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Quattro ragazzi del Kentucky, un suono uscito da un’altra dimensione e un’eredità che pesa come un macigno. Il 28 marzo del 1991 usciva il testamento dei ragazzi che avevano visto oltre l’hardcore.
Sono passati trentacinque anni e ancora oggi, quando metti il needle del tuo piatto su Spiderland, viene voglia di abbassare la luce e alzare il volume. Se quattro adolescenti del Kentucky, reduci dalle macerie del punk più ortodosso, abbiano davvero partorito qualcosa che non solo non assomigliava a niente di esistente, ma ha di fatto inventato il post-rock, il math rock, il noise rock e l’avant-rock tutto in un colpo solo.
E sì, perché prima degli Slint c’erano i Squirrel Bait che pubblicarono un EP omonimo e un album dal titolo “Skag Heaven” (nella foto sotto).

<a href=”https://squirrel-bait.bandcamp.com/album/skag-heaven”>Skag Heaven by Squirrel Bait</a>
Loro sì che facevano un punk-hardcore viscerale, diretto, sporco. Ma è dalla loro dissoluzione, insieme a quella dei Maurice, che nel 1986 nasce qualcosa di completamente diverso. David Pajo (chitarra), Britt Walford (batteria) ed Ethan Buckler (basso) iniziano a suonare, poi si aggiunge Brian McMahan (chitarra, voce). Il primo album, Tweez (1989), registrato da un certo Steve Albini, è già un unicum: nervoso, spezzato, geniale. Ma è solo un’anticamera. Buckler, insoddisfatto, lascia. Al suo posto arriva Todd Brashear. E lì, nell’estate del 1990, la band si chiude in sala prove e scrive ciò che diventerà Spiderland.
La storia è ormai leggenda: quattro giorni di registrazione nell’agosto 1990 con Brian Paulson (non Albini, stavolta). McMahan e Walford hanno le melodie vocali in testa, ma i testi li scrivono all’ultimo minuto, in studio. Per pudore, per timore, per quel senso di esposizione totale che aleggia su ogni nota. McMahan non vuole che nessuno ascolti la sua voce prima del momento fatale: “È stato un colpo unico, un’esperienza catartica”, dirà poi.
E si sente. Si sente la tensione, la fragilità, quel senso di naufragio imminente che attraversa Breadcrumb Trail, Nosferatu Man, Good Morning, Captain. La voce di McMahan passa dal parlato sussurrato allo scream disperato senza preavviso. Le chitarre di Pajo disegnano geometrie impossibili, il basso di Brashear è un abisso che si apre e si richiude, la batteria di Walford sembra uscita da un incubo sincopato.

Non ci sono ritmi convenzionali. Non ci sono strofe-ritornelli. C’è solo un’architettura sonora che sembra sul punto di crollare da un momento all’altro – ma non crolla mai.
Quando Spiderland esce, il 27 marzo 1991, gli Slint si sono già sciolti. La depressione di McMahan, l’intensità insostenibile delle sessioni, le voci di ricoveri in cliniche psichiatriche (smentite, ma credibili). Il disco vende poche migliaia di copie. Negli Stati Uniti passa quasi inosservato. Ma in Inghilterra alla Touch&Go records iniziano ad ascoltarlo con le orecchie giuste.
E poi, lentamente, come un’onda che impiega anni a raggiungere la riva, Spiderland diventa ciò che è oggi: il disco di culto per eccellenza, il manifesto di un’intera generazione di musicisti. Dai Godspeed You! Black Emperor agli Explosions in the Sky, dai Mogwai (Stuart Braithwaite disse: “Quando l’ho sentito, non era come niente che avessi ascoltato prima”) ai giovanissimi che ancora oggi scoprono che si può fare rock senza seguire nessuna regola.
Spiderland non è solo un album. È un punto di non ritorno. Prima di lui, c’era il punk che diventava post-hardcore. Dopo di lui, c’è tutto il resto: il math rock, il noise, il post-rock come categoria, l’idea che il silenzio possa essere potente quanto un muro di amplificatori. Lou Barlow (Dinosaur Jr., Sebadoh) disse che sembrava “un nuovo tipo di musica”. E aveva ragione.
