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C’è stato un momento, tra la fine degli anni ’80 e l’alba dei ’90, in cui lo shoegaze sembrava fatto di sospiri, effetti modulati e sguardi fissi sulle punte delle scarpe. Poi arrivarono loro: gli Swervedriver. E alzarono il volume – ma anche la velocità.
Il 1991 fu un anno spartiacque. Tra Loveless dei My Bloody Valentine e Souvlaki dei Slowdive, la scena inglese sembrava sprofondare in un abisso di bellezza statica. Invece, gli Swervedriver, provenienti da Oxford ma con il motore già acceso per la strada, misero in cantiere un debutto che suonava come un’autostrada deserta sotto un cielo di tempesta. Quel disco si chiamava raise, e compie 35 anni.
Uscito nel settembre 1991 per la Creation Records, raise non chiedeva permesso. Apriva con “Sci-Flyer” e già il riff sembrava una Dodge Challenger lanciata fuori controllo. Poi arrivava “Son of Mustang Ford” – titolo programmatico – con quella chitarra che non tremava, ma rombava. Adam Franklin e Jimmy Hartridge intrecciavano linee di chitarra che sembravano uscite da un garage rock psicotico, ma immerse nella riverberazione e nel feedback più tipici del genere. Il risultato? Shoegaze, sì, ma sporco.
Rispetto ai coetanei, gli Swervedriver avevano un’agenda diversa. Non cercavano la dissoluzione in un muro di suono, ma il momentum. Le loro canzoni avevano la forma del rock classico – strofe, ritornelli, ponti – ma l’anima distorta di chi aveva capito che la bellezza poteva essere aggressiva. “Rave Down”, “Deep Seat”, “Sandblasted”: ognuna di esse è un piccolo manifesto di uno shoegaze che non voleva annegare nel dream pop, ma sfondare il parabrezza.
raise non fu un successo immediato. Vendette poco, come quasi tutto nella scena. Ma col tempo divenne un oggetto di culto, il ponte ideale tra il noise rock americano (Dinosaur Jr., Sonic Youth) e la nuova ondata inglese. Per molti, resta il disco più “grintoso” mai uscito dalla Creation – un’anomalia perfetta in un catalogo pieno di eteree meraviglie.
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In un mondo di dischi che chiedono attenzione a colpi di concept e metadati, “Life Imitates Art” fa la cosa più semplice: suona. Sembra registrato con l’idea che, prima o poi, qualcuno dovrà portarlo su un palco appiccicoso, davanti a un pubblico che non è disposto a fare sconti a nessuno. I The Stripp arrivano dal sottosuolo di Melbourne (terra che da decenni produce rock come se fosse un bene di prima necessità) e qui impastano hard rock di scuola australiana, Hi-energy rock’n’roll, nervo punk e una certa disciplina power-pop: canzoni da tre minuti che sanno quando entrare, quando mordere e quando lasciare il segno di un ritornello.
Pubblicato ufficialmente il 23 gennaio 2026, Life Imitates Art arriva grazie al sostegno di un’alleanza internazionale di etichette. L’edizione australiana è curata da Bottom of the Barrel, quella riservata al mercato statunitense è di Spaghetty Town Records. In Europa, la distribuzione è affidata ai veterani spagnoli di Ghost Highway Recordings e quelli svedesi della Beluga Records, mentre la francese Bad Reputation ne ha curato l’edizione in cd.
Formati nel 2019, i The Stripp (Bek Taylor, voce e chitarra ritmica, Jason Zeke, chitarra e cori, Matt Brown, basso e Andy Cass, batteria) sono il classico gruppo che cresce a vista d’occhio tra soundcheck, furgoni e concerti in cui la band deve conquistarsi ogni centimetro. Aver condiviso palchi con Supersuckers, ZEKE, Cosmic Psychos, Stiff Richards e Hard-Ons non è solo una riga di curriculum: spiega perché qui tutto è calibrato sul qui e ora. Le canzoni hanno il passo del live — entrano, colpiscono, si tolgono di mezzo — eppure mostrano una band che sta imparando a pensare in termini più ampi, senza perdere la sua indole da club.
