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Dopo un 2025 passato a scandire il tempo con singoli dal sapore collettivo, i Disclosure rompono il silenzio con un gesto inaspettato e personale. “The Sun Comes Up Tremendous” è il loro primo assaggio del 2026, ma a fare notizia non è solo il ritorno in sede di produzione: è la voce di Howard Lawrence a prendersi il centro della scena, un evento raro quanto affascinante nell’economia del duo di Surrey.
Se nella scaletta dei fratelli Lawrence il microfono è stato spesso ceduto a illustri collaboratori (da Sam Smith a Khalid, fino ai recenti Pa Salieu, Anderson .Paak e Leon Thomas), questa volta è Howard a farsi carico della tensione emotiva del brano. E lo fa con la disinvoltura di chi, dietro la console, ha sempre saputo costruire architetture house e UK garage di precisione, ma ora sceglie il fronte della nudità vocale.
Il brano, che fluttua tra un’elettronica luminosa e un’urgenza quasi cantautorale, trova il suo contraltare visivo in un video diretto da Colt Grice e Moldyroom, duo che impasta estetica analogica e immaginario onirico. Il risultato è un cortocircuito tra intimo e monumentale, in perfetta sintonia con il titolo: un sole che sorge “tremendous”, appunto, imponente e silenzioso.
L’uscita del singolo scalda i motori per quella che sarà la prossima mossa dal vivo dei Disclosure. Infatti, il duo ha iniziato un tour nordamericano con un primo set al Coachella e un secondo domani 17 aprile, confermando ancora una volta il loro status di headliner silenziosi ma implacabili del dancefloor internazionale.
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C’era una volta il 2005, un disco che sembrava un lungo viaggio ininterrotto tra luci stroboscopiche, cavalli di battaglia e cuori infranti rimessi a nuovo col ritmo. Quell’album era Confessions on a Dance Floor, e Madge, insieme all’alchimista Stuart Price, riscrisse le regole della pista.
Ora, quasi vent’anni dopo, la promessa è mantenuta. Il sequel esiste. Si chiama Confessions II (sì, senza “on a Dance Floor”, come se il ballo fosse ormai un’estensione del corpo) e uscirà il 3 luglio per Warner Records. Di nuovo con Price al fianco, di nuovo con quell’urgenza ipnotica che mescola disco, house e preghiera laica.
“La gente pensa che la dance music sia superficiale. Ma hanno capito tutto sbagliato”, dice Madonna. “La pista da ballo non è solo un luogo: è una soglia. Uno spazio rituale dove il movimento sostituisce le parole”.
E, a quanto pare, non è una frase buttata lì per fare effetto. La Regina del pop ha svelato quello che lei e Price hanno usato come vero e proprio manifesto durante la lavorazione del disco:
“Dobbiamo ballare, celebrare e pregare con i nostri corpi. Sono cose che facciamo da migliaia di anni – vere e proprie pratiche spirituali. Dopo tutto, la pista è uno spazio rituale. È un luogo dove ti connetti – con le tue ferite, con la tua fragilità. Fare un rave è un’arte. Significa spingere i propri limiti e connettersi a una comunità di anime affini.
Suono, luce e vibrazione rimodellano le nostre percezioni, trascinandoci in uno stato di trance. La ripetizione del basso non la sentiamo solo: la sentiamo addosso. Altera la coscienza, dissolve l’ego e il tempo.”
Non c’è ancora traccia della tracklist, né un singolo ufficiale. Ma Madonna e Price hanno già rilasciato un teaser trailer che ne anticipa l’atmosfera – synth che pulsano, silhouette che si muovono come in un rito dimenticato.
Per ora, non ci resta che guardare (e ascoltare) quel teaser qui sotto, e prepararci a tornare in quella soglia. Perché la confessione, si sa, non è mai stata solo una canzone. Era un invito a perdersi per ritrovarsi.
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16 aprile, data comune per Tom Waits e Massive Attack. Entrambi hanno pubblicato un teaser social con la scritta “Boots On the Ground”, accompagnato da un link per il pre-order di quello che sembra un singolo omonimo.
