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Sono passati cinque anni dall’ultimo sussurro in studio, ma il silenzio si è finalmente rotto. I Dead Can Dance, icone assolute della scena gotica mondiale, sono tornati con un nuovo singolo intitolato “Our Day Will Come”. Un evento che farà battere il cuore dei fan, ma con una premessa necessaria: chi si aspetta la voce eterea di Lisa Gerrard dovrà attendere la prossima occasione. In questo brano, a dominare la scena è il baritono caldo e solenne di Brendan Perry, che si staglia su un tappeto sonoro cinematografico fatto di archi maestosi e melodie che sembrano sospese nel tempo.
Tuttavia, la notizia non è solo musicale. La canzone si porta dietro un peso specifico ben preciso. In una dichiarazione che accompagna il rilascio del brano, la band ha voluto chiarire il profondo significato politico del titolo:
“‘Our Day Will Come’ è dedicata alle aspirazioni nazionali condivise dai popoli irlandese e palestinese,” scrivono i Dead Can Dance. “Il titolo è un riferimento diretto e una traduzione del tradizionale slogan repubblicano irlandese ‘Tiocfaidh ár lá’. Uno slogan che incarna le aspirazioni del popolo irlandese nella sua visione di un’Irlanda unita, libera dal dominio coloniale straniero. Alla luce dell’orrendo genocidio in corso in Palestina, la solidarietà tra i nostri due popoli non è mai stata così forte.”
Un messaggio che trasforma l’ascolto in un atto di consapevolezza, intrecciando la poetica senza tempo della band con l’urgenza della contemporaneità.
Ma le novità per i seguaci della coppia non finiscono qui. Per gli amanti del catalogo più oscuro e prezioso, c’è un’altra ghiotta occasione: l’intera discografia dei Dead Can Dance pubblicata dalla mitica 4AD è finalmente disponibile in streaming e in digitale su Bandcamp. Un’occasione per riscoprire (o magari possedere in alta fedeltà digitale) capisaldi come Spleen and Ideal del 1985, album che non a caso figura nella nostra selezione dei 13 migliori dischi della classica era gotica.
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Our Day Will Come by Dead Can Dance
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Il tempo, per chi fa musica vera, non è un nemico: è il terreno su cui costruire un’opera. E Joan Wasser, in arte Joan As Police Woman, lo sa bene. A vent’anni esatti dal suo amatissimo album d’esordio, Real Life, l’artista newyorchese decide di non limitarsi a una celebrazione nostalgica, ma di restituire quel disco al presente, rigenerato. Nasce così Real Life Evolution, in arrivo il 12 giugno via Reveal Records in CD, digitale e in una speciale edizione limitata in vinile rosso marmorizzato. Ci sarà anche una tournée che la porterà anche in Italia: il prossimo 26 febbraio a Bologna (Estragon) e il 27 a Milano (Santeria Toscana).
Se c’è un’artista che ha saputo costruire la propria carriera fuori da ogni schema, quella è Joan As Police Woman. Definita “la donna più cool del pop” dal Times e “una delle migliori musiciste del XXI secolo” da The Economist, Wasser ha attraversato gli ultimi vent’anni con una coerenza rara, mescolando soul, rock, jazz e sperimentazione senza mai piegarsi a mode o classificazioni. Dieci album di inediti, due di cover, un’antologia e collaborazioni che sembrano la mappa di un universo alternativo: Lou Reed, Beck, Anohni, Tony Allen, Damon Albarn (con cui ha duettato in Get My Bearings e che l’ha voluta nei Gorillaz), e naturalmente Iggy Pop, con cui suona stabilmente in tour.
Proprio Iggy Pop è tra gli ospiti illustri di Real Life Evolution, insieme a Krystle Warren, Will Graefe, Jeremy Gustin, Tony Scherr, Parker Kindred, Danny Blume, Oren Bloedow, Thomas Bartlett. Una compagnia d’eccezione per un’operazione che non è una semplice ristampa, ma una vera e propria reimmaginazione del disco che ha segnato l’inizio del suo percorso solista.
“Real Life è la chiave di tutta la mia vita”, racconta Joan Wasser. “All’epoca sentivo il bisogno di mettere tutto in un unico disco perché non immaginavo che ne avrei mai fatto un altro. Oggi, vent’anni dopo (e dodici album più tardi), il sogno continua ad aprirsi. La musica mi ha salvato la vita, ne sono una devota. Non è una scelta, è quello che sono”.
L’album prende forma sul palco, come spesso accade per i lavori più veri. È il frutto di infinite notti in tour, di arrangiamenti nati dal vivo e portati in studio con i musicisti che hanno contribuito a definirne il suono originale. Ne escono dieci tracce ripensate, alcune con tocchi sottili, altre con scosse telluriche. Tra queste, due brani sono già disponibili dal 31 marzo in digitale: Flushed Chest e The Ride.