Se il debutto del 2022, Ain’t No Crime To Rock’n’Roll, aveva la fretta e la fame del primo giro, qui si sente una band che ha imparato a far pesare ogni colpo. Le chitarre restano ruvide (garage, non boutique), ma l’immagine è più nitida: batteria e basso spingono come un vecchio V8, e sopra ci sono quei cori che odorano di pub rock e di spigoli proto-punk. Non c’è lucidatura inutile, piuttosto un’attenzione nuova alle pause, ai cambi di marcia, a quel mezzo secondo in cui un riff può diventare un gancio. È rock’n’roll classico nella grammatica, contemporaneo nell’urgenza.
Il guadagno principale è nella fiducia: il suono è più pieno, i ritornelli più sicuri, la scrittura più attenta ai dettagli. C’è, inevitabilmente, anche un rovescio: quando spingi così tanto su un’identità precisa, qualche passaggio può sembrare familiare, quasi per inerzia. Ma è un rischio che appartiene ai dischi di rock’n’roll fatti bene: la ripetizione diventa stile, e lo stile — quando è solido — diventa firma. Qui la firma è chiara e, soprattutto, credibile.
Il disco si presenta con “If You Want Me”, che parte come un pugno amichevole: riff compatto, voce in primo piano, ritornello disegnato per essere urlato da un tavolo traballante. Le successive “So Long”, che profuma di garage, e “Good For Me” che spinge a rotta di collo, tengono insieme immediatezza e mestiere: niente fronzoli, solo la sensazione che ogni giro di chitarra abbia una destinazione. “Murder Mobile” abbassa l’assetto e fa rombare il basso, con quell’ombra Lemmy Klimster che attraversa la canzone senza trasformarla in esercizio di stile. “Turn Back Time” porta dentro una vena più melodica (la linea è da power-pop ruvido, alla Joan Jett), mentre “Gotta Go” è un concentrato di urgenza: una fuga in avanti a colpi di downstroke e batteria dritta, il tipo di brano che sembra scritto per far ripartire il set quando la sala inizia a distrarsi. E poi c’è la scelta, tutt’altro che ornamentale, di chiudere idealmente il cerchio con una cover: “MF from Hell” dei The Datsuns, suonata come un omaggio a un’altra generazione di rock neozelandese/australe capace di fare casino con stile. In coda, “The End” chiude con un mezzo sorriso scuro, come quando le luci del locale si accendono e ti rendi conto di quanto hai sudato.
Non è un disco che pretende di cambiare le regole: preferisce ricordarti perché certe regole funzionano ancora. “Life Imitates Art” è compatto, sanguigno, spesso irresistibile quando aggancia il ritornello giusto; e, anche nei momenti più lineari, conserva quella qualità che distingue i bravi mestieranti dalle band vere: la sensazione che ogni pezzo nasca per spiegare, come meglio non si potrebbe, perché ultimamente l’Australia è diventata un terreno fertile per alcuni dei migliori gruppi punk rock contemporanei, dai The Chats e Amyl and The Sniffers ai Teen Jesus and the Jean Teasers. E i The Stripp non sono da meno.
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Life Imitates Art by The Stripp
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Il rock’n’roll sa darti delle certezze, ma a volte anche delle sorprese non da poco. Per dirla in breve è questa la sensazione che mi ha lasciato il concerto tenuto a Roma dai The Peawees, andato in scena lo scorso sabato 16 maggio al circolo ARCI Magma nel quartiere di Tor Pignattara.
La band di La Spezia, capitanata da Hervé Peroncini, tornava a Roma a otto anni di stanza dall’ultimo concerto ed era alla seconda data di un tour che toccherà alcune città italiane prima di recarsi in Inghilterra e Spagna ma, soprattutto, era reduce da una breve e fortunata tournée in Giappone che ha ribadito la statura internazionale conquistata in un trentennio di attività.
E la sorpresa di cui parlavo all’inizio, si è palesata subito, non tanto perché li avrei visti in un piccolo a me sconosciuto club, quanto perché mai mi sarei aspettato di assistere ad un concerto in una vera e propria cantina che tutto potrebbe ospitare tranne che dei concerti con un pubblico senza che vi siano le minime garanzie di sicurezza e neanche le migliori condizioni per i musicisti di esibirsi.

