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Rileggendo «Terra e Mare» di Carl Schmitt

Con grande piacere torna sul sito Lucio Mamone, che scrive saltuariamente, ma quando lo fa, è sempre da leggere. Questa voltra analizza uno dei testi fondamentali della storia geopolitica del XX secolo: “Terra e Mare” del tedesco Carl Schmitt. Buona lettura! A.G.

 

Quando si parla della globalizzazione, si pone quasi sempre l’accento sul suo carattere di realtà “complessa”, riconoscendo con questa connotazione come essa rappresenti una risultante di dinamiche di diversa natura (politiche, sociologiche, economiche, ecc.). Fatta però questa doverosa, e tutto sommato auto-evidente, premessa, si tende poi a rifugiarsi nel proprio ambito specialistico e guardare alla globalizzazione a partire da quell’unica prospettiva, facendo così venire a mancare la possibilità di una visione d’insieme. Ma se quanto detto coglie più o meno fedelmente la tendenza in atto, è comunque possibile rintracciare nella recente storia del pensiero alcuni tentativi, non sempre riusciti, di cogliere la realtà sociale nel suo movimento generale.

Non senza una certa paradossalità, una delle costruzioni intellettuali che si dimostra più funzionale a tale scopo, è costituita dall’interpretazione schmittiana del diritto e della politica internazionali. Parliamo di “paradossalità” per la semplice ragione, che questa dottrina si sviluppa attraverso una serie di opere scritte per la maggior parte tra la seconda metà degli anni ’30 e i primi anni ’50, con qualche saggio risalente nel più recente dei casi alla fine degli anni ’70, quindi almeno più di un decennio prima dell’inizio del processo di globalizzazione. Tuttavia la capacità analitica attraverso cui Schmitt è riuscito ad isolare elementi essenziali della storia europeo-occidentale e quella sintetica con cui li ha poi organicamente combinati, hanno permesso alla sua visione di accogliere in sé non soltanto il passato, ma anche lo sviluppo storico ad essa successivo, donandole un tratto che, visto con occhi contemporanei, risulta quasi profetico.

In questa sede si è scelto di concentrare l’attenzione principalmente su «Terra e Mare», ma la cui rilettura incorporerà naturalmente elementi degli altri scritti tematicamente affini. Quest’opera del 1942 rappresenta a suo modo un unicum all’interno del corpus schmittiano: lo è innanzitutto da un punto di vista stilistico, visto la prosa espressamente narrativa e divulgativa, come già la dedica alla figlia Anima suggerisce; ma lo è anche da un punto di vista contenutistico, poiché non è la dimensione strettamente giuridica a prevalere, quanto quella storica. E va in questo senso riconosciuto come «Terra e Mare» sia, anche, una grande lezione di metodologia storica, che mostra la fruttuosità di un approccio trans-disciplinare, che spazia dalla geografia alla filosofia, dal diritto alla storia della scienza e della tecnica, in grado di conciliare fenomeni particolarissimi e processi globali (si vedano ad esempio i capitoli sulla caccia alle balene o sulla funzione geopolitica della pirateria nel XVI e XVII secolo).

Il principio storico-filosofico che sta alla base della trattazione corrisponde all’idea secondo cui la prassi umana è in primo luogo determinata dallo spazio in cui il soggetto si trova a vivere. Questa sua “situazione” è dunque all’origine tanto della sua percezione del mondo, del suo modo di concepire lo stesso spazio, quanto della modalità di formazione e conduzione delle relazioni sociali. Ma se la prassi è rivolta all’esigenza di amministrazione di un certo spazio, ad orientarla saranno per primi gli elementi di cui tale spazio è composto: terra e/o mare. Tale rapporto di causazione non è però da intendersi unilateralmente, perché se da un lato gli elementi condizionano il comportamento individuale e collettivo, resta sempre nelle possibilità del soggetto «decidersi per» un determinato elemento («für das Element … sich entscheiden») e condurre con ciò un’esistenza prevalentemente marina o terrestre.

