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Siamo a Louisville, Kentucky, nella città natale di Will Oldham, meglio conosciuto come Bonnie “Prince” Billy. È con questo pseudonimo che firma l’ennesimo capitolo eccellente della sua vasta produzione, pubblicato da No Quarter: “We Are Together Again”.
Nella sua ormai lunga carriera, costellata di album, band e diversi moniker, la musica di Will rimane sempre saldamente ancorata al folk e al country. Oldham gioca sapientemente con la voce per raccontarci gioie, delusioni e debolezze della natura umana, e questo disco non fa eccezione. Difficile trovare cadute di tono nella sua discografia; tuttavia, per i neofiti che volessero approcciarsi al suo mondo, restano tappe obbligatorie capolavori come I See a Darkness (1999), The Letting Go (2006), Lie Down in the Light (2008) e Beware (2009).
Registrato agli End of an Ear Studios di Louisville insieme ai fidi compagni di viaggio Jacob Duncan e Thomas Deakin, We Are Together Again è arrivato sugli scaffali nei primi giorni di marzo. Come di consueto, Oldham snocciola una scrittura intensa e mai banale, che analizza il tempo malsano in cui viviamo e una vita che rischia davvero di scivolarci di mano ma che, allo stesso tempo, ci consegna la speranza e la forza di reagire.
Si parte con “Why is the Lion”, una ninnananna che ci spinge subito a tirar fuori il coraggio per non sprofondare nell’abisso della disperazione. Con “They Keep Trying To Find You”, il primo singolo, ci spostiamo dalle parti dell’indifferenza e dell’appagamento mentale e sociale, cantate in modo cristallino da un Will ispiratissimo. È poi tempo di rifugiarsi nel country con la meravigliosa “Strange Trouble”, dove le domande su un mondo malato aumentano senza trovare risposta.
Vagamente jazzy nel tocco della chitarra è “Life is Scary Horses”, dove s’intravede un bagliore di speranza: abbiamo le chiavi e andremo dove dobbiamo andare. Arriva poi la “desertica” “(Everybody’s Got a) Friend Named Joe”, perfetta per raccontare sogni e delusioni a un amico ipotetico (perché tutti, in fondo, hanno un amico di nome Joe). Ci spostiamo musicalmente verso sud con “Vietnam Sunshine”, una marcetta quasi mariachi in cui i temi di bellezza, solidarietà e uguaglianza raggiungono l’apice creativo. Carica di positività è anche la slow-song folk “Hey Little”, impreziosita dal duetto con la bravissima Catherine Irwin.
Il finale, però, cambia registro: dopo la ventata di buon umore, Will ci propone il folk sofferente di “Davey Dead”, che risuona come un trattato sociopolitico sulle tragedie che il mondo sta vivendo, dalla Palestina all’Iran passando per l’Ucraina. Sulla stessa scia si pone la conclusiva “The Children are Sick”, un country-folk fragile e toccante.
Grazie agli inserimenti sonori di Deakin (fisarmonica, tuba, cornetta, clarinetto) e soprattutto alla voce magnetica di Will, Bonnie “Prince” Billy ci consegna un album di grande valore. Forse non raggiunge le vette assolute dei classici citati in apertura, ma ci va molto vicino. Teniamoci stretti cantautori come lui: sono merce rara, capaci di cantare e far riflettere come pochi altri oggi. Un vero salvagente nel caos contemporaneo.
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We Are Together Again by Bonnie "Prince" Billy
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Ci sono band che invecchiano ripetendosi. E poi c’è of Montreal, progetto che sembra nutrirsi del disastro personale. Kevin Barnes & Co. annunciano “aethermead”, il loro ventesimo album in studio, in arrivo il 6 giugno via Polyvinyl.
Dietro le quinte, però, non c’è solo la solita follia psichedelica. Barnes ha attraversato un vero e proprio terremoto esistenziale: rottura con l’ex fidanzata, trasloco forzato dal Vermont a Brooklyn. “New York mi ha sempre affascinato, ma non avevo mai trovato il modo di viverci davvero,” racconta. “Questa volta il tempismo è stato perfetto.”