A trent’anni di distanza, riascoltare Spiderland significa ancora perdersi in un labirinto. Significa capire che quattro ragazzi di Louisville (Kentucky), con la faccia sporca e il cuore pesante, hanno scritto una pagina che nessuno potrà mai riscrivere. E lo hanno fatto senza concessioni, senza paura di sembrare fragili, anzi, facendo della fragilità la loro arma più affilata.
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L'articolo SLINT: trentacinque anni fa “Spiderland”, il disco che ha inventato il “Post-Rock” proviene da Freak Out Magazine.
Per importanza potrebbe addirittura essere la notizia musicale dell’anno, ma in ogni caso è certamente una delle più belle sorprese pasquali per i fan della prima ora degli anni ’80 e ’90: gli U2 non sono tornati ma, come recita una delle loro ultimissime canzoni, sono proprio risorti! Se qualche cenno di risveglio era presente nelle canzoni politiche del primo EP, Day of ash (uscito nel mercoledì delle ceneri – qui l’articolo – ), non foss’altro che per i testi, taglienti e impegnati come ai tempi di allora, il secondo EP pubblicato uscito il venerdì santo, 3 aprile, riporta il sound della band ai tempi più fasti, con sfumature che ricordano se non le canzoni principali quantomeno i lati B dei singoli dell’epoca di quando gli U2 erano gli U2.
Nel secondo EP, Easter Lilly, uscito come il primo in edizione digitale per lo storico fanzine Propaganda, lo si comprende subito sin dai primissimi riff della chitarra di Edge, nell’intro di Song for Hal, (canzone dedicata al produttore e amico Hal Willner scomparso per complicazioni Covid nel 2020) recuperando le sfumature e le ecoizzazioni che hanno reso quel suono tipico in tutto il mondo e che ha fatto scuola.
Si comprende solo con Easter Lily, ora che l’operazione è completa, che le due uscite sono collegate e persino complementari, nella misura in cui il primo EP ha ancora il sound a cui la band ci ha abituato negli ultimi anni (con tutti i difetti del caso) ma più pulito e soprattutto “serio”, e inoltre contiene testi che hanno una voglia di attaccare fatti e nomi dei protagonisti della drammatica situazione politica attuale mai così direttamente con volontà di denuncia che non si sentiva dai tempi di “please” del 1997.
E dopo aver tuffato gli ascoltatori nella drammaticità dello sterminio a Gaza (One Life At a Time e Tears of Things), della repressione in Iran (Song of the Future), della violenza delle squadracce di Trump (American Obituary) e dell’invasione Ucraina (Yours Eternally), accompagnati in quest’ultima da Ed Sheeran e da un commovente video di riprese dal vero dei soldati ucraini, il secondo EP canta con solarità e luminosità dei tempi migliori la rinascita, il risveglio, la resurrezione, con uno spirito religioso che è sempre stato proprio della band, ma che non trovava ispirazione così sincera e profonda dei tempi di Gloria, Surrender, 40. A nessun fan della prima ora potrà sfuggire peraltro che se Gloria conteneva un inno in latino, Easter Parade canta il ritornello corale in greco antico (il Kyrie Eleision dei primi cristiani): non può essere un caso e non lo è perché tutto quello che si ascolta nel contesto di questi due EP è assolutamente coordinato, voluto, ma tutt’altro che macchinoso, al contrario insieme costituiscono una specie di concept album che si muove in maniera speculare: dramma sangue e sdegno nelle prime sei track (5 canzoni e una poesia musicata, Wild Peace) di Day of Ash, solarità, vita, gioia, inni e spiritualità nelle seconde sei canzoni, tra le più intime e religiose che gli U2 abbiano mai scritto nella loro lunga carriera.
E’ Bono a spiegare l’ispirazione che sottosta alle canzoni solari e luminose di Easter Lily (per quelle politiche ha detto, laconicamente: “Sei cartoline dal presente.. in cui avremmo desiderato di non essere”). Forse proprio dopo aver composto sotto stimolo dell’attualità e dell’impegno, di riflesso la band si è posta domande esistenziali: le nostre relazioni umane sono giunte a un momento in cui sono sfidate (Scars)? Quanto sei pronto a combattere per l’amicizia (In a Life, Song for Hal) La religione è ormai tutta spazzatura e rituali o ci sono risposte nei suoi meandri e nei suoi cerimonali (Resurrection Song, Easter Parade)?
