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«Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: Σίβυλλα, τί θέλεις; respondebat illa: ἀποθανεῖν θέλω»
Per Ezra Pound
Il miglior fabbro.
è quanto si legge in “La terra desolata” (Bur Rizzoli), laddove T.S. Eliot, nel suo caposaldo della poesia modernista datato 1922 “The Waste Land”, omaggia Ezra Pound con i richiami sia al “Satyricon” di Gaius Petronius Arbiter, che al XXVI Canto del “Purgatorio” di Dante, nell’assonanza con il poeta e trovatore francese Arnaut Daniel che fu, appunto, il “miglior fabbro del parlar materno”:
«O frate – disse -, questi ch’io ti cerno
col dito – e additò un spirto innanzi –
fu miglior fabbro del parlar materno.
Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti: e lascia dir li stolti
che quel di Lemosì credon ch’avanzi.»
(Purgatorio XXVI, 115-120)
“In meiner Heimat
Where the dead walked
And the living were made of cardboard”
(Ezra Pound – tratto dal Canto CXV)
Tempo fa, su queste pagine, in occasione della rappresentazione de “Il Gabbiano” di Čechov, si osservò come l’Italia, in materia di programmi scolastici, fosse troppo ancorata a una letteratura propria e poco aperta al sorprendente e mirabile mondo letterario estero; si concluse l’articolo affermando: ‘Ritengo però che nel 2026, dopo essere entrati nel secondo “quarto” del secondo millennio, auspicare una scuola meno incentrata su poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmigratori italiani, e maggiormente aperta all’altrui cultura, sia necessario per consentire ai ragazzi una conoscenza che non sia chiusa (per dirla alla Fogazzaro) in un “Piccolo mondo antico”’.
Quanto andato in scena al Teatro Mercadante di Napoli, per il Teatro Nazionale, con “Ezra in gabbia o il caso di Ezra Pound” (ad oggi disponibile anche su RaiPlay), spettacolo per la regia e drammaturgia di Leonardo Petrillo e con sul palco Mariano Rigillo (nella foto) e Anna Teresa Rossini, ha nuovamente reso attuale la su citata osservazione, in ragione della notorietà che Pound gode in Italia. Notorietà (purtroppo) legata più a questioni “politiche” e di “utilizzo del suo nome” che alle sue qualità di poeta e alle sue “idee”; non a caso, nelle note di regia a cura di Petrillo si legge in relazione alla rappresentazione e a Ezra Pound: “Uno spettacolo basato sulle ossessioni: ossessione per la giustizia, per la libertà, per l’usura, che corrode il mondo”.

Probabilmente il peso che grava in Italia su Ezra Pound, e che ne ha causato in parte l’oblio letterario, è stata la sua non celata e manifesta simpatia verso le ideologie di destra (fascismo) che hanno segnato l’Europa nella prima metà del Novecento; ancora oggi (ai più) il suo nome è legato “politicamente” a CasaPound Italia e non alla sua poetica e innovativa scrittura né al suo pensiero “economico-sociale”. Giuseppe Montesano, nella sua introduzione a “Ezra Pound Cantos Scelti” (Oscar Mondadori), lucidamente scrive: ‘Pound aveva scritto: <<Il sapiente non deve bere in truogoli avvelenati>>: ma lui per primo bevve, accecato, in troppi truogoli avvelenati’.
Ebbene, quanto restituito al Teatro Mercadante di Napoli ha cercato di fare luce, e in parte di “disintossicare” dal “veleno”, l’inquinato abbeveramento, nell’accurata descrizione del pensiero politico, economico e sociale e della poetica di Pound.
E così, in scena, Ezra Pound ha rivendicato il suo diritto ad avere un “giusto processo”, erigendo a Corte Giudicante il pubblico (e l’umanità tutta), invocando l’emissione di una “sentenza” libera da ogni condizionamento ideologico e politico, salda in motivazioni inoppugnabili fondate sul reale senso del suo pensiero, così come dichiarato e così come immortalato nei suoi “Cantos”, fermo nella lotta al male che vestiva i panni dell’“l’usurocrazia”.
Da “Contro l’usura” Canto XLV – “Ezra Pound Cantos Scelti”
“Usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane drudo,
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra i giovani sposi
CONTRO NATURA
Ad Eleusi han portato puttane
Carogne crapulano
Ospiti d’usura.”
