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Ci sono perdite che spezzano il respiro. La scomparsa di Steve Albini, avvenuta nel 2024, è stata una di quelle. Per i MONO, la band post-rock giapponese che da venticinque anni destruttura il suono, Albini non era solo il produttore dei dischi più importanti della loro carriera. Era un membro aggiunto, un fratello maggiore, il garante di quel caos orchestrato che da “Under the Pipal Tree” (1999) in poi ha reso il duo Takaakira Goto e Tamaki Kunishi una leggenda vivente della scena indipendente mondiale.
Oggi i MONO annunciano il loro tredicesimo album in studio, ‘Snowdrop’ (fuori dal 12 Giugno per Temporary Residence), e lo fanno con un peso addosso che si trasforma in grazia. Perché ‘Snowdrop’ è il primo disco registrato dopo la morte di Albini, e il primo affidato a un altro produttore: Brad Wood (Touché Amoré, The Smashing Pumpkins). Un passaggio di consegne che profuma di miracolo.
Wood non è un estraneo. È l’amico di una vita di Albini, e nel settembre 2025 è entrato nei sacri studi Electrical Audio di Chicago (mixato nel suo Seagrass Studio a Los Angeles) – lo stesso tempio dove i MONO hanno cesellato gran parte della loro discografia – per catturare otto momenti sonori. Con loro, ancora una volta, il direttore d’orchestra Chad McCullough, una decina d’archi e un coro di otto voci. Il risultato? Un album che doveva essere un requiem e invece è una celebrazione.
“Nel linguaggio dei fiori – raccontano i MONO a proposito del primo estratto – Winter Daphne rappresenta l’ultimo slancio di vita, la gloria e l’eternità. Nel momento imminente dell’ultimo saluto, la vita è esplosa con un senso d’orgoglio. I ricordi condivisi sono riaffiorati come in una lanterna magica. Poi, lentamente, è arrivata la quiete, e ti sei trasformato in luce, partendo in pace verso il cielo”.
Non c’è autocommiserazione, in queste parole. C’è la saggezza di chi sa che “tutti prima o poi lasceranno questo mondo e affronteranno la separazione”. E allora ‘Snowdrop’ diventa un monito d’amore a chi non c’è più. Ogni titolo di brano è un fiore, ogni fiore un messaggio tradizionale per i defunti. “La nostra speranza – proseguono i MONO – è che questo disco possa essere una fonte di luce e speranza per chi ha perso una persona cara”.
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Siamo nel 2001. Jimmy LaValle, chitarrista dei Tristeza e anima inquieta della scena hardcore/experimental di San Diego (Crimson Curse, The Locust, Swing Kids, GoGoGo Airheart), dà alle stampe il secondo capitolo della sua creatura solista: The Album Leaf. Il disco si intitola One Day I’ll Be On Time e, a distanza di un quarto di secolo, suona ancora come una preghiera laica al passare del tempo. Un’ora devastante di fotosintesi sonora.
Oggi quell’album – che tutti, all’alba dei duemila, indicavano come il futuro dell’indie e del post‑rock americano – torna in una edizione deluxe rimasterizzata per The Numero Group, in uscita il 22 maggio su doppio vinile. E non è solo una ristampa.
La nuova edizione contiene: l’album originale rimasterizzato e un intero LP live intitolato Last Time Here, registrato nel periodo in cui LaValle apriva i tour mondiali dei Sigur Rós (quelli che lo avrebbero portato in palazzi dello sport e teatri storici, chitarra e pianoforte a cesellare il silenzio).
Si potrà acquistare separatamente la ristampa del classico, il solo live, o il bundle completo. Una scelta obbligata per chi quelle delicate divagazioni di chitarra, i synth contemplativi, i field recordings inquieti e le percussioni pulsanti se li è portati dentro per venticinque anni.
One Day I’ll Be On Time è nato tra un tour e l’altro dei Tristeza, quando LaValle cominciava a cesellare un suono che non era più solo post‑rock strumentale, ma qualcosa di più intimo, liquido, sospeso. Un album che profetizzava il futuro – quello che sarebbe arrivato con In a Safe Place (e il benedetto zampino di John McEntire dei Tortoise) – ma che già conteneva tutto: il piano cristallino, le chitarre che si srotolano come nastri magnetici dimenticati, e quel senso di bellezza malinconica che solo Jimmy LaValle sa trasformare in melodia.
Questa edizione per il 25º anniversario replica fedelmente l’originale, ma si arricchisce di nuove note d’autore firmate da Adam Gnade e foto inedite dell’archivio. Per ritrovare, se mai l’avessimo smarrita, la musica che suonava come il futuro prima che il futuro accadesse.
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Ci mancava quel brivido nordico, quel sussurro che viene da un altrove fatto di nebbia, pixel e violoncelli. La band islandese che ha riscritto le regole del pop sperimentale (prima ancora che qualcuno chiamasse tutto questo “ambient pop”) si prepara a due imperdibili concerti italiani.
I múm ci danno appuntamento il 23 giugno 2026 a Bologna per BOtanique, e il 24 giugno al Circolo Magnolia di Milano.