L’indizio più suggestivo arriva dall’account Instagram di Tom Waits, che ha postato un video nero con un respiro affannoso in sottofondo (riconducibile alla sua voce) prima di rimuoverlo dopo pochi minuti. Massive Attack, invece, ha lasciato il proprio post attivo.
Il gruppo di Bristol aveva già anticipato novità discografiche per il 2026. Waits, invece, non pubblica un album dal 2011 (Bad As Me) è atteso anche su un progetto tributo a Shane MacGowan. Ma prima, c’è “Boots on the Ground.”.L’operazione potrebbe rivelarsi solo per un singolo o, ipotesi più affascinante, una collaborazione inedita.
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C’è un prima e un dopo nella musica degli American Football. E il punto di svolta, per la band emo-mathematica dell’Illinois, si chiama LP4. Atteso per il prossimo 1° maggio su Polyvinyl Records, l’album si presenta come un crocevia generazionale, con ospiti d’eccezione che spaziano dal punk furioso dei Turnstile al dream pop di Wisp, passando per l’indie rock storico dei Rainer Maria.
A impreziosire il quarto capitolo della discografia della band sono infatti Brandon Yates (voce dei Turnstile), Caithlin De Marrais (frontwoman dei Rainer Maria) e Natalie R. Lu (in arte Wisp). Yates presta la sua voce al brano “No Feeling”, registrato il giorno dopo che la band gli aveva chiesto, quasi per caso, di passare da Sonny DiPerri (produttore) a Los Angeles. “C’è una qualità argentea, quasi eterea, nella sua voce quando sale sugli acuti e tiene quelle note lunghe”, racconta Nate Kinsella nel nuovo bio che accompagna il disco sul sito della Polyvinyl. “È andata ben oltre ciò che mi aspettavo per quella canzone”.
De Marrais appare invece in “Blood on My Blood”, un pezzo che sigilla idealmente un’amicizia lunga decenni: Mike Kinsella, voce e chitarra degli American Football, era solito vendere merchandising per i Rainer Maria nei primi tour. Sul versante più etereo, la giovane Wisp regala “il perfetto contrasto etereo” al brano “Wake Her Up”, descritto come “quasi pop”.
Ma è lo spirito con cui è stato concepito LP4 a fare la differenza. Come sottolinea il chitarrista Steve Holmes: “Il fascino del primo disco è che poteva essere fatto solo da ragazzi. Questo, invece, poteva essere fatto solo da adulti. C’è uno swagger che viene dalla consapevolezza di chi fa questo mestiere da tanto tempo, e c’è una profondità nei testi di Mike. Ci sono ancora rotture e crepacuori, ma sono molto più reali”.
Il primo assaggio, la lunga e ipnotica “Bad Moons” (uscita nelle scorse settimane), ha già dato il tono: arrangiamenti più audaci, strutture che osano. E lo stesso Mike Kinsella rivendica la crescita artistica del gruppo: “Dalle strumentazioni agli arrangiamenti, fino a Nate che corre contro il microfono e si scusa, e noi abbiamo lasciato tutto nell’album. Sono orgoglioso delle scelte che abbiamo fatto. Siamo migliorati come scrittori di canzoni. Abbiamo lavorato insieme meglio che mai. Questo album è un atto di fede, musicalmente. Ma sono orgoglioso di aver avuto l’ambizione di provare qualcosa di diverso”.
Gli American Football porteranno il nuovo lavoro in tour mondiale a partire dal 15 maggio, con partenza da Denver e gran finale il 16 agosto a Minneapolis. Un ritorno che, a sentire le prime avvisaglie, sa di maturità senza rinunce, di ferite aperte ma guardate con gli occhi di chi ha smesso di avere paura.
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American Football (LP4) by American Football
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Courtney Barnett ha sempre scritto canzoni come se fossero annotazioni a margine di una tradizione più ampia: quella dei songwriter per cui il rock non è mai stato una questione di virtuosismo, ma di osservazione, ripetizione e verità emotiva. Creature Of Habit (Fiction Records), il suo quarto album, non rompe questo patto; lo rafforza. È il disco di un’artista che ha smesso di cercare una direzione nuova a ogni passo e ha imparato, invece, a camminare con decisione dentro il proprio ritmo.