E come il suo Ulisse (del Canto I) la chiglia della sua poesia tagliò il divino mare (“Set keel to breakers, forth on the goldy sea)” e col vento a vele spiegate navigò sino a sera (“wind jamming the tiller,/Thus with stretched sail, we went over sea till day’s end.”) tra le onde del greco, del latino, del provenzale, della cultura classica, del pensiero di Confucio…
“Ho portato la grande sfera di cristallo;
chi la può sollevare?
Puoi tu penetrare nella ghianda di luce?
Ma la bellezza non sta nella follia
Anche se cocci ed errori miei mi circondano.
E non sono un semidio,
Non riesco a dargli un nesso”.
(da “Ezra Pound Cantos Scelti”; tratto dal Canto CXVI)
“Ezra in gabbia o il caso di Ezra Pound” racconta della “gabbia” e della reclusione, quando dopo l’arresto e la consegna agli statunitensi, Pound venne accusato di tradimento e chiuso per venticinque giorni in una stretta gabbia di acciaio, senza servizi igienici, all’aperto, “pubblica” e illuminata di notte; dichiarato infermo di mente, fu poi internato nell’ospedale psichiatrico criminale federale “St. Elizabeths” di Washington per circa 12 anni. Lo “status” di “infermo di mente” lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni, anche dopo che nel 1958 tornò in libertà.
E della gabbia d’acciaio esposta, a cui fu esposto e destinato alla reclusione Pound e del suo internamento, resta del “miglior fabbro” la “poesia della disgregazione che cerca la forma solo per disgregarla ancora: perché nel nostro tempo la cosa concreta è svanita nell’astrazione, irreparabilmente, e l’inconscio del miglior fabbro lo sapeva”, come splendidamente osserva sempre Giuseppe Montesano nella sua introduzione a “Ezra Pound Cantos Scelti” (Oscar Mondadori).
Per Ezra Pound invece ciò che resta all’essere umano è l’amare: “Ciò che sai amare rimane/il resto è scoria/Ciò che tu sai amare non sarà strappato da te/Ciò che tu sai amare è il tuo vero retaggio” (dal Canto LXXXI – “Ezra Pound Cantos Scelti”), la preghiera che “un vecchio abbia quiete” e che “gli uomini non siano distruttori”, lì dove “il pensare divide e il sentire unisce”.
Sia ben inteso, questa nostra trattazione non vuole “negare” la vicinanza che ebbe Pound con il fascismo (ma d’altra parte è lui il primo a non negarla), né sottoporlo a propria volta a un “processo”.
Nel condannare ciò che il fascismo, a conti fatti, si dimostrò per l’Italia (e non solo) e prendendo le distanze da esso, si è voluta richiamare l’attenzione del lettore su alcuni aspetti dell’uomo e pensatore Pound meno noti ma soprattutto sul valore innovativo e “artistico” della sua scrittura e poetica.
https://www.teatrodinapoli.it/evento/ezra-in-gabbia-2025/
L'articolo Ezra Pound: il miglior fabbro e la sua gabbia. In scena al Teatro Nazionale di Napoli il “disintossicamento” del pensiero politico, economico e sociale e della sua poetica proviene da Freak Out Magazine.
Michael Stipe, ex voce pensante e ipnotica degli R.E.M., è a un passo dal traguardo: il suo debutto solista è in fase di ultimazione. E da quello che racconta, sarà tutto tranne che una “pacifica domenica mattina”.
Ospite da Stephen Colbert, Stipe ha rivelato di star scrivendo “le ultime parole” del disco, iniziato nel 2022 ma idealmente covato per molto più tempo. Il problema? Quella dannata “asticella alta” lasciata dai R.E.M., una band che si è sciolta nel 2011 senza litigi, ma con il peso di aver cambiato le coordinate del rock americano. «Voglio che sia grandioso come quello, ed è quasi impossibile», ha confessato. La pandemia, poi, non ha aiutato.
Ma è il contenuto del disco a far saltare sulla sedia. Stipe ha deciso di andare dritto: suoni che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, eppure dialogano. Tipo? «Un brano è il suono di un albero che si ascolta per la prima volta». Sì, avete letto bene.
L’aneddoto è pura poesia freak: un amico ha registrato un albero nel cortile della sua casa in Georgia – microfono sulla corteccia, vibrazioni, chissà – e poi gliel’ha riprodotto. «Sembrava il suono dei Daft Punk», dice Stipe. E a quel punto lui, da par suo, ci ha infilato sopra una sea shanty (un canto di lavoro tradizionale e ritmato, utilizzato dai marinai sui mercantili del XIX secolo per sincronizzare le fatiche più pesanti, come tirare le cime o salpare l’ancora).
