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 Home page > Tribuna Libera > Venezuela: lettera aperta a Giorgio Cremaschi

Venezuela: lettera aperta a Giorgio Cremaschi

Caro Cremaschi,

il tono con cui affermi che sul Venezuela si debba “dichiarare da che parte si sta” dando per scontato che chi non accetta di stare con chi pretende di incarnare la rivoluzione bolivariana starebbe “coi golpisti reazionari sostenuti da Usa e UE”, senza sfumature (“O di qua o di là – dici - e chi sta di là è un nemico”), ricorda quello con cui Breznev e i suoi vassalli europei pretendevano di rappresentare “l’unico socialismo possibile” e respingevano nel “campo nemico” chiunque avesse dubbi o si richiamasse al progetto originario.

Non si direbbe una frase infelice sfuggita, dato che la ripeti con una lieve variante in un altro punto della tua intervista a Geraldina Colotti: “O i governi progressisti e rivoluzionari di Venezuela, Bolivia, Cuba o il fascioliberismo di Bolsonaro, in mezzo o altrove non c’è nulla. Questo è centrale per come schierarsi, ma anche per capire che o si sceglie la via del socialismo, ovviamente adeguato al mondo del ventunesimo secolo, o c’è la reazione”. Si capisce che pensi ai governi, ma ci sono anche i movimenti e i singoli militanti, che hanno il diritto di non essere catalogati come seguaci di Bolsonaro o assimilati alla trogloditica destra venezuelana solo perché criticano la catastrofica politica economica di Nicolás Maduro, o i criteri con cui fissa arbitrariamente e unilateralmente le scadenze elettorali e chi può accedervi.

Ma non è solo la valutazione di Maduro a dividerci: mi stupisce che tu possa sostenere che “l’esperienza di ALBA segna una prospettiva utile anche ad affrontare la crisi della UE, dei cui trattati diseguali Potere al Popolo vuole la rottura. In quella rottura i paesi dell’Europa Meridionale e del Mediterraneo (?!) potrebbero trovare in ALBA un esempio e un modello di nuovi rapporti”. Mi sembra incredibile che tu proponga quello che è stato un cartello di paesi e di governi e che per giunta è in crisi evidente, addirittura come modello utile per “paesi del Mediterraneo” di cui non ce ne è uno che abbia un governo blandamente di sinistra, a parte il Portogallo. Perché non rifletti su cosa è rimasto dell’ALBA e non ti poni domande sulle ragioni? Come è possibile che uno strumento che consideri esemplare sia stato del tutto inefficace di fronte alla sconfitta di gran parte dei suoi governi?

Tu insisti nel vedere dovunque un golpe, ma non ti domandi perché la mobilitazione in difesa di Lula è stata così insufficiente a contrastare l’ondata di rigetto nei confronti del PT, che era stato al governo per tanti anni? È vero che in Brasile la corruzione invadeva e invade tutti o quasi i partiti, ma verificare che “così fan tutti” non è stato indolore per chi aveva sognato una svolta in direzione del socialismo e si è trovato a vedere le prove dell’enorme giro di tangenti fornite dai corrotti e corruttori rei confessi. E ovviamente non penso tanto all’appartamentino che sarebbe stato (forse) fornito a Lula, quanto alle somme spese per costruire maggioranze eterogenee e ambigue per “governare ad ogni costo” comprandosi parlamentari e interi partiti di destra, in collaborazione con multinazionali come la Odebrecht o Petrobras con cui Lula manteneva strettissimi rapporti. I cosiddetti golpisti come Temer e molti dei sostenitori di Bolsonaro facevano parte delle maggioranze con cui Lula e Dilma governavano, finché non hanno intravisto la possibilità di approfittare della crisi di consenso del governo per prendersi tutto il potere.

Oltre al Brasile anche l’Argentina è perduta per l’ALBA; l’Ecuador non ha avuto neppure bisogno di un golpe o di un risultato elettorale per cambiare “campo”. Resterebbe la Bolivia, ma che garanzia dà per una controffensiva continentale se il suo presidente chiama hermano il presidente Bolsonaro, e si presta anche al gioco sporco del governo italiano sul “caso Battisti”? Non apro qui il caso Nicaragua perché nell’intervista non la nomini, e d’altra parte c’è già materia per riflettere negli altri casi portati ad esempio.

