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C’era qualcosa di sacro e minaccioso nel suono dei Timber Timbre. Una crepa nel pavimento di una casa vuota, il lamento di un architetto dei sogni infranti. Taylor Kirk, il poeta canadese che ha dato corpo, voce e incubo a quel progetto, ci ha lasciato all’inizio della scorsa settimana. Aveva 44 anni. A darne notizia è Exclaim.
Nato in Ontario, poi trapiantato a Montréal, Timber Timbre nacque nel cuore degli anni Duemila come un’idea solitaria, per espandersi in seguito in una creatura collettiva. La sua musica era fatta di spazi vuoti, silenzi caricati di tensione, un blues che sapeva di polvere e di palude, un folk che odorava di naftalina e di mistero.
Il grande pubblico lo scoprì con l’album omonimo del 2009, finito nella longlist del Polaris Music Prize. Poi arrivarono Creep on Creepin’ On (2011) e Hot Dreams (2014): dischi che non cercavano il successo, ma lo strattonavano con eleganza da un vicolo buio.
Un rapporto speciale anche con l’Italia: oltre a delle tournée di qualche anno fa, ha collaborato con l’italo americano di Caserta Joseph Martone producendo i suoi due album e collaborando anche dal vivo.
La voce di Kirk ha abitato anche il piccolo schermo, prestandosi alle atmosfere tese di The Good Wife e Breaking Bad. Perché quando il male si faceä sottopelle, serviva la sua colonna sonora.
Ora Taylor se n’è andato. Ma i suoi incubi orchestrali restano, a far compagnia a chi ha ancora voglia di perdersi in un bosco che canta.
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E dopo cinque anni di silenzio (relativo, s’intende), i Modest Mouse hanno deciso che era ora di sporcarsi di nuovo le mani. Solo un mese fa ci avevano riscaldato con il singolo “Look How Far” – prima traccia inedita dal 2021, anno di The Golden Casket – e ora arriva l’annuncio che aspettavamo: il nuovo album “An Eraser and a Maze” uscirà il 6 giugno via Glacial Pace Recordings (l’imprint di Isaac Brock sotto l’egida Virgin).
Per l’occasione, Brock si è circondato di una squadra di produttori d’eccezione: Jackknife Lee, Suzy Shinn e Justin Raisen. Ma il vero centro gravitazionale, come sempre, è la sua testa.
«Per questo disco ho spento il filtro. Ho lasciato che accadesse e basta. Lo so, lo dicono tutti i musicisti quando pubblicano un disco. Voglio dire, ascoltate il terzo minuto di qualsiasi intervista di Terry Gross a un musicista…»
E poi aggiunge, con quella mistura di straniamento e lucidità che lo rende unico:
«Pensieri, emozioni, sentimenti, tutta quella roba… sei come una zuppa, e non è sempre facile distinguere gli ingredienti. Non mi soffermo molto sulle cose. Non soffro molto. Non sono sicuro di essere una persona. Sento che dovrei provare più emozioni di quelle che provo. Ma poi, canto qualcosa. E lì scatta: “Oh, eccola lì”. Oh – era dentro.»
Se c’è un modo per raccontare il songwriting dei Modest Mouse, è proprio questo: l’emozione che emerge per sottrazione, o per esplosione involontaria.
L’album contiene “Look How Far” e ieri sera hanno anche condiviso la traccia d’apertura, “Picking Dragons’ Pockets”.
La band aveva già annunciato date primaverili ed estive, ma ora hanno aggiunto una tranche autunnale. Tra le tappe imperdibili: NYC, The Rooftop at Pier 17, con Caroline Rose al seguito. La data è il 8 ottobre.
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A sei anni di distanza dall’ultimo capitolo pubblicato a nome Tricky, il visionario trip-hop britannico torna a far vibrare le ossa del panorama post-industriale con un’opera che sa di abisso e lampi improvvisi. Different When It’s Silent uscirà il 17 luglio per la label False Idols (via !K7), l’etichetta che da sempre gli garantisce libertà assoluta… del resto è di sua proprietà.