Non solo è dunque possibile distinguere tra società della terra e società del mare, ma, secondo un motto dal chiaro e quasi polemico riferimento marxista, «La storia universale (Weltgeschichte) è una storia della lotta delle potenze del mare contro le potenze della terra e delle potenze della terra contro le potenze del mare». L’immagine che nella tradizione del pensiero cattura meglio questa realtà è la metafora cabalistica dello scontro tra il Leviatano e il Behemoth: dove il primo cerca di stremare e soffocare il secondo, questo tenta invece di azzannare e trafiggere a morte il suo avversario. In questa metafora sono evidentemente racchiusi i due diversi modi con cui le potenze marittime e terrestri si presentano allo scontro: mentre i popoli del mare cercano di colpire indirettamente il nemico privandolo di risorse e alleati per portarlo al cedimento, i popoli della terra optano invece per uno scontro frontale attraverso cui annientare direttamente le forze avversarie.

La storia europea è stata dominata per la maggior parte del suo corso dall’elemento della terra. Tali è infatti nella sua essenza la gran parte degli imperi e dei grandi regni del passato, come l’Impero romano o quello carolingio. Ma anche tra quelle che possono esser definite come “potenze del mare”, come ad esempio Venezia o Atene, l’elemento della terra rimane in ogni caso largamente presente, tanto da impedire di connotare l’esistenza di questi popoli come determinata definitivamente dal mare. Questa situazione inizia per la prima volta a modificarsi con l’epoca delle grandi scoperte geografiche, quando l’oceano entra a far stabilmente parte dello spazio percorso dai popoli europei. La rilevanza storica delle scoperte è tale da renderle, come presto si motiverà, tra le principali cause della più significativa «rivoluzione dello spazio» dell’intera storia umana. È opportuno mettere in risalto che il concetto di «rivoluzione dello spazio» non viene da Schmitt inteso come semplice allargamento degli orizzonti e delle conoscenze geografiche, quanto più come radicale modificazione della «struttura del concetto di spazio stesso», che porta ad avere una diversa percezione anche dello spazio già conosciuto e abitualmente percorso. Un esempio di ciò è l’Inghilterra che, tra il XVI e il XVII secolo, inizia concepire se stessa non più come «un pezzo di terra ferma» circondata dall’acqua, ma come una «nave» o un «pesce».

L’elemento di assoluta novità che le nuove scoperte geografiche comportano risiede nel fatto che, per la prima volta, la rappresentazione mitica del Mondo viene sostituita da una empirica e scientifica. Possiamo addirittura affermare che in questo momento si sviluppi il concetto di Mondo, così come noi oggi lo intendiamo. Una volta acquisita tale consapevolezza, nasce simultaneamente per gli europei l’ambizione e la necessità di dare un ordine allo spazio planetario, ma sulle prime vengono a scontrarsi due diversi progetti d’ordine, il primo per un’egemonia delle potenze della terra cattoliche, il secondo per un’egemonia delle potenze del mare calviniste. Il culmine dello scontro è raggiunto con la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), la prima «guerra civile europea».

Se da un lato però i territori d’oltremare hanno inizialmente scatenato le pulsioni egemoniche delle potenze europee, dall’altro è la stessa nuova situazione geopolitica a permettere il raggiungimento di un equilibrio di inedita efficacia, nato proprio dal compromesso tra terra e mare: nasce così il primo diritto internazionale mondiale della Storia, lo jus publicum Europaeum. La “costituzione materiale” di un tale ordinamento si fonda su tre elementi: l’equilibrio tra le superfici degli stati nazionali in Europa, il libero mare e la disponibilità di immensi spazi al di fuori del Vecchio Continente, o disabitati o abitati da popolo non europei, che in quanto tali posso essere solo oggetto e mai soggetto del diritto. Questo tipo di ordinamento dà avvio alla secolarizzazione della vita pubblica, che a sua volta consente una, fino a quel momento impossibile, razionalizzazione della guerra, articolata attraverso il riconoscimento reciproco tra gli stati nazionali e dunque sulla possibilità di distinzione tra justus hostis, lo stato nazionale europeo appunto, e criminale. Ciò segna la possibilità di superamento della “guerra totale” che aveva caratterizzato i conflitti di religione appena combattuti, dove il nemico “infedele” non poteva godere di alcuna considerazione e tutela giuridica, e segna invece l’inizio della «guerra-duello», combattuta esclusivamente da eserciti regolari e senza fini di annientamento. Contro i popoli non-europei, che come abbiamo visto non dispongono di alcun riconoscimento giuridico, resta invece la possibilità di impiegare qualsiasi mezzo o strategia militare.