Il live sarà incentrato su “History of Silence”, l’album uscito nel settembre 2025. Il titolo non è un vezzo poetico: qui il silenzio diventa materia, respiro, persino muro portante. Ogni pausa è un lento incedere, un’architettura rarefatta in cui il suono si sospende, poi riparte, sempre più imprevedibile.
C’è l’acustico che sfida l’elettronica, archi che si strofinano a sintetizzatori analogici, pianoforti che affondano in trame glitch. Un equilibrio precario e magnifico, dove ogni strumento trova il suo corridoio segreto.
Sul palco, la formazione attuale è un piccolo dream team delle avanguardie nordiche: i fondatori Gunnar e Örvar, la voce eterea di Sigurlaug Gísladóttir (aka Mr. Silla), il percussionista finlandese Samuli Kosminen. E spesso ad allargare il cerchio ci sono anche la violoncellista Gyða Valtýsdóttir e la chitarrista Róberta Andersen. In pratica, una nuvola di talenti che si muove all’unisono.
Piccolo promemoria per chi li ha persi di vista: dal 1997 a oggi, i múm hanno collaborato con Kylie Minogue, Kronos Quartet, Jóhann Jóhannsson, Hauschka e persino con un’orchestra sinfonica tedesca. Hanno rimandato il tour USA per via della pandemia, ma il loro ventennale di Yesterday Was Dramatic, Today Is OK (1999) è stato un piccolo evento culturale, con ristampe e tour tra Europa e Cina.
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Dal 24 al 28 giugno 2026 il Parco Colonie Padane ospita la kermesse regina del rock’n’roll e della cultura anni ’60. Tra i nomi: Billy Childish, Jon Spencer, Allah Las e The Mummies (nella foto). Novità: Boat Party (già sold out), area campeggio e bike sharing.
Cambiamento di rotta per il Festival Beat. Dopo oltre trent’anni trascorsi tra Piacenza e Parma, la manifestazione cult dedicata al rock’n’roll e agli anni Sessanta si sposta a Cremona. L’edizione 2026, la numero 32, si terrà dal 24 al 28 giugno nel Parco Colonie Padane, spazio verde affacciato sul Po già noto agli appassionati per aver ospitato il Tanta Robba.
Il cuore della manifestazione resta intatto: concerti, dj set, vintage market, food truck e la mitica festa in piscina. Ma ci sono anche diverse novità. A partire dal Boat Party in programma venerdì pomeriggio sul fiume Po, che ha già fatto registrare il tutto esaurito. A pochi passi dall’area festival sarà poi disponibile un’area campeggio e un servizio di bike sharing per muoversi in modo sostenibile tra le varie location.
Il cartellone di quest’anno sta già facendo impazzire gli appassionati in tutta Europa. Alcuni dei nomi in programma suoneranno a Cremona come unica data nel Vecchio Continente. Ecco i principali: Billy Childish (UK), The Mummies (USA), Jon Spencer and the Hitmaker (USA), Allah Las (USA).
A completare il quadro, i veterani The Schizophonics (USA), il combo svizzero Reverend Beatman & Milan Slick, i brasiliani Os Estilhaços, e le nuove leve come i belgi Tuff Guac e i nostrani Bad Plug.
Questo ilproframma nel dettaglio:
Mercoledì 24 giugno – Welcome in the City allo Spoon-Cremona con dj set e il live di Tony Sghembo.
Giovedì 25 giugno – Alle 16.30 la Beatle Boots Race (corsa con gli stivaletti) in una location ancora da annunciare. La sera all’AreaLive Parco Colonie Padane: Hiroshima Dandies, Midnight Kings e The Schizophonics.
Venerdì 26 giugno – Alle 15 il Boat Party (sold out). Nel tardo pomeriggio presentazione del libro sul CBGB e del magazine Gimme Danger. In serata: Tuff Guac, Reverend Beatman & Milan Slick, Allah Las e Jon Spencer.
Sabato 27 giugno – Pool party al Circolo Canottieri DLF (15-18). Presentazioni sui libri dedicati a dancehall e Keith Moon. La sera: Os Estilhaços, Reverend Beatman, Billy Childish e The Mummies.
Domenica 28 giugno – Ultimo pool party (15-19.30), poi BBQ e Happy Meal al Circolo ArciPelago con i live di Bad Plug e Mad Dogs. Chiusura affidata ai dj.
“Dall’Emilia-Romagna, che ha dato i natali alla manifestazione, nel 2026 il Festival Beat vivrà un nuovo capitolo a Cremona” – spiega Gianni Fuso Nerini dell’Associazione Bus1, organizzatore presente sin dalle prime edizioni. “Ringraziamo la città e l’Amministrazione, che ci hanno accolto con entusiasmo e grande sensibilità verso il valore culturale dell’evento”.
Luca Burgazzi, assessore a Cultura e Turismo del Comune di Cremona, aggiunge: “Il Festival Beat rappresenta un tassello strategico per la valorizzazione della città. La musica dal vivo è oggi una leva importante di sviluppo turistico ed economico. Per una città come Cremona, con una forte identità musicale, sostenere questi eventi significa investire nella filiera culturale”.