Nonostante questo, l’occasione per vedere dal vivo una delle migliori formazioni italiane dedite al rock’n’roll era di quelle imperdibili, non solo per assaporare le versioni live del loro ultimo e, probabilmente, migliore album One Ride, ma anche per riascoltare molti dei loro classici pubblicati in sei dei sette album ufficiali di recente ristampati dalla Wild Honey Records e riuniti in un lussuoso box celebrativo, dal titolo Food For My Soul – The Collection che comprende anche una nuova compilation di b-side More Scraps, che viene commercializzata anche come Lp singolo.
La certezza di trovarsi davanti ad una macchina da guerra di rock’n’roll si è materializzata appena Peroncini, insieme al batterista Tommy Gonzales, al bassista Fabio Clemente e al chitarrista Dario Persi, hanno dato il via alle danze con Drive, uno dei singoli estratti dal già citato One Ride, subito bissati da due anthem come Christine (da Moving Target) e Memory As Gone (da Leave It Behind) prima di proporre la prima delle tre cover della serata Everybody’s Gotta Live dei Love.
Nonostante i problemi tecnici subiti dalla band, che aveva soprattutto un cattivo ritorno dei suoni dai monitor di palco, il quartetto non si è affatto risparmiato: Hervé Peroncini è sceso più volte dal palco per suonare e cantare in mezzo ad un pubblico apparso particolarmente recettivo, mentre Tommy Gonzales picchiava duro sulla batteria e Dario Persi e Fabio Clemente costruivano il suono, dandogli anche quella corposità scenica che è uno dei punti di forza dei Peawees.
Il concerto è stato un andirivieni sulla loro produzione discografica con brani tratti da Dead End City (2001), Walking The Walk (2008), Leave It Behind (2011), Moving Target (2018) e il recente One Ride (2024), spaziando tra atmosfere power-pop, frenesie punk, rimandi al garage dei sixties, il tutto assemblato con una scrittura originale e immediatamente riconoscibile.

Particolarmetnte piacevole è stato riascoltare brani del passato come Justify, By My Side, Walking Trough My Hell, Bleeding For You, Don’t Konock At My Door, Cause You Don’t Know Me, accanto alle hits del repertorio più recente come i singoli Plastic Bullet, Banana Tree, e sciccosissimi come The Wolf. C’è stato anche spazio per la cover di Don’t Look Back, brano scritto da Billy Vera e portato al successo dai The Remains, proposta nei bis aperti da una versione per sola chitarra e voce di You’ll Never Be Mine Again, e durante il quale è stato suonato l’ultimo dei brani più datati del set, la trascinante Road To Rock ‘n’ Roll che ha fatto la felicità dei fan della prima ora, tanti a giudicare da quanti si sono uniti a cantarla insieme al gruppo.
La chiusura è stata affidata alla classica Food For My Soul, prima di congedarsi con l’ultima cover della serata: Da Doo Ron Ron di Phil Spector portata al successo da The Crystals, che ha messo il sigillo ad un concerto godibile come pochi, che non ha fatto altro che confermare come The Peawees non solo siano una realtà consolidata del panorama rock nazionale, ma anche una di quelle che meriterebbero molto più successo di quanto sin qui ottenuto.
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Setlist
01 – Drive
02 – Christine
03 – Memory As Gone
04 – Everybody’s Gotta Love (cover dei Love)
05 – Ready To Go
06 – Wild About You
07 – The Wolf
08 – Plastic Bullet
09 – Lost In The Middle
10 – Don’t Knock At My Door
11 -Cause You Don’t Know Me
12 – Banana Tree
13 – Bleeding For You
14 – Justify
15 – Walking Through My Hell
16 – By My Side
Bis
17 – You’ll Never Be Mine Again
18 – Don’t Look Back (cover The Remains)
19 – Road To Rockk’n’roll
20 – Food For My Soul
21 – Da Doo Ron Ron (cover The Crystals)
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Memphis si è trasformata in una piccola succursale del paradiso new wave lo scorso weekend, quando Dave Matthews Band ha coinvolto niente meno che St. Vincent in un’irresistibile brano dei Talking Heads.
Era il concerto d’apertura del tour americano 2026 dei DMB, ospiti del Riverbeat Music Festival, e Dave Matthews ha deciso di alzare subito la posta. Sul palco è salita Annie Clark – per tutti St. Vincent – per un “duello” vocale e chitarristico su “Burning Down the House”, il classico senza tempo tratto da Speaking in Tongues (1983).
