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Rivoluzioni non-violente | Il “pacto de l’olvido” e le rivoluzioni contemporanee

Con questo pezzo del mio amico Elio Catania, apriamo una discussione su uno dei fenomeni caratterizzanti della nostra epoca: le rivoluzioni colorate, di velluto o comunque non violente. Il tema è molto delicato e spero interverrete numerosi, ovviamente interverrò anche io. A.G.

 

Ottobre-novembre 2017. In poco più di un mese in Catalogna si consuma la “ribellione” della Generalitat catalana al governo centrale di Madrid. Crisi politica iniziata l’anno precedente, nutrita dal sentimento storico di indipendentismo catalano, cresciuta progressivamente con la crisi economica, è culminata nell’indizione del referendum sull’indipendenza dell’1 ottobre e nel suo svolgimento caotico tra cariche della polizia e proteste nelle principali città della regione.

Sebbene la consultazione fosse stata dichiarata illegale e incostituzionale da Madrid, con le prime denunce per “sedizione” e “ribellione contro lo Stato”, il presidente catalano Carles Puigdemont e le principali forze indipendentiste portano avanti la rivendicazione per un mese, tra tentennamenti, dietrofront, continui rimpalli con il premier Rajoy, fino al voto del parlamento locale a favore della secessione e, infine, la fuga di Puigdemont e di alcuni suoi collaboratori a Bruxelles, mentre il Tribunale di Madrid ordinava mandati di cattura e arresti per i vertici istituzionali della Generalitat.

Nonostante l’ampio movimento di opinione pubblica, in particolare a Barcellona, che ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone pacificamente a sostegno dell’indipendenza e con rivendicazioni di base democratiche, lo scontro sembra essersi svolto principalmente sui media e, con ogni probabilità per il futuro, nelle aule di tribunale. I luoghi della risoluzione, sempre molteplici, sembrano essere lontani dal luogo della protesta per eccellenza, la piazza.
Una rivendicazione nazionalista e indipendentista seria culminata in farsa a causa di una classe dirigente (sia madrilena che catalana) mediocre? La dimostrazione del carattere globale di una crisi economica giunta al suo decimo anno, capace di degenerare in crisi politica e dello Stato? O l’ennesima narrazione più mediatica che reale dell’epoca dell’iperinformazione, che tanto piace ai cittadini-social user delle “twitter-democrazie”? Come sempre, la realtà è complessa e dunque è impossibile trovare una risposta univoca.

C’è però un aspetto che ci sembra fondamentale in tutta questa storia: l’assenza della dinamica conflittuale, da parte della Generalitat e della società civile catalana, o la sua illegittimità, da parte dello Stato centrale e del governo. Semplificando, potremmo dire che gli indipendentisti hanno creduto di poter portare avanti una secessione, con conseguente rivolgimento istituzionale ed economico per entrambe le parti coinvolte, in modo pacifico e senza scontro; mentre i centralisti non hanno riconosciuto il diritto a questo rivolgimento, prima ancora che sul piano legale su quello politico.

Da questo punto di vista la crisi catalana (sebbene tuttora in corso e senza conoscere quindi i possibili esiti futuri) si inserisce nel quadro di una cultura politica che potremmo definire disarmata o, se si preferisce, deconflittualizzata, frutto di un processo di lungo periodo e che ha riguardato vicende storiche ben più drammatiche.

Verso la metà degli anni Settanta si è infatti assistito al cambio di regime negli ultimi paesi fascisti europei: il Portogallo nel 1974 e la Spagna l’anno successivo, con l’aggiunta della Grecia sempre nel ’74 (sebbene questo rappresenti un caso particolare e il regime militare dei Colonnelli si fosse instaurato con un golpe nell’aprile ’67). Tra il 1983 e il 1990, invece, terminano le dittature militari in America Latina, i cui casi più significativi sono rappresentati dall’Argentina e dal Cile. Nella prima metà degli anni Novanta si dissolve l’impero sovietico e cadono i regimi “comunisti” anche nei Balcani. Mentre, a partire dal decennio Duemila inizia la serie di cosiddette “rivoluzioni pacifiche” o “colorate”, in particolare nell’est Europa dei residuali regimi autoritari e nel centro Asia.

Dunque grosso modo tre/quattro fasi, contesti diversi dal punto di vista geografico, culturale e soprattutto temporale, ma accomunati da un inquadramento interpretativo (coevo o successivo) e da un racconto che li ha pretesi come rivolgimenti sostanzialmente pacifici e privi di conflitto.

Il caso principe è il Portogallo della Revolução dos Cravos: la Rivoluzione dei garofani, del 25 aprile 1974, narrata successivamente come la prima delle rivoluzioni pacifiche, con il suo corollario simbolico di immagini costruito e diffuso per sostenerne appunto la vulgata. Anche la stessa successione spagnola al franchismo, dell’anno successivo, viene presentata come un graduale processo di sostituzione il cui simbolo è rappresentato dalla Costituzione del 1978.

