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Ci aveva lasciato con le ossa rotte col rock-blues di Bad As Me (2011). Undici anni dopo, Tom Waits torna a graffiare il buio, e lo fa nel modo che gli riesce meglio: parlando, quasi recitando, come un barbone metafisico appoggiato a un lampione fuori dal mondo.
Il pretesto è il nuovo 12 pollici in collaborazione con i Massive Attack, intitolato “Boots On The Ground”, uscito a sorpresa la scorsa settimana accompagnato da un film politicamente carico firmato dal collettivo di Bristol e dal photo artist thefinaleye. Ma è il lato B, “The Fly”, a far rizzare i peli – un pezzo parlato che Waits ha deciso di condividere per intero, o quasi, come un messaggio in bottiglia gettato in un mare di fango.
Nella tradizione di What’s He Building In There? e The Ocean Doesn’t Want Me, Waits costruisce una poesia macabra, ironica, disgustosa e sublime. La mosca è la protagonista, ma è anche uno specchio per l’ascoltatore: un cavallo alato nato “dalla coscia del Presidente”, cresciuto su un occhio di pesce morto, imparentato con scarafaggi, ratti, pulci e pidocchi.
“No one’s had a life stranger than you / You know famine, you know war, you know danger”, sussurra Waits con la voce che sembra venire da una radio AM rotta. “Roaches, rats, gnats, fleas, flies / No one’s gonna weep when you die”.
Poi l’immagine finale, degna del suo miglior teatro dell’assurdo: “Like two lazy violins braided together in a low spastic siren to warn us of nothing / And you’re named only after your ability to do so”.
Il singolo vede anche la partecipazione vocale del figlio Casey, ma è Waits, ovviamente, a rubare la scena – o meglio, il sottoscala. Dopo più di un decennio di assenza discografica, l’uomo che ha trasformato il rumore di un frigorifero in sinfonia ci regala un frammento di puro disagio danzante.
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C’è un filo rosso che lega il progetto solista di Michael Shuman, conosciuto per il suo ruolo nei Queens of the Stone Age e nei Mini Mansions, e la sua stessa esistenza. Il musicista californiano rilancia il suo alter ego GLU con un nuovo singolo dal sapore urbano e nervoso, intitolato “Pony Boy”.
Dal 2022, quando esordì con l’EP My Demons, Shuman ha usato questo pseudonimo per esplorare territori più oscuri e personali, lontani dalle architetture desert-rock della sua band principale. Lì raccontava lotta interiore, dipendenze e cicatrici d’infanzia. Oggi, con “Pony Boy”, il discorso si fa più esplicitamente contemporaneo: a trascinare il pezzo è un basso gorgogliante, ipnotico, su cui si innesta un beat spavaldo e una voce che rappa con ferocia controllata.
Il tema è la fuga dai riflettori.
“Sono una persona piuttosto riservata”, spiega Shuman. “Questo brano parla dei modi in cui hanno tentato di violare e infiltrarsi in quella riservatezza. Vivere a Los Angeles, e essere cresciuto qui, rende tutto più complicato. Soprattutto in questo ambiente: la gente vuole sapere tutto di te. Dove sei stato la scorsa notte, cosa hai mangiato a colazione, chi frequenti.”
Con “Pony Boy”, GLU trasforma quella tensione in una dichiarazione d’intenti. Non solo un brano, ma una linea tracciata sulla sabbia: “Penso che sia importante conservare una certa dose di anonimato”, continua il musicista. “Non sono un grande fan dell’esibirmi sui social, anche se so che fa parte della promozione oggi. L’ho visto succedere ad altre persone nella mia vita: può rubarti via un pezzo della tua identità molto velocemente.”
Un ritorno, quello di GLU, che suona come un atto di resistenza silenziosa, in cui la musica si fa scudo e lo streetwise si carica di un significato più profondo. Tra synth inquieti e una ritmica che non concede tregua, “Pony Boy” è il primo tassello di un nuovo capitolo.
L'articolo Michael Shuman (QOTSA, Mini Mansions) riprende il controllo con GLU: ascolta il nuovo singolo “Pony Boy” proviene da Freak Out Magazine.