Colbert gli chiede quale, e la risposta è «la più famosa che tutti conoscono». Poi intona Drunken Sailor, ovviamente. «L’albero non ha ancora risposto – scherza Stipe –. Faremo parlare i suoi con i miei».
Ma non finisce qui. Stipe confessa di aver sempre capito male il testo di quella canzone, e così ha scritto un “pezzo di lirica molto speciale” con versi come: “Legalo all’albero e radigli la pancia / Duct tape orecchie d’asino, stivali di gelatina”. Roba che né i Daft Punk né i marinai ubriachi si sarebbero mai aspettati.
Il disco, va ricordato, arriva dopo anni di piccoli segnali: i brani del 2019 Your Capricious Soul e Drive to the Ocean, la collaborazione con Big Red Machine e persino la sigla per la serie Rooster con Andrew Watt, Josh Klinghoffer e Travis Barker. Ma niente, fino a oggi, aveva avuto il respiro di un’opera prima.
E gli ex compagni? Con Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry il rapporto è da vecchi amici veri. Si sono riabbracciati nel 2024 per l’ingresso nella Songwriters Hall of Fame, regalando una rara e acustica Losing My Religion. «Una reunion? Non sarebbe mai all’altezza», hanno detto subito dopo.
Meglio così: lasciamo che Michael continui a parlare con gli alberi, a intrecciare Daft Punk e shanty, e a mettere in difficoltà chi cerca un senso in questo meraviglioso caos.
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L'articolo Michael Stipe (R.E.M.): un albero in Georgia, i Daft Punk e lo shanty dei marinai ubriachi nel suo primo album solista proviene da Freak Out Magazine.
Sono eleganti, imperscrutabili, e a quanto pare instancabili. I signori del post-punk newyorchese, quelli che in vent’anni non hanno mai sbagliato un look (e raramente una nota), tornano ad alimentare il circuito dei bootleg. Dopo aver stregato San Paolo con l’inedito “See Out Loud”, gli Interpol hanno replicato nel modo che preferiamo: a sorpresa, nel bel mezzo del deserto.
Tra un weekend e l’altro di Coachella, la band di Paul Banks ha pensato bene di concedersi una piccola deviazione nel selvaggio Southwest. Tappa: Albuquerque, New Mexico. Location: Revel Entertainment Center. E giovedì notte, senza troppi preamboli, è arrivato il secondo colpo.
Il brano si intitola “Wings On Fire” e, tranquilli, suona esattamente come dovrebbe suonare un brano targato Interpol. Un riff tagliente, quella chitarra che graffia senza urlare, e una voce che comanda – Banks, appunto, che aspetta la fine del pezzo per presentarlo. Quasi per dire: lo avete sentito, ora sappiate come si chiama. Il resto sono dettagli.
E di occasioni per riascoltarlo dal vivo ce ne saranno parecchie: gli Interpol voleranno in Australia e in Europa quest’estate, e nel frattempo è arrivata la conferma che apriranno i concerti di Sombr. Una notizia che fa sorridere, certo, ma che conferma lo status di eterni signori oscuri del festival circuit.
Il video – girato da un fan, come si deve – è già roba da collezione. Lo trovate qui sotto. Fatevi avvolgere dalle ali di fuoco.
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<script async src="http://www.freakoutmagazine.it/www.instagram.com/embed.js"></script>L'articolo Interpol: si accendono i motori: dal Southwest spunta “Wings On Fire”, l’ennesima gemma oscura proviene da Freak Out Magazine.
Ci sono band che non si limitano a suonare il proprio tempo, ma cercano di attraversarlo, di scavarlo, di capirlo. I Quicksand sono sempre stati così. E oggi, a sorpresa ma con la precisione di un pugno ben assestato, annunciano il loro quinto capitolo discografico: “Bring On The Psychics” pubblicato dalla Equal Vision.
A cinque anni di distanza dall’ottimo “Distant Populations” (su label Epitaph), la band guidata da Walter Schreifels torna con il terzo album del periodo post-reunion. L’uscita è fissata per il 17 luglio e porta ancora una volta la firma di Jon Markson alla produzione e al mix. Chi ha amato la furia ragionata dei lavori recenti, si prepari: qui si torna a scavare più a fondo.
Schreifels, che non ha mai avuto paura di mischiare la memoria hardcore con lo slancio verso il futuro, racconta così il disco:
«Per questo album sono tornato alle mie influenze più antiche: “Break down the walls” dei Youth of Today , “Start today” dei Gorilla Biscuits. Che tu sia dentro l’hardcore o la youth crew, quei dischi sono incredibili perché parlano al loro tempo e provano a indicare possibili strade verso un futuro migliore… con parti da mosh. Quella è l’energia che volevo portare nuovamente.»
