 17 ottobre 2026 all’Unipol Forum di Assago (Milano).
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