Attenzione: non è stata una semplice cover. Per la band di Matthews, il brano è da sempre un jolly nel mazzo, ma non veniva eseguito da ben 45 concerti. L’ultima volta era stata alla cerimonia di introduzione nella Rock & Roll Hall of Fame nel 2024. Stavolta, con St. Vincent al fianco, il fuoco è divampato più alto che mai. Un fan presente ha immortalato il momento – trovate il video in basso.
Ma la collaborazione non si è fermata lì. Clark è rimasta sul palco anche per “Spoon”, gemma oscura di Before These Crowded Streets (1998), prendendo su di sé la parte vocale originariamente scritta per Alanis Morissette. Un passaggio di testimone sottile, perfetto per chi ama le sorprese di lusso.
Il legame tra St. Vincent e David Byrne (Talking Heads) è del resto profondissimo: dal disco comune Love This Giant (2012) fino alla recente cover di Stevie Wonder “Chemical Love” (2023), passando per il Jazz Fest di New Orleans del mese scorso, dove si sono “rubati” a vicenda i set.
Chi volesse recuperare l’incendio dal vivo: il tour dei Dave Matthews Band è già in corso (35 date fino a luglio), mentre St. Vincent partirà a giugno per un tour nordamericano con orchestre locali dirette da Jules Buckley.
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Sono passati quattro anni da quando il mondo ha cominciato a bruciare davanti ai nostri occhi. O forse è sempre stato così, e solo adesso abbiamo smesso di distoglierli. Jonathan Meiburg, dal canto suo, ha deciso di guardare l’incendio in faccia, registrandone il crepitio su nastro magnetico. Il risultato si chiama The New World, il nuovo album degli Shearwater, in uscita il 31 luglio via Polyborus (con distribuzione Secretly Distribution). L’annuncio è accompagnato da due squarci di questo nuovo universo sonoro: i singoli ‘Daydream Unbeliever’ e ‘More and More’.
La band texana, attiva dal 1999 e con dieci full-length alle spalle per etichette di culto come Matador, Sub Pop e Misra, torna con la formazione che vede Meiburg affiancato da Emily Lee e Dan Duszynski. E lo fa con un disco che è insieme un atto di resistenza e un viaggio iniziatico.
“Se siete come noi — racconta Meiburg — vi svegliate con la sensazione che il mondo stia bruciando, sperando di riuscire a farci i conti se solo sapeste da dove cominciare. ‘Daydream Unbeliever’ e ‘More and More’ nascono da questo luogo inquieto. Se vi aiutano a sentirvi un po’ meno folli, benvenuti a casa”.
Il primo brano si apre con la cifra stilistica più riconoscibile degli Shearwater: archi in volo e un gong colpito da Jamie “Xiu Xiu” Stewart. Il video, girato e montato dallo stesso Meiburg durante una ricerca in Antartide (lui che da anni collabora con agenzie indipendenti per la protezione ambientale), trasforma la canzone in un’elegia polare, sospesa tra ghiaccio e meraviglia.
‘More and More’, invece, è tutt’altra bestia: campane e uccelli registrati a Berlino introducono un’esplorazione della paralisi emotiva. Il brano cresce con una pressione gentile, quasi ipnotica, mentre un pianoforte timido si gonfia fino a diventare una foresta selvaggia di suoni strani: un qanun, un violoncello filtrato attraverso un Leslie, una chitarra a 12 corde alta sei metri.
The New World, nei suoi nove brani immersivi, è anche una scommessa radicale. Dopo sei album con Sub Pop e Matador, gli Shearwater hanno scelto di autofinanziarsi, registrando tra Londra, Berlino, New York e il loro avamposto texano. Duszynski firma la regia del suono, mentre Leo Abrahams e Danny Reisch curano produzioni aggiuntive; il mix è stato realizzato da Reisch con la band a Los Angeles.
Gli ospiti, poi, raccontano da soli l’ambizione del progetto: Shahzad Ismaily, Doug Wieselman, Farouz Zriek, Leo Abrahams, Mamadou Kouyate, i percussionisti Mahamadou Tounkara e Moctar Kouyate (del gruppo maliano Ngoni Ba), e il leggendario Thor Harris. Un ensemble numeroso ma calibrato, che accompagna la voce di Meiburg — elegante, sfuggente, sempre un passo avanti al disastro — attraverso gioia, confusione, sfida, reverenza e tenerezza.
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