Due i singoli già svelati: “Get To It” e “Regenerate”. E due le gemme filosofiche che Schreifels ci regala per entrare nel mood.
Su “Get To It”:
«È difficile parlare della propria musica e del suo significato. Non solo perché a volte non lo capisco neppure io, ma anche perché, in un certo senso, si ruba all’ascoltatore la possibilità di interpretare. Se non vuoi saperne, non leggere oltre. Altrimenti sappi che con questo pezzo volevamo fare qualcosa di energico, diretto e positivo. “Get To It” parla di “darsi da fare”, bucare le scuse che ci tengono fermi. La procrastinazione è una cosa con cui ho lottato per tutta la vita. Cerco sempre un nuovo mantra per superare questa tendenza a rimandare.»
E su “Regenerate”:
«Parla di trovare nuove strade. Un tema a cui torniamo sempre. Per quanto bravo tu sia a giocare la tua partita, la vita continuerà a portarti via delle cose. Fa schifo, ma è così che impariamo e cresciamo. Forse è proprio quando siamo costretti a rialzarci da un colpo duro che viviamo davvero.»
Intanto la band si prepara a tornare live: dall’11 giugno partirà un tour europeo con prima tappa a Hradec Králové 7, CZ passando per Colonia, Monaco e Berlino e chiuder in Olanda il 25 luglio a Ysselsteyn.
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L'articolo Quicksand: il ritorno è una scossa psichica. Il nuovo album “Bring On The Psychics” tra mosh part e rinascita. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
Quando Steven Brown restituisce un disco come “In This Very World” (Crammed Discs), mantiene fede alla sua (in)capacità di mettere a fuoco l’insieme, in un’ondivaga alternanza di bei momenti d’ascolto ma che si rivelano al contempo spesso disomogenei o “impertinenti”.
Se nel 1980, con il fondamentale “Half-Mute”, i Tuxedomoon di Steven Brown, Blaine Reininger e Peter Principle avevano segnato la storia in modo indelebile, con la loro miscellanea di avanguardia, di teatralità, elettronica e di umori tanto post punk/new wave, quanto jazz e da musica da camera, la carriera solista di Steven Brown non ha saputo solcare, con la medesima illuminata visione, quelle stesse mirabolanti intuizioni.
L’“Enciclopedia del Rock Anni ’80” dell’Arcana Editrice scrive: “I Tuxedomoon occupano una posizione a parte nel panorama rock contemporaneo: gruppo multimediale per eccellenza (fondono musica, teatro, mimo, danza, cinema e video) vivono un’evoluzione artistica che dalla scena new wave di San Francisco li porta a ricercare le proprie radici culturali in Europa, toccando generi molto diversi con una produzione discografica sterminata”.
Ma a ben ascoltare, anche gli stessi Tuxedomoon, dopo la folgorazione di “Half-Mute”, pur mantenendo la barra a dritta e congedando dei buoni lavori (“Desire” del 1981, “Divine” del 1982 , e gli EP “Time to Lose”e “Suite en sous-sol” del 1982, dischi questi che vedranno anche il “ritorno” di Winston Tong), faticarono con il navigare nelle stesse acque così splendidamente “turbolente” del loro LP d’esordio, approdando ora a lidi più convenzionali e prossimi ad una certo art-rock-wave a tinte dark (“Desire”), ora a “particolari” composizioni per “balletto” (“Divine” per Maurice Béjart).
Sebbene più acerbi, probabilmente i precursori EP “No Tears” (del 1978 con anche il citato Winston Tong, Michael Belfer e Paul Zahl) e “Scream with a View” (del 1979 con anche Michael Belfer) appaiono più meritori e interessanti della produzione post 1980.
Menzione a parte merita poi il gran bel disco del 1981 a firma Joeboy con lo storico “In Rotterdam” (sul side A) e con “San Francisco” (sul Side B).
In This Very World by Steven Brown Tuxedomoon
Del 1985 è poi “Holy Wars”, lavoro distante dai fasti degli esordi ma che in ogni modo cela una cupa essenza di fondo, “fusa” con un’impronta jazz/fusion ed un elettropop; quello che accadrà poi successivamente, con le sue contaminazioni e le sue più “morbide” tessiture, merita poca attenzione, come da subito testimoniano “Ship of Fools” (del 1986) e “You” (del 1987), utili solo ad arricchire il “catalogo” che ha lasciare un significativo segno.
