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Se la notizia della ristampa non bastasse, i Descendents (nella foto) hanno annunciato un tour statunitense che farà la gioia di tutti i fan del punk rock a stelle e strisce. La band sarà la special guest niente meno che dei Social Distortion, un’altra istituzione della scena punk della contea di Orange, in quello che si preannuncia come uno degli eventi live dell’anno. A completare un trio semplicemente esplosivo ci saranno gli australiani The Chats, portabandiera di un punk grezzo, diretto e sputato che ben si sposa con lo spirito della serata.
Che siate lì per le melodie disperate di Milo Aukerman, per il rockabilly-punk di Mike Ness o per l’irruenza degli australiani The Chats, questo è un tour imperdibile che toccherrà il Nord America con tappe dal 25 agosto a Phoenix poi Atlanta, Asbury Park, NJ, Brooklyn, Hollywood, Toronto e infine il 3 ottobre a San Diego.
Per quanto concerne la campagna di ristampa dei Descendents, in collaborazione con Org Music, queste proseguono con la pubblicazione del terzo album della band, Enjoy! del 1986, di cui un’edizione limitata in vinile color “gomma da masticare”.
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Hanno aspettato otto lunghi anni, ma ora i signori del black metal sinfonico norvegese sono pronti a rialzare la testa. I Dimmu Borgir hanno infatti annunciato il loro nuovo album, Grand Serpent Rising, in arrivo il 22 maggio via Nuclear Blast Records. Ad anticipare il disco, il singolo “Ulvgjeld & Blodsodel”, accompagnato da un video che potete vedere qui sotto.
A distanza di otto anni da Eonian, il combo guidato dal visionario Shagrath torna a far tremare le fondamenta del genere con quello che promette di essere un’opera totale, capace di attraversare e riassumere l’intera parabola della band. Un’attesa lunga e sfidante, come racconta lo stesso frontman:
“Sento davvero di aver superato me stesso a livello musicale su questo album. È stato un processo lungo e complesso, ma vedere come tutto si è incastrato lo rende incredibilmente gratificante. ‘Grand Serpent Rising’ riflette ogni epoca dei Dimmu Borgir: quest’album racchiude echi di ogni capitolo della nostra eredità. Sono certo che i nostri fan lo riconosceranno e troveranno qualcosa in cui identificarsi.”
Il titolo, il concepimento e persino il momento in cui il disco è stato ultimato non sono frutto del caso. A spiegare il simbolismo dietro al serpente ci pensa l’altro membro fondatore, Silenoz:
“I Dimmu Borgir sono un leviatano su scala mondiale, e ci stiamo rialzando ancora una volta. Mentre per alcuni il serpente rappresenta il male, per noi simboleggia qualcosa di diverso: rinnovamento, crescita, conoscenza e liberazione. Come se avessimo cambiato pelle, per così dire. E non dimentichiamo che febbraio 2026 segna la fine dell’Anno del Serpente, più o meno nel momento in cui questo album è stato completato.”
Per la registrazione di Grand Serpent Rising, la band è tornata a lavorare con un vecchio alleato di peso: il produttore Fredrik Nordström (già al fianco dei Dimmu Borgir in album storici come Puritanical Euphoric Misanthropia e Death Cult Armageddon, nonché in dischi fondamentali per Opeth, At the Gates e Dark Tranquillity). Le sessioni si sono svolte a Göteborg, in Svezia, a testimoniare il legame profondo con la scena scandinava più estrema.
A completare il quadro di un ritorno che si preannuncia imponente, il tour europeo che vedrà i Dimmu Borgir condividere il palco con i Behemoth in un co-headlining già annunciato per l’autunno.
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La scena è surreale quanto il momento che stiamo vivendo. Sabato 11 aprile, a Londra, Robert Del Naja, anima viscerale dei Massive Attack, viene ammanettato e portato in cella. Il suo crimine? Tenere in mano un cartello, in silenzio, contro il genocidio a Gaza. Nessuna violenza, nessun blocco stradale. Solo un pezzo di cartone e una verità scomoda.
Del Naja era in piazza per protestare contro la messa al bando di Palestine Action, movimento considerato “terrorista” dal governo britannico dal luglio 2025 – nonostante a febbraio un’alta corte abbia dichiarato quel bando illegittimo. Un pasticcio giuridico che non ha fermato la polizia metropolitana di Londra, decisa a continuare gli arresti in attesa del ricorso governativo. Risultato: oltre 500 persone fermate a Trafalgar Square, Del Naja incluso.
E ora, a due giorni dalle manette, l’artista rompe il silenzio con un’analisi lucida e feroce.
“Tutti sanno che è pazzia totale”, scrive in una dichiarazione. “Anche molti poliziotti che fanno questi arresti, e i giudici dell’Alta Corte che li hanno dichiarati illegali, lo sanno. Eppure continua”. Poi affonda il coltello: “La disperazione di chi imbratta equipaggiamenti militari non è terrorismo. Nessuno ci crede davvero”.