E se il primo singolo “When” è un assaggio, preparatevi a un lato B più duro del solito. Più tagliente, più nervoso. “Non devo reinventare la ruota a ogni disco, ma non voglio nemmeno ripetermi,” spiega Barnes. “È difficile, ma è anche divertente.”
E sulla canzone, nessun filtro:
«“When” parla più di desiderio, tristezza, confusione e frustrazione che di sesso. Chiaramente tutte le cose che elenco nelle strofe sono quelle che voglio davvero. Mi nascondo dietro uno scudo di arroganza sessuale, fingendo che i miei bisogni siano solo fisici. È fin troppo evidente che cerco molto di più. Ma è molto più facile dire “When can I fuck you again?” che chiedere “Quando sarai amorevole, affettuosa, generosa e mi farai sentire di nuovo intero?”».
Of Montreal tornerà live dal 19 giugno ad Athens, GA, con tappa al Webster Hall di New York il 23 giugno (apre CorMae). Una seconda tranche di date li vedrà in tour con gli Sloppy Jane. Tutte le tappe in calce.
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C’è un filo invisibile che lega il primo synth roco di Samuel T. Herring alla voce che oggi continua a squarciare il palco, e quel filo si chiama From a Hole in the Floor to a Fountain of Youth. I Future Islands celebrano due decenni di carriera nel modo più autentico possibile: non con una semplice raccolta, ma con un archivio di emozioni, una mappa che ripercorre le coordinate essenziali della loro esistenza musicale.
Il nuovo progetto, annunciato oggi insieme ai singoli “Sail” e “Find Love”, non è un album tradizionale. È piuttosto un’antologia ragionata, un viaggio che parte dalle origini della band (nata in North Carolina nel 2006) e arriva fino al settimo album in studio, People Who Aren’t There Anymore (2024). Ventuno canzoni, una per ogni anno di vita (con un piccolo extra per chi conta le cicatrici), messe insieme con la cura di chi sa che ogni nota è stata una pietra miliare.
A tessere la trama è stato il bassista William Cashion, che ha selezionato personalmente i brani e scelto il titolo. Un titolo che non è solo poetico, ma profondamente esistenziale: From a Hole in the Floor to a Fountain of Youth (Da un buco nel pavimento a una fonte di giovinezza). Cashion stesso ne spiega il significato: “Ho sempre amato l’immaginario di quella frase. Il buco nel pavimento è il quotidiano, la fonte è la magia che accade quando la vita che hai sognato diventa davvero quella che stai vivendo. È il sogno e la realtà che coesistono nella stessa stanza.”
La raccolta alterna rarità, lati B, fan favorite e versioni alternative, regalando sia ai veterani che ai nuovi ascoltatori uno sguardo intimo sul percorso di una delle band più emozionanti degli ultimi vent’anni. Per i collezionisti e gli amanti del calore del vinile, From a Hole in the Floor to a Fountain of Youth sarà disponibile anche in doppio LP.
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“The Ink Well (2010)”
“Pinnochio (2009)”
“The Happiness of Being Twice (2009)”
“In The Fall (2010)”
“Awake and Dreaming (2010)”
“Virgo Distracts (2010)”
“Find Love (2011)”
“Cotton Flower (2012)”
“The Fountain (2012)”
“Tomorrow (2012)”
“One Day (2014)”
“The Chase (2015)”
“Calliope (2018)”
“Six Weeks (2017)”
“Haunted By You (2015)”
“Sail (2025)”
“As Long As You Are (2025)”
“Days (2020)”
“Rager (demo)”
“Glimpse (2024)”
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Isolated System è al secolo la giovanissima cantautrice, polistrumentista e artista indipendente Geraldine SamsarÅ (Geraldina Torelli), e il suo progetto musicale nasce a Rimini nel 2023 con l’ambizione di fondere alternative rock, post-punk e sperimentazione in un linguaggio musicale personale e suggestivo.