Nel caso dell’America Latina, un discorso più complesso sottende al significato storico delle dittature militari e del ruolo degli eserciti nei paesi del Cono Sud lungo il Novecento, discorso che ancora deve essere scritto. La vulgata più diffusa presenta infatti le giunte militari degli anni Settanta (escludendo in maniera profondamente scorretta, anzitutto da un punto di vista metodologico, la lunga storia dei governi militari dei decenni precedenti) come risultato della violenza guerrigliera; questa ampia operazione di abuso pubblico è a sostegno dell’altra, che presenta appunto la fine delle dittature come un processo pacifico, di presunta riappropriazione del potere da parte della sfera civile e reso possibile dalla cessazione della violenza politica da parte dei due “opposti estremismi”.

L’Europa vive invece la sua transizione con la fine della Guerra Fredda: un insieme di insostenibilità economica e delegittimazione politica dei governi porta alla fine dei regimi filo-sovietici dell’Est dove, fatta salva l’eccezione jugoslava e singoli episodi di violenza in Russia e Romania, i simboli diventano appunto la rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia e l’abbattimento senza sparare nemmeno un colpo del muro di Berlino.

Infine, all’inizio del nuovo millennio assistiamo, come già ricordato, alle rivoluzioni colorate: rosa in Georgia nel 2003, arancione in Ucraina nel 2004, “del cedro” in Libano nel 2005, “dei tulipani” in Kirgyzistan nello stesso anno, gialla “zafferano” in Myanmar nel 2007 e verde nell’Iran del 2009. Come le guerre, anche le rivoluzioni avvengono in diretta tv e twitter, con i nuovi socialmedia. Questa volta con un annesso inquadramento teorico rappresentato da pensatori come Gene Sharp (definito “il Clausewitz della guerra non-violenta”) o John Holloway (autore del libro dal titolo significativo Cambiare il mondo senza prendere il potere). In una certa misura, anche le stesse “Primavere arabe” si inseriscono in questo filone, anche se la realtà ha ben presto smentito la retorica delle classi dirigenti occidentali e la narrazione mediatica.

Nel corso degli ultimi 40 anni abbiamo dunque assistito a una graduale deconflittualizzazione della cultura politica, in particolare nell’occidente esteso, che però presenta caratteri e meccanismi riconoscibili in più luoghi. Il piano storiografico non ne è stato immune. La grande battaglia si è consumata anche sull’interpretazione storica del concetto di rivoluzione, sul suo legame con la modernità e con il diritto dei popoli alla resistenza. Per decenni il confronto tra la storiografica giacobino-marxista e quella liberale-conservatrice si è giocato proprio sul terreno di quale rivoluzione fosse o, meglio, dovesse essere considerata l’evento-madre della modernità europea: in ultima istanza, quella gloriosa e pacifica inglese del biennio 1688-89 o quella violenta francese del 1793 giacobino, “incubatrice del totalitarismo”?
L’interpretazione storica delle tre/quattro ondate di rivoluzioni che si vuole pacifiche e lo svuotamento (o rovesciamento?) di significato del concetto stesso di rivoluzione, a partire dalla riflessione storiografica, viaggiano su binari collegati.

In Spagna, negli anni successivi alla “caduta” del franchismo nel 1975, si verificò il cosiddetto pacto de l’olvido (patto dell’oblio in italiano). Il pericolo era lo scoppio di una nuova guerra civile dopo quella del 1936-39: il regime infatti non era caduto per una sommossa popolare o in seguito ad una guerra, ma per abdicazione da parte del regime militare (che comunque mantenne numerosi privilegi e garanzie), arresosi di fronte alla disastrosa situazione economica e di forzato isolamento internazionale del paese. Il conflitto tra i repubblicani antifascisti e la destra franchista e ultraconservatrice era sempre presente, pronto ad esplodere in qualunque momento. Intervenne allora un patto tacito e informale, fatto in nome della ripresa nazionale e del bene pubblico: mettere da parte gli antichi rancori, tacere processi e rivendicazioni in corso (soprattutto da parte degli sconfitti repubblicani), rinunciare a qualunque accusa pubblica contro l’altra parte. Le istituzioni post-franchiste ebbero un ruolo fondamentale nel pacificare la società e scongiurare il pericolo di nuova guerra civile.