Del Naja non si ferma alla cronaca. Colpisce il cuore politico del Regno Unito: “Molti membri di questo governo appartengono a una fazione ideologica ‘la guerra è pace’. La stessa che ignorò milioni di pacifisti per invadere illegalmente l’Iraq. La loro arroganza e indifferenza criminale creano la disperazione che ora vogliono schiacciare in tribunale”.
Per il cantante dei Massive Attack, la soluzione è semplice e vicina: “Guardiamo alla Spagna, che con integrità rifiuta di usare il proprio territorio per i crimini di guerra di Israele e USA. Il Regno Unito può fare lo stesso”. E conclude con un atto di sfida personale: “Passare qualche ora in custodia per un arresto illegale è un prezzo irrisorio. La nostra democrazia, i nostri diritti civili sono nati da piccoli gesti come questo. Forse è per questo che questo governo draconiano vuole schiacciarli? Free Palestine. No wars”.
Prima di essere arrestato, Del Naja aveva confessato ai giornalisti le sue paure iniziali: “Da musicista, temevo per i visti e i tour. Ma poi ho pensato: è assurdo. E quando la polizia ha fatto l’inversione a U tornando ad arrestare la gente, ho capito che era ancora più assurdo. Oggi tengo il cartello. Se mi arrestano, andrò in tribunale e dirò: questo arresto è illegale, non lo accetto”.
I Massive Attack non sono nuovi a queste battaglie. Nel luglio 2025 hanno lanciato un’alleanza a sostegno dei musicisti minacciati di censura per le loro posizioni filo-palestinesi. Oggi Del Naja aggiunge un nuovo capitolo alla sua storia di coerenza radicale: quello di un uomo in cella per un cartello, in una democrazia che ha paura delle voci ferme.
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C’è un filo sottile che lega la luce alla malinconia, e The Boo Radleys lo conoscono bene. La storica band tra shoegaze e Britpop è pronta a tornare con un nuovo album, In Spite of Everything, in uscita il 1° maggio via Boostr Music. Si tratta del secondo lavoro dopo la reunion del 2021, avvenuta senza il chitarrista Martin Carr.
A produrre il disco è il bassista Tim Brown, che ha vissuto la scrittura come un atto di sopravvivenza. Il disco è stato infatti realizzato in seguito alla morte del suo figlio maggiore.
“Alle 2 di notte, durante la veglia, mentre cercavo di dare un senso alla nostra perdita, mi sono ritrovato a riflettere su tutti gli eventi che hanno segnato la mia vita”, racconta Brown. “Scrivere l’ultima strofa è stata la cosa più difficile e personale che abbia mai fatto. La perdita di mio figlio mi ha cambiato profondamente, ma mi ha anche ricordato, nei momenti più bui, tutto ciò per cui devo essere grato. Attraverso questa canzone spero di onorare la sua memoria e la luce che ha portato nelle nostre vite”.
Nonostante il dolore, il primo singolo “Bring Them Back Again” è un piccolo gioiello di speranza e melodia pop, con un tocco di disco ben dosato. Un inno silenzioso alla resilienza, che potete ascoltare insieme ad altri due brani dell’album qui sotto ovvero “Living is easy” e “Solarcide”.
I The Boo Radleys torneranno live tra primavera ed estate nel Regno Unito e in Europa.
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Jon Spencer è discograficamente vivo (tra l’altro è headliner in Italia al Festival Beat 2026 di Cremona), scatenato, e sta per mettere le mani su un nuovo capitolo di fuoco. Il titolo? Songs of Personal Loss and Protest. Esce il 12 giugno via Shove Records. E sì, è esattamente quello che ti aspetti – ma anche molto di più.
Ad accompagnarlo nella turbolenza, la sezione ritmica che già fa tremare i polsi con i Bobby Lees: Spider Bowman alla batteria e Kendall Wind al basso. Gente che non suona, ma colpisce.
“Sono in un momento di resa dei conti spirituale”, racconta Spencer. “Questi ultimi anni sono stati un macello emotivo. Perdite personali, amici che se ne vanno, familiari, e sullo sfondo un mondo impazzito dove sembra che perfino le libertà più elementari ci vengano strappate di mano. Cerco di tenere insieme mille pezzi, ma la risposta è sempre la stessa: rock’n’roll.”
E aggiunge, con quella voce che sembra uscita da un altoparlante rotto: “Il rock’n’roll è il vero dono che l’America ha fatto al mondo. È il suono della rivoluzione. È piombato dal cielo come un disco volante cromato, urlante, tipo mostro venuto dallo spazio, atterrato sulla Terra perché i freak potessero dire la loro. È l’ondata di ribellione che fa ballare i fianchi. Il blues è la mia bibbia, il rock’n’roll il nostro grido di battaglia.”
Il primo assaggio si intitola “Knock ‘Em Out” – e no, non serve che te lo descriviamo. Sentirai il solito Jon Spencer che prende la chitarra e ti sbatte contro un muro di energia pura.
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https://jonspencer.bandcamp.com/album/sick-of-being-sick
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