I britpop survivors per eccellenza tornano e provano a far tremare nuovamente le corde dell’anima. I Dodgy non sono mai stati bravi a stare fermi, e il 2026 lo dimostra. Dopo il ritorno in classifica – roba che non capitava da un decennio – la band di Nigel Clark rilascia il nuovo singolo “It’s Not The End” e annuncia ufficialmente l’album “Hello Beautiful”, in arrivo il 1° maggio su Flip Flop Records.
Se il singolo title-album “Hello Beautiful” avevano riacceso la luce, questo nuovo pezzo ne esplora le ombre. Malinconico ma non rassegnato. Clark lo racconta senza giri di parole: “È nato in studio in fretta, da un testo semplice e sincero. La canzone ci ha guidato lei. Qualcuno ha detto che suoniamo come dei Dodgy più vecchi, più saggi, più profondi. Esattamente quello che volevo nel 2026.”
E non è solo musica. È un movimento che parte dal basso. Il batterista Mathew Priest lo ribadisce con orgoglio: “I locali indipendenti sono il nostro sangue. Lì abbiamo iniziato, lì continueremo a suonare.” Parola di chi non ha mai tradito la scena.
Ma il 2026 dei Dodgy non si ferma qui. A primavera partirà il “Hello Beautiful UK Album Tour”, mentre in autunno arriverà il vero viaggio nella memoria: trent’anni di “Free Peace Sweet”, l’album del ’96 che regalò perle come “Good Enough”, “In A Room” e “Found You”. Per l’occasione, la band suonerà il disco per intero in una serie di show speciali con il supporto degli Icicle Works.
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“Repetita iuvant”: due anni fa nel recensire “Focus On Nature” dei The Bevis Frond di Nick Saloman si titolò: “The Bevis Frond: Nick Saloman continua a sognare nel suo mo(n)do di ricordi”; per poter entrare nel vivo della recensione di “Horrorful Heights” (Fire Records), ultimo lavoro discografico a firma The Bevis Frond, è opportuno riportare quanto si scrisse all’epoca, poiché soventemente il già detto spesso aiuta.
– Premessa
Ebbene, per la pubblicazione di “Focus On Nature” si ebbe modo di chiarire: ‘Devo premettere che ho particolarmente amato Nick Saloman e i suoi The Bevis Frond, affascinato dai suoni e da quella profonda aura “underground” che ha caratterizzato soprattutto i dischi degli esordi “Miasma”, “Inner Marshland”, “Bevis Through The Looking Glass”, “Triptych”, pubblicati tra il 1987 e il 1988, e contenenti piccoli gioielli di rock psichedelico saturo, umbratile, lo-fi, acido … come cristallizzato nelle splendide “She’s In Love With Time”, “Termination Station Grey”, “The Shire”, “Into The Cryptic Mist”, “Lights Are Changing” …; sicuramente nulla di nuovo, ed anzi i richiami e le “citazioni” agli anni sessanta sono tante, ma Saloman ha dimostrato di aver interiorizzato e metabolizzato quel viaggio sonoro e visionario e a suo modo lo ha restituito con diretta immediatezza, tanto da far passare in secondo piano sia l’autoreferenziale indulgenza che la nostalgica essenza che è propria di quei lavori discografici.
Accade, però, che Saloman decida di “ripulire” il suono, di emanciparlo e di renderlo più fruibile e, nei confini dettati comunque dalla sua musica, mainstream e al contempo di avviare una produzione intensa, fatta anche di collaborazioni, alcune illustri come “Magic Eye” con Twink (doveroso citare il suo storico e imprescindibile “Think Pink” del 1971), perdendosi così nei meandri di una eccessiva operazione discografica destinata ad arricchire le collezioni degli appassionati’.
Ebbene, alle suddette (nuove) regole non sfugge nemmeno il comunque bello “Horrorful Heights”, disco di rock, duro, psichedelico, retrò ma affabile, in cui la matrice che da sempre caratterizza Salomon, sebbene “ripulita”, è presente con il consueto gusto e “suono”; con Salomon (Guitar, Keyboards, Vocals), Louis Wiggett (Bass, Pedal Steel Guitar); Dave Pearce (Drums), Paul Simmons (Guitar), Debbie Wileman (Vocals).