Discorso a parte per l’interessante “The Ghost Sonata” del 1991, con cui i Tuxedomoon ritornano a sperimentare; va però detto che il materiale risale al 1982: “Music, sound and dialogue based on the 1982 stage and video productionbased on the 1982 stage and video production” si legge nelle note di copertina.
In sostanza, il periodo prolifico e compiuto dei Tuxedomoon si può riassumere nel biennio 1980/1981, con riverberi per il successivo 1982 e con le fondamenta gettate nel 1978 (da segnalare del 1987 la raccolta “Pinheads on the Move”, contenente registrazioni anche live e rarità del periodo 1977/1983 e la partecipazione a “Made To Measure Vol.1” del 1984 con “Verdun”, contenente interessanti composizioni “from the musical score of “Het Veld Van Eer” – come indicato nelle note di copertina”).
La nostra trattazione, sul punto, non andrà oltre, sebbene i Tuxedomoon continueranno comunque a produrre dischi e a suonare live negli anni 2000, pubblicando anche lavori più “astratti” e “art” come “Bardo Hotel Soundtrack” del 2006.
Il 1982 coincide anche con l’inizio della prolifica carriera solista di Steven Brown, fatta anche essa sostanzialmente di “morbide contaminazioni” e di colonne sonore, sin dalla collaborazione, dal gusto a tratti etnico, con Benjamin Lew per “Douzième Journée: Le Verbe, La Parure, L’Amour”; collaborazione poi replicata con la stessa “impronta” nel 1985 con “A Propos D’Un Paysage”.
E così, tra la classica in odore di avanguardia di “Music for solo piano” (del 1984), omaggi finanche a Luigi Tenco (“Brown Plays Tenco: Le Canzoni Di Luigi Tenco” del 1988), lavori più interessanti come il side A di “Searching For Contact” (del 1987), colonne sonore per cinema e teatro, collaborazioni, momenti di art-rock-cantautorale addolcito dai fiati come “Half Out” (del 1991) o come il recente “El Hombre Invisible” (del 2022), si è giunti nel 2026 alla pubblicazione di “In This Very World”.
Tra le molteplici declinazioni che ha vissuto la musica di Steven Brown, “In This Very World”, malgrado le consuete vacue divagazioni, è sicuramente più prossimo al citato art-rock-cantautorale a cui Brown ci aveva (come solista) abituato sin da “Searching For Contact” e poi con “Half Out” e “El Hombre Invisible”.
Apre l’ascolto “Stars”, che alza il sipario su un brano da “operetta”, per cantato/recitato e orchestrina.
“Wordsworth” con il suo pianoforte, i suoi fiati e i suoi archi mostra il lato più “inconcludente” di Brown, perso in musica d’accompagnamento più che di sostanza; stessa sorte tocca a “Danza de la Pluma” che suona, appunto, come composizione per una “danza” “leggera”.
Più convincente è la ballata “Panic in Detroit” che mostra un Brown più “concreto” e a suo agio nel reinterpretare in modo intimo e personale il brano di David Bowie.
Con “Nakba” (il titolo è fin troppo significativo) si ritorna a una scrittura strumentale da “camera”, ma questa volta con maggior “carattere”; al primo ascolto ho pensato al catalogo “Egea” in cui “Nakba” non sfigurerebbe affatto.
In un continuo cambio di scena, “Cheràn” è bella invocazione desertica, con un’indovinata breve chitarra distorta e “dissonante”.
Se l’omaggio a David Bowie ha funzionato, quello a Dmitri Shostakovich con “Waltz nr.2” appare onestamente superfluo.
Mentre “Pyramides” è un ritorno alla sperimentazione teatrale mitteleuropea, con “Work” i giri riprendono e su di un “basso” stile Les Claypool si aprono lucubrazioni vecchio stampo con un assolo di “fiato” e di chitarra a mettere la giusta firma conclusiva: più che gradito momento d’ascolto.
“Lontano” è riuscito momento di spoken e di jazz calato in partiture prossime alla musica contemporanea.
“Luce” è notturna, calda lenta e jazzata, per un momento rilassato d’ascolto…
“Nella Terra (Live)”, anch’essa di impronta jazz ma con più abrasioni, si fa apprezzare nel suo rincorrere di assoli, nella ruvida chitarra e nella tromba, e congeda un lavoro che, come detto in apertura e nel titolo, convince ma solo metà, con indubbi bei momenti di ascolto, ma che non cela tra i solchi l’atavico limite di Brown di essere talvolta eccessivamente dispersivo nel suo eclettismo.
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L'articolo Convince (ma solo a metà) “In This Very World” di Steven Brown dei Tuxedomoon proviene da Freak Out Magazine.
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