VIDEOBOX 2026: quando il corpo incontra l’algoritmo
Tra avatar digitali, realtà virtuale e nuove forme di espressione artistica, il rapporto tra corpo e tecnologia è oggi uno dei temi più discussi nel panorama culturale contemporaneo. A Pesaro questo dialogo diventa protagonista con la sesta edizione di VIDEOBOX, il festival promosso da Hangartfest e curato da Paolo Paggi, che torna a interrogare il presente attraverso la screendance, i nuovi media e le pratiche artistiche capaci di mettere in relazione movimento, immagine e innovazione tecnologica.
L'iniziativa prende avvio all'interno della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, una delle manifestazioni cinematografiche più longeve e prestigiose d'Italia, confermando la crescente attenzione verso quei linguaggi che si collocano al confine tra cinema, arti performative e sperimentazione digitale. Negli ultimi anni la videodanza, o screendance, è diventata infatti un territorio di ricerca sempre più importante, capace di superare la semplice documentazione della performance dal vivo per trasformare il mezzo audiovisivo in parte integrante dell'opera artistica.
La macchina da presa non si limita più a osservare il movimento, ma lo costruisce, lo modifica e lo amplifica. Attraverso il montaggio, le inquadrature e gli strumenti digitali, il corpo può essere mostrato da prospettive impossibili da percepire in teatro, generando nuove forme di narrazione e nuove modalità di relazione con lo spettatore. È proprio questa evoluzione del linguaggio che emerge nelle opere finaliste di Interfaccia Digitale, il premio internazionale di videodanza promosso da Hangartfest, che raccoglie lavori provenienti da differenti contesti culturali e geografici offrendo uno spaccato significativo delle tendenze più recenti della ricerca artistica internazionale.
Uno degli appuntamenti più attesi è rappresentato da COSMOGONY del coreografo e filmmaker svizzero Gilles Jobin, considerato tra i pionieri nell'utilizzo delle tecnologie digitali applicate alla danza contemporanea. La performance utilizza sistemi di motion capture, tecnologia nata nell'industria cinematografica e videoludica e oggi sempre più presente nelle arti performative. I movimenti dei danzatori vengono registrati in tempo reale nello studio della compagnia a Ginevra e trasmessi a distanza sotto forma di avatar digitali. Il risultato è una riflessione potente sul concetto di presenza in un'epoca in cui gran parte delle relazioni umane si svolge attraverso schermi, piattaforme e ambienti virtuali.
La domanda che emerge è semplice solo in apparenza: cosa resta del corpo quando viene trasformato in dati? La tecnologia può sostituire la presenza fisica o ne rappresenta piuttosto una nuova forma? Interrogativi che attraversano non soltanto il mondo dell'arte ma l'intera società contemporanea, sempre più immersa in una dimensione digitale che modifica il modo di lavorare, comunicare e costruire identità.
In questo contesto assume particolare rilievo il VR Corner, dedicato alle esperienze immersive in realtà virtuale, realtà aumentata e video a 360 gradi. Negli ultimi anni la realtà virtuale ha trovato applicazioni sempre più estese anche nei musei e nei luoghi della cultura, dove viene utilizzata per creare percorsi esperienziali capaci di coinvolgere il visitatore in modo attivo. A differenza delle forme tradizionali di fruizione, la VR consente infatti di entrare all'interno dell'opera, modificando radicalmente il rapporto tra osservatore e contenuto.
Le istituzioni culturali di tutto il mondo stanno investendo in queste tecnologie nella convinzione che possano rappresentare un'opportunità per avvicinare nuovi pubblici, soprattutto le giovani generazioni cresciute in un ambiente dominato dalle immagini digitali. Tuttavia il loro valore non risiede soltanto nell'innovazione tecnica, ma nella capacità di proporre nuove forme di esperienza e di conoscenza.
Accanto alle performance e alle installazioni, VIDEOBOX propone anche momenti di riflessione dedicati all'identità nell'era digitale. Oggi ciascuno di noi costruisce quotidianamente molteplici rappresentazioni di sé attraverso social network, piattaforme online e ambienti virtuali. L'identità non è più un concetto stabile e definito, ma un processo in continua trasformazione. Gli artisti sono tra i primi a esplorare queste dinamiche, utilizzando il corpo come luogo di sperimentazione e di confronto con le trasformazioni della contemporaneità.
Particolarmente significativo è anche REM26, laboratorio audiovisivo dedicato alla relazione tra danza e spazio scenico. Il progetto coinvolge videomaker, performer, studenti e giovani artisti in un percorso condiviso che unisce ricerca creativa e formazione. Iniziative di questo tipo testimoniano come le discipline artistiche stiano diventando sempre più interdisciplinari, favorendo il dialogo tra competenze differenti e aprendo nuove prospettive professionali e culturali.
Al di là delle singole proposte, ciò che emerge con forza da VIDEOBOX è la volontà di interrogare il rapporto tra essere umano e tecnologia senza cadere né nell'entusiasmo acritico né nel rifiuto nostalgico dell'innovazione. Le tecnologie digitali non vengono presentate come semplici strumenti spettacolari, ma come dispositivi culturali capaci di modificare la percezione del corpo, dello spazio e delle relazioni.
In un tempo in cui l'intelligenza artificiale, la realtà virtuale e gli ambienti immersivi stanno ridefinendo il nostro modo di vivere, il corpo continua a rappresentare il punto di partenza di ogni esperienza. È proprio in questa tensione tra presenza fisica e dimensione digitale che VIDEOBOX trova la propria identità, trasformando Pesaro in un osservatorio privilegiato sulle forme artistiche del futuro e sulle domande che accompagneranno la società nei prossimi anni.
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