Oltre a comporre e arrangiare i suoi brani, firmandone sia la musica che i testi, la produzione, il mix, l’arrangiamento, Geraldine cura da sola anche l’immaginario grafico che accompagna il progetto, realizzando personalmente le copertine e il materiale visivo. Questa visione artistica totalizzante le consente di trasformare la sua musica in un’esperienza completa, in cui suono e immagine si intrecciano per raccontare un’estetica e un’identità fortemente personali.
Geraldine inizia a muovere i primi passi partecipando a Sanremo Rock con uno dei suoi primi gruppi, a Firenze nel 2017 prende parte al Tour Music Festival (concorso per gruppi di inediti), e compone anche un Ep con il suo gruppo che in seguito nel 2019, lascerà definitivamente. Diventata ormai anche nei fatti Isolated System, debutta dal vivo a fine 2023, portando la propria musica su alcuni dei palchi più noti della scena alternativa.
Nel 2024 partecipa ai contest Il Rock è Tratto a Savignano sul Rubicone e al Controradio Rock Contest di Firenze, arrivando rispettivamente in finale e in semifinale.
Il sound di Isolated System è un intreccio di ritmiche aggressive, atmosfere oscure e sonorità dark, con echi di band che lei stessa dichiara di amare (Nine Inch Nails, Sonic Youth, Joy Division, Nirvana, Placebo, Cure, Prodigy, Soundgarden, Prozac+, Verdena). Hopeless, l’album di debutto, si muove infatti nel territorio scuro e teso tipico del rock alternativo da un lato e della dark new wave dei primi anni ’80 (Joy Division e Cure soprattutto) richiamato dalle band sopra citate che sono sua chiara ispirazione, a cui si aggiungono spunti personali di pulsioni nervose, e impeti rabbiosi viscerali.
La batteria, strumento d’origine di Geraldine, gioca un ruolo chiave nella costruzione del groove e dell’energia soprattutto in Loss Defeat, e nella introduzione metal-punk al disco che è Wish, mentre le linee vocali, sempre intensissime, variano tra attacchi aggressivi e urlati (Wish, Shoot Tide, Loss Defeat) e linee di canto più soffuse, intime, sempre cupe (Birthday, Human, Dying). E’ quasi sempre il basso, però, nel pieno stile cupissimo dei primi Cure e dei Joy Division a scandire l’atmosfera del brano, per esempio in Birthday, dove ne costituisce anche l’attacco d’esordio, o in Dying, dall’intro profondamente Cure, con evoluzione poi verso il punk. La chitarra, a sua volta, varia tra arpeggi ecoizzati che generano ambienti musicali inquieti come in Human, a momenti di esplosione elettrica come nella track iniziale e finale.
I testi esplorano senza compromessi i momenti più cupi della destabilizzazione umana: si va da “Vorrei dirti che non mi sono mai amata e che tu non sarai mai la cura” a “ho passato il mio 19mo compleanno con persone che mi avevano fatto del male” fino a “penso alla morte diverse volte al giorno spesso cercando modi diversi per farmi del male”. e anche in questo c’è eco dei primissimi Cure (l’epoca di cui Robert Smith parla dicendo che ogni canzone nascondeva un tentativo di voler morire). Ma c’è anche tanta intimità, sincerità, autobiografia forse: non è uno scimmiottamento (del resto l’epoca dark è passata da un pezzo) ma una scrittura diretta, profondamente immaginifica, che fa però riferimento a momenti precisi di vita e stati d’animo davvero provati.
Ma non c’è solo nichilismo, per quanto profondo e senza apparente speranza in canzoni come Birthday, Shoot, e Dying: in Human Geraldina canta “Mi sono sentita umana solo quando mi parli, sono spaventata e faresti meglio ad andare via dalla mia testa, non mi sono mai sentita come mi sento quando ci incontriamo, quando la mia vita sembra non avere senso tu mi torni in mente”.
