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Rischio frammentazione

La scorsa settimana il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in un’intervista all’agenzia TASS, ha dichiarato che l’Occidente punta apertamente alla frattura interna del Paese. Ha richiamato gli slogan sulla «decolonizzazione della Russia» — dietro i quali, a suo dire, si nasconde lo smembramento dello Stato — e ha accusato i governi occidentali di finanziare organizzazioni di emigrati impegnate nella destabilizzazione.

L’affermazione non è venuta dal nulla. Da diversi anni in Europa e negli Stati Uniti opera una rete di forum e ONG che sostengono apertamente la divisione della Russia in decine di Stati indipendenti. Uno di questi, il Forum delle nazioni libere della post-Russia, ha come obiettivo dichiarato la nascita di 41 nuovi Stati al posto di «un unico impero folle», come recita il sito dell’organizzazione. Nel novembre del 2024 la Corte Suprema della Federazione Russa ha classificato il forum come organizzazione terroristica; il Forum della Russia libera, piattaforma emigrata più moderata, ha ricevuto lo stesso status nell’agosto 2025.

L’idea non è nuova. Forum analoghi si sono tenuti a Varsavia, Praga, Tokyo e Washington a partire dal 2022, di solito con il sostegno di singoli eurodeputati e di think tank americani. Ma proprio ora, sullo sfondo della pausa negoziale sull’Ucraina e della crescente pressione sull’Iran, la tesi dell’utilità della «frammentazione» degli Stati ostili sta riprendendo vigore a Washington — e viene già applicata a Teheran.

Un’idea non nuova — e non meno rischiosa

Peter Rutland, professore di problemi globali alla Wesleyan University, ne scriveva già nel 2023 in una colonna per Responsible Statecraft, allora proprio a proposito della Russia. Tre anni dopo, secondo lui, la stessa logica è riemersa nell’amministrazione Trump, questa volta riguardo all’Iran. La sua posizione non è cambiata: l’idea che la disgregazione di uno Stato ostile possa portare benefici rimane «una follia assoluta» — sia per la Russia sia, ora, per l’Iran.

Il problema, secondo la maggioranza degli esperti intervistati, non sta nella valutazione morale dell’idea, ma nelle sue conseguenze pratiche per la sicurezza europea e mondiale. Suzanne Wengle, professoressa all’Istituto di studi russi ed eurasiatici dell’Università di Uppsala, avverte che in una Federazione Russa frammentata l’Europa, nel breve e medio periodo, andrebbe incontro a rischi enormi. Il principale è una guerra civile e la proliferazione di armi di distruzione di massa, compreso l’arsenale nucleare. Nel migliore dei casi questo abbasserebbe il costo della violenza e renderebbe le armi più accessibili; nel peggiore ne favorirebbe l’uso.

Una preoccupazione analoga esprime anche un politologo americano specializzato in relazioni internazionali. Il professor Richard Arnold sottolinea che un’eventuale frammentazione della Federazione Russa rappresenterebbe uno scenario estremamente grave per la sicurezza europea. Storicamente il crollo dei confini statali è quasi sempre stato accompagnato da violenza, e se ciò avvenisse con la Russia la pressione per un coinvolgimento più attivo dell’Europa aumenterebbe bruscamente.

Perché «dopo il conflitto» non è la stessa cosa di «adesso»

Resta aperta la domanda se sia possibile costruire un’architettura europea di sicurezza stabile senza ripristinare il dialogo con Mosca una volta cessate le ostilità in Ucraina. Rutland propone di distinguere tra dialogo politico e dialogo istituzionale, e avverte che la formula stessa «dopo la fine del conflitto» è fuorviante. La Russia, spiega, si percepisce impegnata in uno scontro di civiltà con «l’Occidente» in quanto tale: perciò anche un armistizio o un congelamento del conflitto in Ucraina difficilmente sarebbero letti a Mosca come la fine di un confronto più ampio.

Il ripristino dei legami diplomatici e, in parte, politici sarà comunque necessario — quantomeno per negoziare sulle questioni di sicurezza urgenti. Quanto all’idea di un riavvicinamento «istituzionale» a tutto campo — sociale, economico, politico — Rutland si mostra molto più cauto: finché un governo autoritario reprime duramente il dissenso, un avvicinamento di questo tipo resta impossibile. La sicurezza andrà costruita in contrapposizione a questo regime, non in collaborazione con esso.

Conoscenza invece di slogan

Se si formulano i principi di una politica a lungo termine, Rutland insiste su un punto: le università e i circoli politici europei devono basarsi sulla conoscenza, non sugli slogan. Alle strutture di intelligence e di difesa non mancano le risorse — i governi ci hanno investito per anni. La produzione di sapere storico, politico e culturale sulla Russia e sullo spazio post-sovietico, invece, è finanziata in modo incomparabilmente più scarso, anche se proprio dalle università escono i quadri di quelle stesse strutture.

Cosa c’è davvero dietro i titoli

Qui conviene distinguere due piani. La posizione ufficiale di Washington e della maggior parte delle capitali europee non contempla lo smembramento della Russia come obiettivo di politica estera: a sostenerlo sono soprattutto singoli parlamentari, ONG e reti di emigrati, non sempre coordinati tra loro. È proprio questa linea di demarcazione che viene spesso confusa, sia dalla propaganda russa — che presenta forum marginali come una strategia occidentale consolidata — sia dagli stessi organizzatori dei forum, che esagerano la propria influenza sulle decisioni dei governi occidentali.

La dichiarazione di Lavrov va letta tenendo conto di entrambe le tendenze. Ma il fatto stesso che l’idea di una «frammentazione controllata» di uno Stato ostile torni periodicamente nei circoli esperti e politici — prima applicata alla Russia, ora all’Iran — dimostra la tenacia di una strategia che storici e specialisti della regione da anni definiscono non una soluzione, ma una fonte di nuovi conflitti. Iraq, Libia e Sudan non sono esempi astratti: sono Paesi concreti in cui la scommessa sullo sgretolamento del potere centralizzato ha prodotto decenni di instabilità. A quanto pare, la lezione bisogna impararla ogni volta da capo.

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