I biglietti sono già disponibili in prevendita online sul sito ufficiale www.festivalbeat.net. Considerate le uniche date europee di alcuni artisti, l’affluenza è prevista in forte crescita anche dall’estero.
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La band norvegese, composta da Torbjørn Brundtland e Svein Berge, e celebre da tempo per abbinare musica a videoclip di forte impatto artistico, con l’uscita della terza parte di Profound Mysteries aveva lanciato nel 2022 per etichetta Play It Again Sam l’intero boxset di 6 LP, con ben 30 tracce, 30 immagini di accompagnamento, 30 visualizers e 30 videoclip, con in più un booklet di 32 pagine realizzato da Jonanthan Zawada, artista australiano scelto come primo collaboratore video per l’intero progetto sin dall’inizio.
Ora con Nebulous Nights i Röyksopp completano il lavoro, costruendo una sessione “after-hour” del loro lavoro principale con tributi e richiami e reinterpretazioni delle 30 tracce del disco principale.
“Nebulous Nights, al di là del puro piacere di ascolto, cerca di sottolineare l’importanza del pensiero critico e della curiosità intellettuale. Realizzando un mindset che permette esplorazione e crescita personale, non limitando l’immaginazione e l’indagine a un punto di vista particolare. Cerchiamo di esprimere quanto fu catturato dall’aforisma di Einstein: “La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero. E’ la fonte di ogni arte e scienza”.
Come per il progetto iniziale Profound Mysteries, sono coinvolti in questo lavoro di ricerca non solo il designer Jonathan Zawada, e la casa produttrice cinematografica Bacon, ma anche Alison Goldfrapp, Susanne Sundfør, Pixx, Astrid e molti altri artisti. Si contano anche remixes di Mind Against, &Me, Qrion, Baauer, LP Giobbi, Maceo Plex, Enrico Sangiuliano, Jan Blomqvist, NTO ecc..
Questo nuovo progetto collaterale racchiude molto dell’eredità elettronica della band, attiva dal 2001 con l’esordio folgorante di Melody AM, ma che da ben otto anni non faceva più dischi, (solo remixes di pezzi famosi come per i Coldplay) per arrivare poi al 2022 con ben tre dischi in un anno.
Dopo tre ulteriori anni, la band ha prodotto qualcosa di completamente inedito con True Electric del 2025, ma a quanto pare non ha mai abbandonato davvero il progetto della vita, la trilogia della loro carriera, e oggi lanciano il side project dimostrando che in quella incredibile trilogia c’è ancora vita ed energia da regalare.
Questo Nebulous Nights accentua l’ispirazione onirica dei Royksopp, degna erede degli Archive, complice i sintetizzatori analogici che i due si ostinano a usare e che portano la loro musica elettronica in approdi così diversi da tanta musica elettronica contemporanea (a tal proposito una volta Svein Berge ha detto: “È abbastanza limitato il divertimento che si può avere usando un mouse”)
Se è vero che per il duo norvegese è stata per queste ragioni coniata la definizione di “musica calda”, è vero però che in questo ultimo disco la cerebralità fa più che capolino, dominando tutti i pezzi, che sono totalmente ambient e poco melodici e decisamente poco caldi, nonché poco cantati. Per esempio Flumen Aeternum è totalmente parlato e recitato, e per ascoltare una melodia compiuta bisogna arrivare alla track 08, Oh Vanity, dove si ascolta una dolce litania al piano. I primi esercizi di Synth arrivano con Lethargic Shift, ma non sono ancora un “pezzo” compiuto.
Insomma, come dice il sottotitolo del disco, Nebulous Nights è una “escursione ambient” all’interno del mondo già elettronico definito dai tre Profound Mysteries. Chi si attendeva anche in questo caso musica “calda” deve arrendersi: Nebulous Nights è poco più di un esperimento, una colonna sonora in cui i suoni vengono orchestrati quasi sempre accanto a suoni e rumori naturali, alla ricerca dell’evocazione onirica o metafisica. Cose da musica ambient, appunto, dove, come nel caso di We Remain Hidden, gli effetti di sottofondo finiscono per contare di più delle note suonate. Tutte le track del disco sono costruite intorno a un suono centrale, una nota o un accordo, e non c’è ritmo né melodia, ma solo evocazione. Qualcosa di più si trova in Come with Me (e qui la band mostra tutto il suo potenziale, non esploso) o in I’m there with you, ma è importante non avere aspettative per questo disco che rimane puramente concettuale ed evocativo, come le premesse e la presentazione da parte del duo hanno ampiamente chiarito. Un lavoro insomma che è da collezione per ricercatori, ma vicino all’inascoltabile per chi si aspetta musica strutturata.
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Nebulous Nights (An Ambient Excursion into Profound Mysteries) by Röyksopp
L'articolo Röyksopp: continua il viaggio del megaprogetto Profound Mysteries con Nebulous Nights proviene da Freak Out Magazine.
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