Ma quello che colpisce è la rinascita musicale: stilisticamente Easter Parade è la nuova Three Sunrises, inno alla gioia spirituale che risale a Wide Awake in America, un EP, per capirci, dei tempi di Unforgettable Fire, e molto guitar sound di Scars e Resurrection Song sembra la ripresa di esercitazioni scartate dei tempi di The Joshua Three. E scusate se è poco.
Ma in realtà succede in tutte le prime cinque canzoni di Easter Lily che la chitarra di Edge, rinvigorita a nuova luce, disegna riff che non si ascoltano da tempi immemori: deciderà il fan se collegare queste canzoni ai tempi di All That You Can Leave Behind del 2001, l’ultimo disco veramente bello degli U2 da 25 anni a questa parte, o se parti e sfumature di quei riff, di quegli armonici e di quegli arpeggi lo riporteranno addirittura ai tempi di The Sweetest Thing (nella versione originale si intende, lato B di Where the Streets Have no Name), Halleluja Here she Comes o insomma qual che vogliate pezzo “scartato” degli album classici o classicissimi.
Ma andiamo per ordine: per spiegare questo entusiasmo e il senso di questa notizia bisogna ricostruire il declino del suono della band dal 2004 al 2023, quando in vent’anni, salvo rare eccezioni (ad esempio buona parte di No Line in the Horizon, album sottovalutato e ahimè finito nel tritacarne della critica di tutta la produzione inascoltabile degli ultimi vent’anni degli U2, oppure singoli episodi negli altri dischi come All Because of You, Every Breaking Wave e veramente poco altro, giusto qualche side track capolavoro che del tutto incomprensibilmente veniva scartata dai dischi principali, come Mercy o the Book of Your Love) gli U2 non sono riusciti a produrre altro che delusioni ai fan che li hanno prima apprezzati e poi amati ascoltandoli ai tempi della prima ora. Dopo essersi meritatamente costruiti la fama di migliore band rock degli anni ’80 e ’90 insomma, in una sorta di cupio delendi sembravano essere impegnati a distruggere tutto quello che avevano fatto musicalmente di buono, e anche la loro stessa immagine di band seria, impegnata e dalla parte degli umili, che altrettanto avevano costruito meritoriamente, soprattutto per i testi, nel primo ventennio.
Qualcuno di vicino a loro deve finalmente avergli detto, dopo pezzi semplicemente intollerabili come Get on your Boots, the Miracle, Love is Bigger than Anything in its Way, “ragazzi (oramai più che sessantenni), ma che cazxo avete combinato? Dove siete finiti?”
Ecco: i due EP insieme sembrano la risposta a questa ipotetica domanda che però è stata una domanda concretissima nella testa e nel cuore di tanti fan.
In Day of Ash siamo ancora lontanucci dalla resurrezione completa: American Obituary saluta bene la ritrovata verve di Larry Mullen alla batteria, e una impostazione rock nel basso di Adam Clayton che mancava da un po’, ma la canzone ha ancora i falsetti ormai insopportabili che Bono usa negli ultimi vent’ anni per sostituire la perdita di tonalità alte che lo caratterizzavano, così come Song of the Future, dove arrangiamenti, post produzione e voce di Bono sono ahimè quelli soliti attuali, ovvero suonano poco curati e buttati là tanto per fare. Decisamente meglio la ballata Tears of Things, forse un po’ melensa, e ancor meglio One Life at a Time, che si eleva di molto rispetto al resto del disco, ed è forse l’unica di “livello U2”, e Yours Eternally, il cui unico difetto è di essere troppo Coldplay, ovvero purtroppo il livello massimo a cui gli U2 potevano aspirare ultimamente.
Ed ecco invece arrivare Easter Lily: nella prima track, Song for Hal, c’è tanto e subito la chitarra di Edge, con riff e armonici che sono una dichiarazione di intenti e insieme una bandiera stilistica, e la batteria di una volta, quella di quando Mullen era tra i migliori al mondo. Anche la voce è quella di una volta ma attenzione: si tratta di Edge in gran spolvero, che dimostra (cosa ben nota ai veri fan) di avere una voce solista seconda solo al Bono dei tempi di Bad e Pride ma non certo al Bono attuale.