Il “patto dell’oblio”, al di là della Spagna, può essere considerato un fenomeno storico presente in tutte le società contemporanee, in particolare in quelle occidentali ed europee. L’alto grado di politicizzazione dell’opinione pubblica, da dopo la Rivoluzione francese in poi, ha caratterizzato gli eventi degli ultimi due secoli; numerosi sono stati gli episodi legati a scontri intestini ad una società fortemente polarizzata su due posizioni politiche di massima, in netta contrapposizione. Ogniqualvolta le due fazioni sono andate allo scontro c’è stata una parte vincente ed una sconfitta: ovviamente i vincitori hanno costruito un edificio istituzionale, politico e sociale, oltre che una politica della memoria, ad essi conforme, cercando di estirpare qualunque resto dell’avversario dalla società, senza mai riuscirci del tutto. Passato un sufficiente periodo di tempo, per motivi anagrafici e politici, di solito si è giunti ad una pacificazione interna tra i vecchi avversari che permette, nonostante le eredità politiche e la memoria continuino ad alimentare scontri e contrapposizioni, l’avvio di una fase nuova.
L’oblio peraltro non riguarda solo i paesi che vivono la transizione da una forma di dittatura a una forma di democrazia, ma anche i sistemi liberaldemocratici hanno i loro patti utili a dimenticare qualcosa (come insegna, tra gli altri, il caso italiano per gli anni del golpismo e dello stragismo). E ci ricorda lo storico Ernest Renan fin dal 1882,

L’oblio, e dirò persino l’errore storico, costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione, ed è per questo motivo che il progresso degli studi storici rappresenta spesso un pericolo per le nazionalità. La ricerca storica, infatti, riporta alla luce i fatti di violenza che hanno accompagnato l’origine di tutte le formazioni politiche, anche di quelle le cui conseguenze sono state benefiche: l’unità si realizza sempre in modo brutale; l’unificazione della Francia del Nord e della Francia del Sud è stata il risultato di uno sterminio e di un terrore durato ininterrottamente per quasi un secolo. […] Ora l’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticate molte altre cose (1).

Il pacto de l’olvido, fragile e delicato equilibrio, possiede una storiografia di supporto che presenta inevitabilmente al suo interno degli errori di fondo che poi, riversati nella sfera dell’uso/abuso pubblico della storia, significa stabilire ciò che è o non è legittimo, ciò che può essere considerato o no un diritto. Ciò che, in ultima istanza, diventa un tabù della pratica e del linguaggio politico. In particolare sono completamente assenti:

• il medio-lungo periodo, per cui si considerano gli avvenimenti presi nella dimensione temporale del loro stretto svolgimento;

• il contesto geopolitico più ampio all’interno del quale il cambio di regime si inserisce;

• un edificio interpretativo su più piani, che tenga conto delle interdipendenze;

• le categorie interpretative della continuità e delle costanti di lungo periodo.

Per cui, già inserendo questi tre elementi rispetto alla ricostruzione storica delle tre/quattro ondate citate, ma anche delle stesse “rivoluzioni buone” considerate dalla storiografia liberale (come, appunto, quella inglese), la situazione diventa più complessa e presenta una dinamica conflittuale tutt’altro che assente o pacifica.

Chiariamo: “conflitto” non coincide strettamente con “violenza”, così come “pacifico” non significa per forza “privo di scontro”. Però è quanto meno ingenuo ignorare la presenza dei rapporti e delle azioni di forza nella Storia così come nella dialettica politica. Bisogna sempre tenere presente che, se il conflitto non è immediatamente visibile o intuibile nello stretto svolgimento del fatto, dovremo volgere il nostro sguardo in un altro luogo o in un altro tempo vicino, ma non immediato: così, ad esempio, la Rivoluzione dei garofani è il risultato di una violenta guerra coloniale in Angola e Mozambico, oltre che della fine dell’appoggio americano; nel caso del regime franchista è impossibile ignorare la presenza della guerra civile (avvenuta trent’anni prima, quindi un battito di ciglia sul tempo storico) nel DNA della società spagnola, la lotta armata basca di lungo periodo, che riesce a colpire il cuore della successione a Franco nella figura di Carrero Blanco, assieme al nuovo equilibrio europei e internazionale rappresentato dalla conferenza di Helsinki.

Elementi simili si possono ritrovare anche negli altri casi delle tre ondate citate. In qualche luogo e in qualche altro tempo non lontano si è combattuto, è avvenuto un conflitto. Ridare complessità a queste storie collegate significa riaprire la questione della rivoluzione e del conflitto, che l’ondata neoliberista della scorsa fin de sicle voleva chiusa per sempre, e che il flusso vivo della realtà prima ancora della teoria storica e politica si è premurata di rimettere in discussione. Fare luce sulle rivoluzioni pacifiche degli ultimi 40 anni significa illuminare anche un presente caotico che fatichiamo a comprendere e per cui non sembriamo riuscire a trovare gli strumenti utili all’azione. Ecco quanto ci proponiamo di fare con questo lavoro.

Elio Catania

1- E. Renan, Che cos’è una nazione?, pp. 6-7, Donzelli 2004

Questo articolo è stato pubblicato qui

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