Un titolo che è già una dichiarazione di poetica sporca: il silenzio non è mai davvero assenza di suono, ma spazio carico di tensione. E Tricky, da maestro della dilatazione sonora e del groove spezzato, lo sa bene.
Registrato tra la sua attuale dimora in Francia e un ritorno alle radici negli studi di Bristol, il disco rappresenta il suo quindicesimo album in studio e vede la fondamentale presenza di Marta Złakowska, sua complice musicale ormai stabile. La voce della cantante polacca non è mai stata solo un’accompagnatrice: è un’altra metà dell’ombra, un contrappunto femminile che esalta la ruvidità di Tricky.
«Io amo semplicemente fare musica», dichiara l’artista. «Sono grato di aver avuto la possibilità di vivere questa vita e continuare a creare». Parole che suonano come un manifesto di sopravvivenza artistica, lontano da mode e logiche di mercato.
Il primo estratto, “Out of Place”, ha una genesi curiosa. Il brano era inizialmente destinato all’album solista del 2025 di Marta Złakowska. Ma è stato Alan McGee, fondatore della mitica Creation Records e attuale manager di Tricky, a spingere perché finisse sotto il suo nome. Un consiglio che suona più come un’intuizione geniale.
Il risultato è un pezzo propulsivo, quasi rock, che macina distorsioni e scambi di linea tra i due. Tricky ringhia, Marta sospira, e il ritmo non molla la presa. Il video ufficiale, già in rotazione, amplifica questa tensione claustrofobica e magnetica.
Tricky sarà instancabile tra primavera ed estate, con una serie di date che toccherà Regno Unito, Irlanda, gran parte dell’Europa continentale e alcuni festival imperdibili. Da segnalare l’unica tappa italiana: 9 luglio a Milano, al Triennale – Palace of Art, location che promette un’atmosfera rarefatta e suggestiva.
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C’è un filo invisibile che tiene insieme la storia della musica americana, fatto di incontri, stime reciproche e canzoni che aspettano il momento giusto per tornare alla luce. È questo il cuore pulsante di ‘Time’, il nuovo album di Taj Mahal, in uscita il prossimo 1° maggio per Resonatin’ Records e Thirty Tigers. Un disco che non è solo l’ennesimo capitolo di una carriera monumentale, ma un vero e proprio ponte gettato tra due leggende.
Il titolo, infatti, non è casuale: prende il nome da un brano inedito di Bill Withers, un demo perduto nel tempo e recuperato grazie all’amico di lunga data, il produttore Steve Berkowitz. Con la benedizione di Bill e Marcia Withers, quel nastro è finito nelle mani giuste. Taj Mahal, che con Withers condivideva un legame personale oltre che artistico, ricorda con la consueta profondità: “La mia ex moglie andava a scuola con la moglie di Bill, quindi ci si conosceva. Ho sempre avuto un grande rispetto per quel fratello. Bill saliva sul palco con una chitarra acustica, cantava ‘Grandma’s Hands’ e arrivava dritto al cuore della gente. Niente acrobazie, niente apparenza: aveva il suo tempo, il suo modo di fare. Quell’onestà significava tutto. Quando ho sentito questo brano, l’ho ascoltato un paio di volte e ho capito subito il suo messaggio. Siamo stati grati di ricevere la sua benedizione per registrarlo”.
Ma ‘Time’ non è solo la celebrazione di un’eredità preziosa. È anche un’istantanea luminosa di un momento preciso: il 2010, quando Taj Mahal e la sua storica Phantom Blues Band si chiusero negli Ultratone Studios di Studio City, California, per registrare dal vivo quelle che sarebbero diventate le tracce di questo album. Una collaborazione trentennale, quella con la band, che aveva già regalato al mondo due gioielli come i vincitori del Grammy ‘Señor Blues’ (1997) e ‘Shoutin’ in Key’ (2000). Con loro, la chimica perfetta di Tony Braunagel (batteria), Larry Fulcher (basso) e Johnny Lee Schell (chitarra), quest’ultimo co-produttore insieme a Berkowitz.