Dopo Things Take Time, Take Time (2021), l’album arriva in un momento di vera transizione. Barnett ha chiuso la sua etichetta Milk! Records, si è trasferita da Melbourne a Los Angeles e ha deliberatamente rallentato il suo processo creativo. Registrato inizialmente a Joshua Tree con Stella Mozgawa (che ha suonato rutte le parti di batteria) e Marta Salogni, poi completato a Los Angeles con John Congleton, Creature Of Habit porta con sé lo spazio e la chiarezza dell’ambiente circostante. Come in certi dischi di Neil Young registrati lontano dalla città, l’ambiente si insinua nella musica – non come atmosfera, ma come ritmo.
«Non esiste una melodia perfetta», canta Barnett in Mantis, «ma continuo a cercarla ogni mattina tra gli alberi». È una frase che funge anche da dichiarazione d’intenti. Barnett non sta inseguendo la canzone definitiva; sta documentando l’atto di cercare. La sua scrittura si basa ancora su sottili cambiamenti, progressioni di accordi essenziali e un’interpretazione vocale che rifiuta di esagerare l’emozione. La forza deriva dall’accumulo, dall’osservare gli stessi dubbi che tornano in forme leggermente alterate.
La produzione riflette questa moderazione. Le chitarre rimangono centrali, pulite ed elettriche, ma mai aggressive. La sezione ritmica si muove con un impulso costante e umano. La batteria di Mozgawa è particolarmente cruciale, dando solidità alle canzoni senza imprigionarle nella rigidità. Questa è musica da band nel senso classico del termine: organica, imperfetta e a proprio agio con lo spazio.
L’album si apre con Stay In Your Lane, che segnala immediatamente un cambiamento. Barnett passa dalla paralisi (“Mi sento come un pesce all’amo”) alla determinazione, cavalcando una linea di basso tesa e un’urgenza spezzata. È uno dei suoi brani di apertura più trascinanti, coronato da un finale improvviso e irrisolto che rispecchia il tema della canzone. One Thing At A Time segue un arco simile, partendo da un jangle-pop soleggiato prima di distendersi in una distesa psichedelica e sciolta. “Oh mio Dio, sono pronta per un cambiamento”, ripete – non come uno slogan, ma come una stanca presa di coscienza.
Altrove, Barnett spinge il suo sound in modi piccoli ma evidenti. Sugar Plum si appoggia a una chitarra pop squillante anni ’80, mentre Same si immerge in una malinconia più fredda e venata di synth che richiama la new wave più morbida di quel decennio. Questi esperimenti non sembrano mai forzati; sono integrati naturalmente nella sua voce di cantautrice. Great Advice riporta in auge il suo umorismo asciutto, accoppiando percussioni groovy e archi sospirosi con un testo che scrolla di dosso la cultura dell’auto-miglioramento a favore dell’auto accettazione.
Un territorio più familiare emerge in brani come Mostly Patient, con il suo sobrio twang country-pop, e Site Unseen, dove le armonie di Katie Crutchfield aggiungono calore senza smussare gli spigoli di Barnett. Wonder e la conclusiva Another Beautiful Day rivelano una ritrovata sicurezza melodica. Quest’ultima, che supera i cinque minuti, sembra una tranquilla dichiarazione d’intenti: un’accettazione del cambiamento non come trasformazione, ma come pratica quotidiana.
Dal punto di vista dei testi, Creature Of Habit riprende i temi che hanno definito la carriera di Barnett: indecisione, procrastinazione, sindrome dell’impostore. La differenza questa volta sta nel tono. Mentre i dischi precedenti trasmettevano ansia e insicurezza, questo suona sereno. Le abitudini non sono presentate come trappole, ma come strutture: qualcosa in cui lavorare piuttosto che da cui fuggire.
Questo è ciò che rende Creature Of Habit il suo album più “classico” fino ad oggi. Non perché guardi al passato, ma perché comprende un principio fondamentale del rock: la longevità deriva dalla coerenza, non dallo spettacolo. Courtney Barnett non insegue il momento. Lo attraversa, con calma e determinazione. Così facendo, continua a costruire un corpus di opere che appare sempre più solido, sicuro e silenziosamente duraturo.
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