La nuova versione di Flushed Chest è accompagnata da un video che fa parte delle Real Life Anniversary Sessions, girato da Ehud Lazin con la partecipazione di Will Graefe e Jeremy Gustin. Un’atmosfera intima, quasi rituale, che restituisce la profondità di un brano nato da un’ispirazione sorprendente: la lettura di La freccia del tempo di Martin Amis, romanzo che racconta una vita a ritroso. E poi, sullo sfondo, l’ascolto ossessivo dei Wailers, Bunny Wailer, Peter Tosh e Bob Marley, “una delle più grandi band di sempre”.
“Flushed Chest funziona bene in trio, così non ci siamo allontanati troppo dalla registrazione originale. Cantare le armonie a tre voci con Will e Jeremy è una gioia”, spiega Joan.
The Ride, invece, è stata registrata all’Owl Music Parlor di Brooklyn, luogo simbolo della scena indipendente newyorkese.
E se il disco rappresenta un viaggio nel passato che si proietta nel futuro, lo stesso vale per il tour che lo accompagnerà. La Real Life 20th Anniversary Tour vedrà Joan As Police Woman in formazione trio, eseguire l’intero album Real Life dal vivo, affiancato da singoli iconici, brani rari, cover rivisitate e sorprese. Prima tappa d’eccezione: un piccolo ciclo di date al Joe’s Pub di New York. Successivamente sarà anche nella sua amata Italia, prima a Bologna e poi a Milano.
Real Life Evolution sarà disponibile dal 12 giugno in vinile, CD e digitale. Preordini aperti su Bandcamp.
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Nascono negli anni Ottanta, ma è nel decennio successivo che i Tinariwen iniziano a scuotere la coscienza mondiale. Il loro stile ha segnato una rottura radicale: via i liuti e i flauti tradizionali per far spazio a chitarre elettriche e batterie, in un mix di strumenti tribali ed elettronici che ha dato vita al termine “Tishoumaren” — la musica dei disoccupati, dei vinti, dei ribelli. Una band nata nei campi profughi in Libia che ha saputo trasformare il dolore in un blues desertico unico tra Mali e Algeria.
Dopo pietre miliari come The Radio Tisdas Sessions (2001), Tassili e Amadjar, che hanno portato il gruppo sui palchi di Glastonbury e alla vittoria di un Grammy, arriva questo decimo capitolo: Hoggar. Un album che è un urlo di dolore e libertà per il popolo Tuareg, una difesa accalorata dell’emancipazione femminile e dei diritti sociali, mai così vitali per il popolo nomade come in questo momento storico.
Hoggar segna il ritorno di Diarra, membro fondatore assente da vent’anni, e si apre con “Amidinim Ehaf Solan”, un blues che ci riporta immediatamente alle radici aride della band. Si prosegue con la dolente “Imidiwan Takyadam”, dove i cori femminili invocano libertà affiancati dalla partecipazione (prevedibile, dato il suo amore per la band) di José González.
La vetta emotiva arriva però al terzo brano: “Erghad Afewo”. È un richiamo della foresta, una chiamata alle armi in perfetto stile rock-Tinariwen, che cede poi il passo ai sei minuti di lamento blues di “Tad Adounya”. C’è spazio anche per la tradizione con “Sagherat Assani”, brano sudanese impreziosito dalla voce incantevole di Sulafa Elyas, che sposta momentaneamente il tono malinconico del disco verso una luce diversa.
Le perle continuano con “N’ak Tenere Iyat”, un blues notturno che sembra uscito da un disco del grande Ali Farka Touré, seguito dalle ritmiche funk di “Amidinin Wadar Nohar”, capaci di spingere al ballo anche nella polvere. Verso il finale, “Khay Erilan” offre un grido di speranza minimale dove elettricità e tribalismo si sposano divinamente. La chiusura è affidata a “Dounia Tau Ray”: chitarre stoppate che evocano le atmosfere notturne del deserto maliano, tra accenni psichedelici e il freddo che cala sulle dune.
In definitiva, questo Hoggar — pur non stravolgendo una discografia già monumentale — conferma i Tinariwen come una delle realtà politicamente e socialmente più impegnate del pianeta. Se amate il loro mondo, qui troverete tutto: blues, rabbia, funk e una resistenza culturale che non accenna a spegnersi. Bravi.
La band in tournée europea farà tappa in Italia per due appuntamenti: il 20 aprile a Milano presso l’Alcatraz e il 22 aprile l’Hall di Padova.
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Chi ha detto che a una certa età si smette di sognare, evidentemente non conosce Willie Nelson. La leggenda del country, reduce da un tour che l’ha visto calcare i palchi di tutta America, ha appena annunciato l’uscita del suo 156esimo album in carriera. Sì, avete letto bene.
Il disco, dal titolo Dream Chaser, arriverà il 29 maggio via Sony e rappresenta il 79esimo capitolo solista di una discografia che sembra non conoscere confini. Dietro la consolle di produzione, ancora una volta, troviamo Buddy Cannon, complice di lunga data di Willie, con cui ha condiviso anche la scrittura di gran parte dei brani. A impreziosire il parterre dei co-autori, spunta il nome di Bobby Tomberlin per tre tracce.
