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C’era chi li aveva già salutati, chi aveva pianto l’ultimo urlo post-punk, chi aveva chiuso il quaderno dei ricordi con un timbro malinconico. E invece no. I Gang of Four avevano annunciato il ritiro dopo il tour del 2025, ma evidentemente il verbo “basta” non fa parte del loro vocabolario.
A riprova, arriva “No Kings Here!”, un pezzo nuovo di zecca registrato in supporto alle proteste No Kings — un movimento che non ama le corone, né quelle metaforiche del potere. Il titolo, va detto, gioca un po’ con l’ironia: nella band c’è pur sempre Jon King, frontman e ‘sovrano’ indiscusso del microfono. Ma il “re” che combattono è ben altro.
Ecco un assaggio di quello che graffia:
“Chiudono i bambini e i rifugiati dalla pelle scura
Riscrivono il futuro e non dicono mai per favore
Leghiamo i giovani con fascette e costruiamo alibi
Uccidono la verità e inventano tutte le bugie”
Musicalmente? Puro DNA Gang of Four. Chitarre spigolose, ipnotiche, tese come cavi d’acciaio: Ted Leo (che si è unito alla band per il tour “Long Goodbye” del 2025 come chitarrista, sostituendo David Pajo) si cala nei panni di Andy Gill con una precisione quasi ossessiva, danzando tra l’urgenza di “Anthrax” e la tensione di “What We All Want”. E sotto, la colonna vertebrale di Hugo Burnham alla batteria, che non concede un millimetro di respiro.
Al basso, Gail Greenwood (ex Belly e L7) completa la line-up 2025. Un muro sonoro che non vuole saperne di crollare.
Ma non è finita. Perché i Gang of Four, a quanto pare, non sanno proprio stare fermi. A giugno suoneranno al Solid Sound Festival dei Wilco, e poi si concederanno una manciata di date nel Nordest con i Downtown Boys: Hamden, Woodstock (Bearsville Theater il 25 giugno), Portland, East Greenwich. Tutte le date in calce.
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NO KINGS HERE! by Gang of Four
L'articolo Gang of Four: la pensione è un’illusione. Nuovo singolo anti-sistema e date a sorpresa proviene da Freak Out Magazine.
Non un semplice featuring postumo, ma una rivelazione. I Mouse on Mars, il duo tedesco che da trent’anni scardina i confini tra elettronica, sperimentalismo e ritmo, hanno annunciato Spatial, No Problem, un album interamente inedito realizzato in collaborazione con l’alchimista scomparso Lee “Scratch” Perry.
L’uscita è prevista per il 6 giugno via Domino, ma la genesi del disco risale al dicembre del 2019, un momento sospeso in cui i due mondi si sono incontrati senza troppe sovrastrutture. Jan St. Werner racconta l’atmosfera di quelle sessioni con la semplicità di chi ha assistito a un evento quasi sciamanico: “Non parlavamo quasi mai di quello che stavamo facendo. Ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a suonare. Lui rideva molto e ridevamo insieme. Abbanche cucinato e mangiato zuppa di pesce e papaia.”
Il risultato è Spatial, No Problem, un lavoro che non cerca di omaggiare la leggenda del reggae e del dub, ma che ne cattura l’essenza più fluida e imprevedibile. A dare il primo assaggio ci pensa “Rockcurry”, brano d’apertura del disco. Il pezzo è un caleidoscopio di ritmi sincopati e strati di vocalità, accompagnato da un video curato da Studio Sparks che si nutre di fotografie rubate durante quelle stesse sessioni in studio.
Ma l’operazione non si ferma al supporto digitale. I Mouse on Mars e l’eredità di Perry troveranno una dimensione fisica e immersiva all’interno della mostra “Project a Black Planet” al Barbican di Londra. Tra il 6 e il 13 giugno, l’installazione dedicata al disco trasformerà l’ascolto in un’esperienza spaziale: l’album verrà riprodotto in spatial audio su un sistema D&B Soundscape, un’occasione per esplorare come queste sonorità diventino “un mezzo risonante per la coscienza nera, la resistenza culturale e l’espressione di un patrimonio africano condiviso”, come si legge nella nota di accompagnamento.
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Una confessione pop punk vestita di paillettes malinconiche. La terza fatica della regina del glamour dolorante arriva il 12 giugno. Spoiler: non sarà un inno alla felicità spensierata.
C’era una volta la ragazza che trasformava il crepacuore in hit di diamante. Poi è arrivata la fama, i Grammy, le lacrime riflesse negli specchi dei camerini. E ora? Olivia Rodrigo ci riprova, ma con un paradosso.
Il terzo album, annunciato ufficialmente, si intitola “you seem pretty sad for a girl so in love” (sì, tutto in minuscolo, come una nota lasciata sotto la porta di una camera d’albergo). Uscirà il 12 giugno per Geffen. La copertina – già virale – mostra Rodrigo con uno sguardo che è insieme tenero e disorientato. Perfetto.