Il risultato è una masterclass di soul, roots, folk, reggae e blues che attraversa con disinvoltura decenni e continenti. Accanto alla titletrack di Withers, troviamo una versione ipnotica di ‘Talkin Blues’ di Bob Marley con la partecipazione vocale di Ziggy Marley, il groove leggero di ‘Wild About My Lovin’ e un’incursione afro-cubana in ‘You Put The Whammy On Me’. A impreziosire il tutto, le tastiere del neworleanese Jon Cleary e l’organo di Mick Weaver.
Pochi artisti, del resto, hanno saputo decifrare la mappa delle radici americane come Taj Mahal. Oggi, a distanza di oltre sei decadi e più di 40 album, il discorso si fa ancora più solenne: nel 2025 ha ricevuto il Grammy alla carriera, un riconoscimento che corona un percorso iniziato alla fine degli anni ’60, quando iniziò a infrangere i confini del blues per rivelarne le connessioni globali. Dai Rolling Stones a Bonnie Raitt, il suo sguardo ha influenzato generazioni, mentre la sua mano non ha mai smesso di innovare, come dimostrato dal recente ‘Get On Board’ (2022), trionfante con Ry Cooder.
‘Time’ si inserisce perfettamente in questa traiettoria: un disco che non guarda indietro con nostalgia, ma raccoglie il testimone di un’eredità (quella di Withers, ma anche la propria) per restituirla vitale, vibrante, profondamente attuale. Nelle note di copertina, Ruthie Foster riassume con lo spirito giusto l’essenza di questo lavoro: “Alzate il volume, questa è musica dal groove profondo, fatta da una band che suona ancora come se la notte fosse giovane”.
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Una perdita immensa per la scena punk blues e garage rock americana. Se n’è andato troppo presto Gregg Foreman, frontman dei Delta 72 (a pubblicarli era la famosa Touch & Go records), stretto collaboratore di Cat Power e James Williamson e anima genuina e ribelle del rock underground.
La notizia si è diffusa come un elettroshock tra i musicisti che hanno incrociato il suo cammino. A dare il primo, doloroso annuncio, in forma di ricordo, sono stati i Chrome Cranks, compagni di mille battaglie negli anni ’90:
“Siamo addolorati dalla notizia della scomparsa di Gregg Foreman, la cui grande band, i Delta 72, suonava spesso con noi negli anni ’90. Gregg era un vero credente nel rock ’n’ roll. Ha continuato a fare grande musica con Cat Power, James Williamson e molti altri. Amore e condoglianze alla sua famiglia e ai suoi amici. RIP e grazie.”
In Italia a ricordarlo è Ferruccio Quercetti dei bolognesi CUT: “Aprire per i Delta 72 al Cox di Milano più di vent’anni fa è stata una cosa indimenticabile. Chiacchierare con Gregg prima e dopo il concerto ‘about all things rock and roll’ altrettanto. Goodbye Gregg Foreman, you definitely put the soul into the new machine.”
Poche parole che raccontano un’intera vita spesa sul palco e dietro ai dischi. Classe 1972, nato a Philadelphia, Foreman era stato il motore irrequieto dei Delta 72, band capace di fondere la furia post-punk con il rhythm’n’blues anni ’60, il tutto condito da performance dal vivo da animale da palcoscenico, con movenze che ricordavano James Brown.
Negli ultimi anni Foreman si era diviso tra la collaborazione attiva con Cat Power, la militanza nei Pink Mountaintops, il progetto Re-Licked con James Williamson (The Stooges) e collaborazioni illustri con Alan Vega (Suicide), The Gossip, Lydia Lunch, Jesse Malin e Kat Von D. Realizzava anche un programma radiofonico, The Pharmacy, dove ha intervistato leggende underground come Genesis P-Orridge e Anton Newcombe.
Chi l’ha visto suonare anche solo una volta, chi ha incrociato la sua energia travolgente, lo ricorderà come uno degli ultimi veri credenti. Quelli per cui il rock non era un genere, ma una ragione di vita.
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