Invece di influire su una Colombia che oltre a due e più formazioni guerrigliere ha avuto una sinistra che ha governato le maggiori città, l’immagine negativa del Venezuela, non frutto di fantasia e di fake news ma misurabile dall’inversione delle correnti migratorie, ha rafforzato in modo inquietante la peggiore destra. La gente giudica dalla dimensione del fenomeno dei migranti, che fuggono da una penuria senza confronti con qualsiasi altro paese del continente, e inspiegabile se non con l’enorme corruzione dovuta alle facilitazioni offerte a capitalisti di ogni taglia e di ogni paese con i sistemi multipli di cambio.

Caro Cremaschi, mi sembra che tu consideri le critiche alla politica di Maduro e dei vertici del burocratizzatissimo PSUV come il venir meno del dovere di sostenere il Venezuela di fronte all’attacco imperialista: in realtà è il comportamento di Maduro che favorisce la crescita di un sentimento di rabbia e riduce la partecipazione che caratterizzava l’esperienza di Chávez, e che quindi renderà più facile l’attacco che si prepara e che ci preoccupa. Se rifletti sull’esperienza del Brasile, capisci perché la critica è necessaria: da dove veniva Temer, se non da una vicepresidenza concordata? Perché durante i quattro mandati presidenziali del PT non erano stati riformati la polizia, l’esercito, la magistratura ultrareazionaria che poi si è prestata a quello che chiami golpe? Queste sono le forze che hanno preparato il voto massiccio per Bolsonaro, approfittando della delusione e dello sbandamento della sinistra.

Perché è stata così evidentemente insufficiente (almeno a giudicare dai voti) l’azione per far crescere la coscienza politica del popolo, assistito per anni con bonos o borse di alimenti che avevano una funzione di tranquillante sociale ma lasciavano intatti i capitali grandi e piccoli?

La scelta di contrapporre la politica di questi governi “progressisti” al più becero revanscismo dell’imperialismo impersonato da Trump è un escamotage che non ha respiro, e si regge solo nascondendo le voci critiche che non sono state ascoltate e sono state emarginate proprio grazie a questo fideismo. Ma questa non è una novità: negli anni del peggior terrore staliniano c’era chi faceva i pellegrinaggi alla nuova Mecca di Mosca e scopriva che in URSS c’era una “nuova civiltà”, e chi, più semplicemente, non sospettava neppure che nei Gulag c’erano militanti che discutevano appassionatamente su come difendere l’URSS...

Eppure queste voci critiche nei confronti del governo e al tempo stesso impegnate nella denuncia dei tentativi imperialisti, c’erano in Brasile, in Ecuador, in Nicaragua, ci sono in Venezuela, anche se indebolite e amareggiate per le calunnie e le sopraffazioni burocratiche e senza nessun sostegno esterno. Tra loro ci sono compagni che hanno collaborato strettamente con Chávez. Sono contro Maduro anche per la sua disponibilità a eccessive concessioni alle grandi multinazionali petrolifere, nell’illusione di ottenerne la gratitudine, ma sono allarmate per i concreti tentativi di intervento militare dei pessimi governi vicini (Brasile, Colombia e Guyana) che potrebbero anche utilizzare i contenziosi territoriali aperti dagli ultimi due paesi.

È assurdo che un compagno come te che ha una lunga storia di battaglie di minoranza, non ascolti queste voci solo in base alla loro dimensione, e non si curi del contenuto delle loro denunce e dei loro allarmi, come è avvenuto per decenni nei confronti delle inascoltate minoranze critiche che invano denunciavano che il sistema staliniano si avviava verso il suo ignominioso sgretolamento.

Se ci sarà un attacco esterno al Venezuela sono sicuro che ci troveremo di nuovo insieme, e forse sarà più facile discutere sulle ragioni dell’indebolimento di quel progetto generoso di costruire una nuova America Latina che avevamo sostenuto con convinzione.

Antonio Moscato

P.S. Avevo scritto a caldo questa lettera subito dopo aver letto la tua intervista, ma avevo rinviato la sua pubblicazione sia per riflettere meglio su ogni parola per non correre il rischio di rendere più profonde le divergenze, sia perché intanto ero concentrato sulle ultime vicende venezuelane. Ero ovviamente in ansia per la giornata di ieri, che tuttavia non ha cambiato molto: la destra trogloditica e litigiosa ha trovato per il momento ancora un volto nuovo, che le permette di mobilitare le piazze, anche se il paese rimane spaccato in due. Ma il governo deve appoggiarsi sempre più su un esercito abituato a mettere in vendita la sua lealtà. Non è questo che può diminuire la preoccupazione per il futuro del Venezuela... (a.m.24/1/19)

Questo articolo è stato pubblicato qui

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