Certo, a questi nuovi U2 che varcano la soglia del secondo quarto di XXI secolo manca ancora una caratteristica fondamentale del tempo che fu, ovvero la capacità di fare canzoni dure e cattive come Bullet the Blue sky o Silver and Gold o Exit e tante altre, o anche solo pezzi rock tosti come God Part II o Hawkmoon 269 o Wire (con il mal riuscito tentativo di sostituirle dal 2004 con pezzi dinamici ma tutt’altro che efficaci come Vertigo o Blackout).
Questo non c’è più stato dopo il bellissimo e sottovalutato disco Pop (dal tono musicale tutt’altro che omonimo, in realtà il loro disco più cupo dell’intera carriera), l’ultimo a essere duro e anche a essere impegnato, non a caso. E certo, nemmeno c’è o ci sarà mai più il lirismo epico di One Tree Hill, Pride, Bad, A Sort of Homecoming, I Still Haven’t Found, e tantissime altre hit classiche che chiunque ricorda.
Ritorna però nell’ultimo EP di Pasqua la spiritualità, il sound epico-intimo, la solarità tonante di pezzi storici come Luminous Times o Running to Stand Still. La si percepisce, con tutto l’entusiasmo che Bono stesso trasmette cantando (e smettendo di falsettare) in Resurrection Song, Scars, e Easter Parade, o che trasmettono con carica e groove ritrovato Mullen e Clayton in tutti e cinque i pezzi, mentre l’ultimo, COEXIST (I Will Bless The Lord At All Times?) è una preghiera assorta, intima e intensa, musicata nientemeno che da Brian Eno, altro ritorno mitico.
Molti potrebbero nel frattempo in questi 25 anni essersi stancati di tarda sdolcinatezza e solarità pop-rock che si ascolta dai tempi di Beautiful Day, però il sound di quest’ultimi due EP è perlomeno sincero, serio, un sound che si è sfidato alla ricerca continua di miglioramento, come invece non avevano fatto negli ultimi cinque dischi (con la dovuta eccezione, ripetiamo, di No Line on the Horizon del 2009 che ha pezzi da rispolverare). Insomma si vede lo sforzo, il palese tentativo di voler fare un passo avanti rispetto agli esiti particolarmente scarsi di Songs of Innocence e Songs of Experience e all’insuccesso oggettivo di Songs of Surrender, l’ultimo lavoro del 2023, in pratica un rifacimento delle proprie canzoni classiche in cui nemmeno una era in una versione migliore o anche solo dignitosamente ispirata rispetto alla originale.
Gli U2 non torneranno mai, senza dubbio, quello che sono stati negli anni ’80 e ’90, ma quest’ultima versione di loro stessi che ascoltiamo soprattutto nel secondo EP, complice la felice scelta di Jacknife Lee come produttore, potrebbe essere quella che se perseguita con costanza significherebbe un dignitosissimo congedo dalla musica per una band che certamente non può pretendere e a cui non si può chiedere di offrire ora il meglio della propria discografia e produzione artistica, a quasi cinquant’anni dalla loro nascita.

Si poteva e si doveva e si deve pretendere invece che facciano del loro meglio, che non si siedano sugli allori, che non trasformino la loro ispirazione in un pop melenso e commerciale come spesso, troppo spesso, è accaduto in questi ultimi vent’anni. Ebbene, questo succede negli ultimi due lavori ed è la buona notizia che ci si poteva attendere, soprattutto in funzione dei rumors sul nuovo disco che dovrebbe uscire alla fine di quest’anno e che sarà il vero banco di prova di tutto quello che abbiamo scritto qui. La band ne parla da parecchio e lo racconta come qualcosa di completamente nuovo, folk psichedelico e post moderno, mentre Bono in questi giorni ha ribadito che “siamo al lavoro su un album rumoroso, confusionario e irragionevolmente colorato, che possa suonare bene dal vivo perché è lì che vivono gli U2”.
Ha proseguito poi con una dichiarazione che era negli anni ’80 e ’90 un loro credo, ma oggi suona anche come una conferma di quel che si sente negli EP: “Cerchiamo ancora di fare rock vivido come atto di resistenza a tutto ciò di orribile che i nostri schermi mostrano”.