– “Horrorful Heights”
Messo il primo vinile parte “A Mess Of Stress”, muscolare ma melodica, a cui segue la sostenuta ballata da echi folk statunitensi “Best Laid Plans”.
Più oscure visioni riempiono la ruvida “Square House”, e dopo la breve “Quietly”, spazio per il primo viaggio space-lisergico in stile west coast, con la lunga “Space Age Eyes” caratterizzata dalle sue chitarre libere e sognanti a inseguirsi…
Girato il vinile, corde basse ed è la volta di “Naked Air”, brano dall’ossatura “punk” ma scarnificato della rabbia e della foga che senza soluzione di continuità conduce all’esotica e orientaleggiante “Horrorful Heights”.
Se “Draining The Bad Blood” unisce aggressività con melodia per un hard/pop di “successo”, “A Simple Pursuit” parte lenta e notturna per poi diventare progressivamente sempre più intensa ed elettrica.
L’hard rock in chiave anni settanta di “Hiss” chiude un primo vinile che si è lasciato ascoltare con il consueto piacere “made in Salomon”.
Messo il secondo LP “Animal Man”, “Romany Blue”, “Buffaloed” sono, ciascuna a proprio modo, un viaggio indietro nel tempo fino allo scadere degli anni sessanta…
“Mossback’s Dream”, cadenzata e cupa, è altro momento più che gradito per lo scrivente… per una composizione da proporre agli Hawkwind, così come di “genere” è “Silver Insects”.
Se “That’s Your Lot” è immediata e più moderna nei suoni… “Sink Estate” è desertica e assolata ballata.
“I’m Gonna Drag You Into My World” è “Momma Bear” (quest’ultima con piglio country/folk) proseguono nel solco gia tracciato finché una conclusiva e riuscita “King For A Day” da morbido psychobilly-blues in stile “Peter Gunn” congeda un disco che (repetita iuvant) restituisce un “Saloman che continua a sognare a suo modo e nel suo mo(n)do”.
https://bevisfrond.bandcamp.com/
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Horrorful Heights by The Bevis Frond
L'articolo The Bevis Frond e “Horrorful Heights”: “Repetita iuvant” proviene da Freak Out Magazine.
Dopo il ritorno trionfale del 2025, il CBGB Festival si riconferma come uno degli appuntamenti più attesi dell’anno per chi ha il punk nel DNA. Sabato 26 settembre, Brooklyn si prepara a tremare nuovamente sotto il ponte di Under the K Bridge, con una line-up che mescola sacro e profano, leggende viventi e furia contemporanea.
A guidare la carica ci sono tre nomi che pesano come macigni: Morrissey (sempre imprevedibile, sempre iconico), la poetessa del punk Patti Smith e i dark eroi newyorkesi degli Interpol. Tre generazioni a confronto, unite dalla stessa urgenza espressiva.
Ma il colpo da maestro di quest’anno è un altro: i Sex Pistols tornano a far parlare di sé con Frank Carter alla voce. Già, perché l’anno scorso Steve Jones si ruppe un polso costringendo la band a saltare il festival. Stavolta non ci sono scuse: Carter, ex Gallows e frontman vulcanico, raccoglie l’eredità più tossica del punk inglese. Promette scintille.
E poi, una valanga di nomi che farebbe impallidire qualsiasi raduno alternativo: Bikini Kill (riot grrrl in stato di grazia), gli storici Agnostic Front, i leggendari Buzzcocks, i deliranti Circle Jerks, e ancora High Vis, Mannequin Pussy, Militarie Gun, Upchuck, Violet Grohl (sì, la figlia di Dave, ma con una voce e un’attitudine tutte sue), le inarrestabili Sleater-Kinney e la sorpresa più freak: la Ramones tribute band The Return of Jackie and Judy guidata dal poliedrico Fred Armisen. Completano il quadro Haywire e molti altri.
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L'articolo CBGB Festival 2026: Morrissey, Patti Smith e i Sex Pistols a Brooklyn proviene da Freak Out Magazine.
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