“Sono così orgogliosa di questo disco”, dice Olivia. E basta. Per ora niente tracklist, nessun singolo annunciato, solo la possibilità di preordinarlo e un’attesa che sa di ansia da diario segreto.
Dan Nigro (già al timone di Sour e Guts) è di nuovo in cabina di regia. E se qualcuno si aspettava un album solare, si sbaglia di grosso. La stessa Rodrigo ha confessato a British Vogue: “Scrivere da un luogo di gioia pura è stata una sfida creativa. Quando sei davvero connesso a qualcuno, non sei nella tua testa a pensare a poesie agrodolci”. Poi la stoccata: “Le mie canzoni d’amore preferite sono belle proprio perché hanno un brivido di paura o desiderio inconfessato”.
Tradotto: l’amore felice annoia. L’amore che trema, no.
Nel frattempo, per tenere allenati i fan, Rodrigo ha già coperto “The Book of Love” dei Magnetic Fields nella compilation benefica HELP(2) (leggi il nostro articolo). Un indizio? Forse. O forse solo un altro modo per ricordarci che il romanticismo, per lei, è sempre stato un atto di equilibrio tra tenerezza e vertigine.
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L'articolo Olivia Rodrigo torna e il titolo del nuovo album è già un meme esistenziale: “you seem pretty sad for a girl so in love” proviene da Freak Out Magazine.
I Kasabian, nonostrante le tribolazioni interne degli ultimi anni, non hanno mai smesso di essere una band produttiva. Il 2026, per loro, si è aperto con “una scossa da pista da ballo”: la collaborazione con Calvin Harris per”Release The Pressure”. Ma ora è tempo di riprendersi la scena, e lo fanno a modo loro: con un singolo che scivola tra euforia e inquietudine.
Si intitola “Great Pretender” ed è già disponibile in digitale. È il secondo estratto dal nuovo album “Act III” (Columbia), in uscita il prossimo 17 luglio. Dopo l’apertura solare e acida di “Hippie Sunshine“, questo pezzo ne approfondisce l’anima più ipnotica, firmata come sempre dalla mente Serge Pizzorno – autore del brano – e dalla produzione dello stesso Serge insieme a Mark Ralph.
“‘Great Pretender’ parla della sindrome dell’impostore, ma non come una crepa nel muro – spiega Pizzorno – piuttosto come il segnale che stai per varcare una soglia vera. È quello che senti un secondo prima che il palco si accenda, quando le luci muoiono e devi solo osare.”
Registrato tra il The Sergery e il Club Ralph, “Act III” è il nono capitolo in studio della band leicesteriana. Dieci tracce dal respiro pop, ma con la chitarra sempre pronta a scompigliare le carte in tavola e tre interludi a fare da ponte tra mondi. La voce di Serge – velata, straniante, immediata – si posa su ritornelli che restano piantati in testa, confermando la band come una delle più decisive del XXI secolo britannico.
L’estate dei Kasabian sarà densa: headline a Finsbury Park il 4 luglio (con Louis Dunford, Razorlight, The K’s, Miles Kane e SOFY), poi Boardmasters, TRNSMT, Victorious, Mad Cool. E l’Italia? Una sola data, come piace a loro quando vogliono fare sul serio: 24 luglio al Noisy Festival di Napoli.
Line-up attuale: Serge Pizzorno, Chris Edwards, Ian Matthews, Tim Carter. Nessuna magia, solo rock che si contorce e ti prende per il bavero.
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L'articolo Kasabian: l’anima psichedelica di “Great Pretender” nel nuovo album e il ritorno sul palco del Noisy Festival proviene da Freak Out Magazine.
Dopo 27 anni di obblio, la band texana rilascia l’album fantasma “After The Astronaut” e condivide un video psichedelico da far sanguinare gli occhi.
Era il 1998 quando i Butthole Surfers, reduci dal successo inaspettato di “Pepper” e del disco d’oro Electric Larryland, consegnarono alla Capitol Records il loro nuovo album. Si intitolava After The Astronaut, era finito, impacchettato e pronto per il mondo. Poi il nulla. La major lo cancellò senza pietà.
La band tentò un riadattamento nel 2001 con Weird Revolution (con l’ausilio “artistico” di Kid Rock, tra le altre sciagure), ma il risultato fu dimenticabile. Fino ad oggi.
Sospinti da un revival culturale che li ha visti protagonisti di un documentario e persino in Stranger Things, i Butthole Surfers hanno deciso di disseppellire il passato.
After The Astronaut uscirà finalmente nella sua forma originale, quella del ’98, su label Sunset blvd records. Ad annunciarlo è la band stessa, che per l’occasione ha rilasciato il video allucinato di “Jet Fighter“: un tuffo nelle sperimentazioni digitali di fine anni ’90, lontano dalle logiche radiofoniche. Il batterista King Coffey lo paragona allo spirito di Locust Abortion: giocattoli nuovi, nessun compromesso.
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L'articolo Finalmente a casa l’astronave perduta dei Butthole Surfers proviene da Freak Out Magazine.
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