L’orrore, prima raccontato con sdegno e commozione sincera per la perdita di vite umane in Day of Ash, è combattuto a colpi di riff ecoizzati, cori epici e sentimenti positivi in tormentata ricerca di se stessi in Easter Lily: forse una nuova strada, non la stessa dei tempi andati ma nemmeno quella degli anni bui, una nuova strada fatta di dolcezza, spiritualità ma anche tanta serietà e impegno musicale. Qualcosa per la quale Bono in Resurrection Song risponde a chi è pronto per ribadire le critiche (meritate) che non sono mancate in questi ultimi anni: “se vi sembro ridicolo, sappiate che non ho ancora finito”.
Anche questo motto è un retaggio di tempi giovanili, in cui erano in difficoltà e imbarazzo per essere insieme una band rock di contestazione e però anche bravi ragazzi cattolici. Un ennesimo retaggio che fa ben sperare.
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L'articolo U2: con “Day of Ash” e soprattutto “Easter Lily” ritorna, finalmente, il sound smarrito negli ultimi venti anni proviene da Freak Out Magazine.
Dritti dentro un muro di suono. Parafrasando il titolo di un bellissimo testo sul punk italico, è questa la definizione più pertinente che mi viene in mente dopo aver assistito alla performance degli Zu in quel del Bronson di Madonna dell’Albero (Ravenna). Quella scaraventata sul pubblico dal combo romano è una vera e propria onda d’urto sonica composta si da decibel (più contenuti e misurati di quelli temuti in realtà) ma fatta soprattutto di compattezza e precisione. Il trio composto da Massimo Pupillo, Jacopo Mai e Paolo Mongardi, d’altra parte, fonda i propri natali alla fine degli anni 90. Non proprio di primo pelo insomma. Colpiscono comunque l’estrema pulizia e sincronicità che riescono a cesellare all’interno di una cifra sonora così rumorosa ed estrema. Dall’incipit fino alla fine del live il suono erompe dall’impianto e travolge, come uno tsunami. E’ una sorta di esperienza catartica alla quale non serve a nulla opporsi. Va assecondata e accolta per farla propria, Basta osservare il pubblico. Inizialmente rigido e contratto finisce per lasciarsi andare a un’estatico pogo che sembra fondere vecchie usanze hardcore a movenze di stampo tribale. C’è lava di diversa composizione nel magma creativo degli Zu. Il noise che ha caratterizzato le primigenie esperienze dei futuri membri della band. Il free jazz sperimentale portato dal sassofonista Jacopo Mai. Il cosiddetto Jazzcore, prima etichetta appiccicata alla band dopo Bromio, esordio datato 1998. Da qui amicizie e contaminazioni con altri geni folli quali No means No e The Ex. Tutta la voglia di sperimentare e abbattere ogni steccato musicale che ha fatto loro incrociare la strada con personaggi del calibro di John Zorn e Mike Patton. Insomma gli Zu live sono tutto ciò ma con un qualcosa in più: un suono che è inequivocabilmente soltanto loto. I tre insieme sul palco sono un sorta di Idra a tre teste, ognuna tanto indipendente quanto parte del tutto. Pupillo, tirato e cinetico come ai tempi dei primi live, sferza note basse e accordi che creano l’ossatura dei pezzi. Mongardi è un batterista incredibile per tecnica e tenuta del ritmo. Una sorta di polipo poliritmico in grado di inserire trame tribali in una matrice sempre in tensione tra pulsioni mettaliche e jazzistiche. Mai, al synth, diffonde tappeti sonori tra prog e psichedelia levigando le aspre superfici create dai suoi soci. Quando imbraccia il sax sputa assoli free jazz che innestano movimento e velocità alle ritmiche della band. Gran parte della scaletta deriva dal recente ‘Ferrum Sidereum’, parto discografico faticosissimo nei tempi ma anche tremendamente a fuoco. In alcuni(rari) rallentamenti si avvertono atmosfere paragonabili agli ultimi Tool. Guardo la platea e vedo gente che va dai 20 ai 60 anni. Look che spaziano dal metallaro al beat al radical chic. Mi vengono in mene, con i dovutissimi distinguo stilistici, i Primus, che riuscivano a mettere sotto il palco punk e metallari. La musica quella davvero buona unisce. E gli Zu la sanno davvero fare. E in giro per l’Europa cosi come negli States se ne sono accorti da tre decenni. Penso all’ennesima conferma del provincialismo italico mentre arrivo sotto il palco mentre le mie ginocchia vengono come vibromassaggiate dai feeedback delle casse spie. Il live è concluso. I tre passano un paio di minuti a ringraziare la folla acclamante. Il muro di suono vibra ancora nell’etere.