La figura di un tu a cui aggrapparsi come un’ancora, sebbene inquieto e non consolante, spesso non presente se non come nostalgia, compare anche nella bellissima Tide, introdotta da batteria e chitarra distorta, ma piena di echi oscuri disegnati da varie inflessioni strumentali: “Sei il personaggio che manca nel film della mia vita, la tua assenza mi ferisce come un coltello ben affilato”.
Nel complesso i sette brani dal punto di vista testuale costituiscono un autentico e unitario flusso di coscienza, spesso onirico, mentre musicalmente la complessità del disco è garantita dall’alternarsi di voce viscerale e momenti più sospirati, di musicalità punk alternate a momenti più calmi e arpeggiati.
La realizzazione di Hopeless, che pure suona come un disco nato completo e definito, è stata lunga e complessa: un processo di scrittura e produzione tutt’altro che lineare attraversato da cambiamenti, ritorni e ripensamenti, che però si risolve in una forma assolutamente coerente.
Colpisce poi che l’album di debutto, rifiutando la logica del debutto “accessibile”, sia al contrario senza compromessi, nichilista, oscuro, quasi respingente al primo impatto sonoro, rivendicando e esponendo così apertamente la natura temi trattati e restituendo anche una presenza femminile forte, che si impone subito per personalità nonostante l’età giovane, anche perché è un single artist project dall’inizio alla fine. Presenza femminile poi che è tutt’altro che consolante o guaritrice, in un mondo musicale dove di solito sono i maschi a fare la parte dei grintosi arrabbiati e cattivi.
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L'articolo Isolated System: arriva da Rimini Hopeless, progetto post-punk denso di grinta oscura proviene da Freak Out Magazine.
Mancano ormai ore al primo weekend di Coachella, e tra i set più attesi c’è senza dubbio quello che vedrà fianco a fianco Trent Reznor e Boys Noize nella loro creatura battezzata Nine Inch Noize. Appuntamento domani sabato 12 aprile ma l’asse industriale-berlinese ha deciso di non limitarsi a una semplice esibizione live.
A sorpresa, i due hanno acceso i social con un post che sembra un codice cifrato: Halo 38. Niente titolo, niente tracklist, solo una data – 17 aprile 2025 – e un invito a pre-salvare il “prossimo” album. Chi conosce la discografia dei Nine Inch Nails sa che la serie Halo accompagna ogni loro pubblicazione ufficiale. Il trentottesimo, se confermato, sarebbe un’eccezione: firmato a quattro mani con il produttore tedesco, e pronto a varcare la soglia dell’ignoto.
A rendere il tutto più intrigante, nelle ultime ore aveva iniziato a circolare sui social lo scatto di un cartellone pubblicitario anonimo, su cui campeggiava la scritta secca: Nine Inch Noize, Album Out 4.17.26. Molti l’avevano archiviata come un fake ben costruito. E invece – a quanto pare – era tutto vero. L’immagine originale è tornata a galla proprio mentre il post ufficiale dei due confermava l’operazione. Un classico gioco di specchi da manuale della disinformazione digitale.
Il progetto arriva a poca distanza dalla TRON: Ares Divergence, la raccolta di remix della colonna sonora del nuovo capitolo targato NIN, uscita a febbraio. Un disco che già vedeva Boys Noize in compagnia di Arca, Danny L Harle, Chilly Gonzales e Jack Dangers dei Meat Beat Manifesto. Un pedigree che promette bene per questo Halo 38, ancora avvolto nel mistero.
Nessuna tracklist, ma la cover – che potete ammirare qui sotto – sembra già un manifesto: geometrie spigolose, luci al neon e quella sensazione di pericolo imminente che solo Reznor sa confezionare.
L’unica certezza? Tra il palco di Coachella e la data di uscita (17 aprile) passano meno di sei giorni. Sarà un ascolto da camera d’hotel o la colonna sonora del dopo-festival più distorto dell’anno? Lo scopriremo presto. Intanto, pre-save obbligatorio.
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