Ma la ciliegina sulla torta è un’altra. Il brano “I Can’t Read Your Mind” porta infatti anche la firma di un certo Bob Dylan, recente compagno di avventure sul palco. Un sodalizio artistico che sembra voler lasciare un segno indelebile anche in sala d’incisione.
L’artwork della copertina e la tracklist completa sono già state svelate, insieme al primo singolo, la title track “Dream Chaser”, un assaggio di quello che ci aspetta: la voce inconfondibile di Nelson che scivola su trame sonore calde e avvolgenti, come solo i grandi sanno fare.
E se l’album scalda il cuore, il tour scalda i motori. Qualche data è già in calendario per aprile e maggio negli Stati Uniti, con il supporto di Drayton Farley. Ma l’appuntamento clou è per giovedì 19 marzo in Texas: torna la mitica Luck Reunion, l’evento collaterale al SXSW che Willie organizza annualmente nella sua proprietà. Quest’anno il carretto dei gelati musicale passerà da St. Vincent, Booker T. Jones, Robert Lester Folsom e Trampled by Turtles, per una line-up che promette scintille sotto il sole texano.
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C’è un prima e un dopo nella musica elettronica. E quel momento si chiama Radio-Activity. (titolo originale Radio-Aktivität). A cinquant’anni dalla sua pubblicazione originale, avvenuta nel novembre del 1975, i Kraftwerk si preparano a celebrare il loro quinto album in studio con una serie di riedizioni speciali che faranno la gioia dei collezionisti e degli audiofili.
A partire dal 15 maggio, via Warner Records / Parlophone, il leggendario quartetto di Düsseldorf (oramai ridotto a quartetto che vede il solo co-fondatore Ralf Hütter) rilascerà un’edizione deluxe che rende giustizia alla natura concettuale e visionaria del disco. Il pezzo forte è senza dubbio il picture-disc in vinile, un oggetto di culto dal design ricreato con una copertina dal taglio speciale che si sposa perfettamente con l’estetica minimalista e geometrica dell’opera. Un must-have per chi considera il vinile non solo musica, ma anche arte visiva.
E qui viene il bello: c’è da scommettere che molti di quelli che compreranno questa edizione non hanno nemmeno un giradischi. Ma poco importa. Certe uscite sono talmente belle, curate e iconiche che diventano oggetti da collezione a prescindere. Il picture-disc di Radio-Activity è uno di quelli: lo tieni in mano e senti il peso della storia. Poi magari lo appoggi sullo scaffale e lo ammiri. E va bene così.
Ma è sul fronte tecnologico che l’omaggio ai cinquant’anni si fa davvero interessante. Per i puristi del suono e gli amanti delle installazioni sonore, arriva un’edizione su Blu-ray audio che promette di catapultare l’ascoltatore direttamente dentro il Kling Klang Studio. Grazie a Ralf Hütter e Fritz Hilpert, che hanno rimesso le mani sui master originali a 16 tracce, Radio-Activity è stato ricostruito in un imponente mix Dolby Atmos. Un’esperienza spaziale che ridisegna i confini del suono, affiancata da un mix 5.1 surround derivato dall’Atmos e dal già leggendario remaster stereo del 2009.
Per i più curiosi, il mix Atmos sarà disponibile in streaming su piattaforme come Apple Music, Tidal e Amazon. Una nota stonata? Su Spotify, per ora, non ci sarà: la piattaforma svedese deve ancora adeguarsi al formato spaziale, restando così fuori da questa dimensione sonora avanzata. Un peccato, perché ascoltare Radio-Activity in Atmos deve essere un viaggio pazzesco.
Radio-Activity non è solo un album, è un manifesto. Il primo disco interamente elettronico dei Kraftwerk, un concept album che gioca sul doppio senso del titolo: da un lato il decadimento radioattivo, dall’altro le onde radio che viaggiano nell’etere. Cantato in un ibrido di inglese e tedesco, rappresenta la scintilla che ha acceso gran parte della musica che abbiamo amato nei decenni successivi, dalla synthwave alla techno più cerebrale.
E mentre ci prepariamo a riscoprire queste frequenze senza tempo, i Kraftwerk si preparano a portarle in giro per il mondo. Il tour 2026 li vedrà attraversare Asia ed Europa con il loro inconfondibile show multimediale, toccando anche numerose città del Regno Unito. Ci sarà da viaggiare, anche solo con la mente.
Segnatevi le date, perché la “stazione di lavoro” farà tappa anche in luoghi suggestivi come l’Anfiteatro Romano di Pola, in Croazia, il 28 luglio. Un palcoscenico che sembra cucito addosso alla loro musica senza tempo.
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Kraftwerk – Radio-Activity (50th Anniversary Edition):
01. Geiger Counter
02. Radioactivity
03. Radioland
04. Airwaves
05. Intermission
06. News
07. The Voice Of Energy
08. Antenna
09. Radio Stars
10. Uranium
11. Transistor
12. Ohm Sweet Ohm
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