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L'articolo ZU: dritti dentro un muro di suono. Il racconto del concerto al Bronson di Ravenna proviene da Freak Out Magazine.
Sedici anni di attesa. Poi, finalmente, l’album solista che nessuno si aspettava più. Courtney Love rompe il silenzio e rilascia dettagli concreti sul suo secondo lavoro da solista, il primo dopo America’s Sweetheart del 2004. E lo fa con un nome che manda in estasi chiunque ami il post-punk e le chitarre cesellate: Will Sergeant, storico chitarrista degli Echo & The Bunnymen.
Ospite del podcast The Magnificent Others insieme a Billy Corgan (Smashing Pumpkins), la Love ha sganciato la bomba: “Voglio dirti una cosa sugli assoli. Will Sergeant sul mio disco è in stato di grazia. Fa a pezzi tutto. È un shredding puro, ma nel suo stile, sai? Non è il solito metallaro. È lui. E sono sedici anni che aspetto”.
Corgan, complice e testimone, ricorda alla Love che l’ultimo disco risale a sedici anni fa. Lei annuisce e aggiunge, con una stoccata: “Robert Smith ci ha messo lo stesso tempo”.
Il colpo di scena? Courtney racconta di aver conosciuto Sergeant nel lontano 1981. “È assurdo, i sogni si avverano, amico mio”. E poi spiega: “Lui fa delle cose incredibili con la chitarra. Non credo abbia mai suonato fuori dagli Echo & The Bunnymen, a parte i suoi progetti solisti. Forse mi sbaglio, ma non mi importa: averlo qui è una benedizione”.
Il chitarrista le ha inviato alcuni link SoundCloud con le sue composizioni per colonne sonore. “Robba sbalorditiva”, commenta la Love.
L’album, in lavorazione dal 2009, vedrà anche la partecipazione di Melissa Auf der Maur, sua ex compagna negli Hole. E se la Love ha già chiarito che gli Hole non si riformeranno, Melissa sarà comunque al suo fianco per il tour di supporto.
Il resto dell’intervista con Corgan è un fiume in piena di frecciate e confessioni: dai musoni con Kim Gordon (“fa la gatekeeper”) fino all’appello a Dave Grohl (“dì solo che siamo a posto, e dillo ai tuoi fan maschi bianchi etero di smetterla di prendersela con me”).
Intanto, chi sperava nel memoir The Girl With The Most Cake dovrà pazientare ancora: la Love promette che arriverà entro Natale.
E pensare che nel 2021 definì il suo primo album solista “una delle grandi vergogne della mia vita”, insieme a Steve Coogan e al crack. Ma il tempo, si sa, è un gentiluomo. E i sogni, ogni tanto, si avverano.
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L'articolo Courtney Love: “Will Sergeant degli Echo & The Bunnymen fa a pezzi il mio nuovo disco. I sogni si avverano, cazzo” proviene da Freak Out Magazine.
Ci sono voluti sei anni. Sei lunghi anni di silenzio, attesa, e qualche speranza tradita. Ma adesso è ufficiale: The Strokes sono pronti a tornare. Il nuovo album si intitola Reality Awaits e arriverà questa estate. Punto. Per ora, niente tracklist, niente copertina, niente proclami. Solo un teaser video che sembra uscito da una rivista del 1981: font sgranati, colori saturi, un’estetica da vecchia pubblicità di sigarette o macchinette fotografiche. Sullo sfondo, pochi secondi di musica – ma occhio, potrebbe essere solo un’atmosfera, non necessariamente un estratto del disco. Guardalo qui sotto, se vuoi farti un’idea.
Nel frattempo, la band è già in pista. In questi giorni hanno suonato due live a San Francisco, ma la setlist prevista non conteneva nessuna traccia inedita. Sabato prossimo invece suoneranno al Coachella e subito dopo una serie di festival imperdibili: Bonnaroo, Outside Lands, Just Like Heaven, Shaky Knees. Il gran finale il 20 settembre all’Asbury Park’s Sea.Hear.Now.
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L'articolo The Strokes: il ritorno dopo sei anni è “Reality Awaits” – ma per ora solo un brivido anni ’80 proviene da Freak Out Magazine.
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