Lo jus publicum Europaeum si presenta come un ordinamento di forte impronta romana e accentrato attorno alla statualità. Questi elementi ci suggeriscono il prevalere delle logiche della terra su quelle del mare. Cionondiméno il mare acquisisce al suo interno un’importanza crescente in modo proporzionale all’ascesa dell’Impero britannico, prima potenza ad «essersi decisa interamente per l’elemento del mare». Il mare, formalmente libero e de facto egemonizzato dall’Inghilterra, diventa allo stesso tempo condizione materiale e metafora della libertà di commercio, quindi del concetto moderno, di ovvia derivazione anglosassone, di libertà tout court. Il mare, e soprattutto l’oceano, non è infatti soltanto lo spazio attraverso cui si svolgono concretamente i commerci, ma costituisce anche il momento in cui l’individuo si distacca dalla comunità di appartenenza, dove lo stato cessa di esistere e lo spazio si ritrova privo di forma. Se la terra permette di essere misurata, distribuita e amministrata attraverso la legge, il mare rifugge a tale forza ordinatrice. Il mare è al contempo res omnium o res nullius, rimane cioè stato di natura. Sulla base di tali modelli concettuali, già all’interno della cornice dello jus publicum Europaeum, si viene a formare, a fianco del «diritto internazionale inter-statale» («zwischen-staatliches Völkerrecht»), un «diritto privato internazionale» («internationales Privatrecht») che travalica la statualità e si pone come garante della libertà economica degli individui. Appellandosi ai principi di questa nuova forma di diritto, l’Inghilterra riesce così a penetrare economicamente nei territori degli stati nazionali senza che questi riescano sempre a trovare efficaci strumenti giuridici di contrasto.

Il sostanziale equilibrio tra logiche marine e terrestri, così come la condizione di relativa pace tra gli stati europei, crolla rovinosamente con l’improvvisa eruzione della «seconda guerra civile europea», ossia il periodo che abbraccia le due Guerre Mondiali. L’ordine che sorge dalle ceneri del precedente si presenta come qualcosa di estremamente diverso dallo jus publicum Europaeum, a partire dal fatto che l’Europa non è più il centro del nuovo ordinamento, ma è stata invece inglobata dall’Occidente, entrando così a far parte dell’area di influenza americana.

L’egemonia sull’emisfero occidentale da parte degli Stati Uniti, eredi spirituali dell’Impero britannico, sancisce la definitiva affermazione del mare. In questo senso si possono rintracciare una serie di linee di tendenza che partono dal declino della statualità e della dimensione pubblica, procedono nella deteritorializzazione del diritto, con la complementare diffusione di modelli di common law, fino ad arrivare ad una complessiva in-formalizzazione delle relazione sociali, che i sociologi hanno colto nella nozione di «società liquida».

Tuttavia la società liquida o la piena affermazione di un Nomos del mare non sono ancora la realtà della globalizzazione. Questa segna infatti l’avvento dell’elemento dell’aria nelle relazioni sociali e nella loro codificazione. Già dalla seconda metà dell’Ottocento la tecnologia ha reso l’elemento dell’aria finalmente accessibile e “percorribile” per l’uomo attraverso una serie di invenzioni (come l’aereo, il telefono o la radio). Ciò ha però solo marginalmente toccato le relazioni socio-politiche, che hanno per lo più proseguito lungo il binario terra-mare. Lo sviluppo e diffusione di ulteriori tecnologie al termine del XX secolo (fra tutte: computer e internet) hanno invece prodotto una rivoluzione antropo-sociologica di rilevante portata. Se, ad esempio, il mare fino a qualche decennio fa poteva valere come metafora efficace del mercato, oggi questo, con il primato della finanza sull’economia reale e la conseguente diffusione dell’ «economia immateriale», si mostra perlopiù come una realtà “gassosa”. Anche a livello sociale, come sostenuto da Giannuli, assistiamo ad una “vaporizzazione” dei legami tra gli individui, dell’appartenenza di classe, delle forme dell’interazione politica ecc. che ci inducono a leggere, sempre secondo Giannuli, l’evoluzione della società occidentale nel Novecento secondo un andamento che va dal solido al gassoso. Ciò non ci autorizza ancora parlare di un “Nomos dell’aria” in riferimento all’ordine mondiale della globalizzazione, sia perché l’elemento aeriforme non ha ancora portato allo sviluppo di significative innovazioni, quali potrebbero essere peculiari istituzioni giuridiche, sia perché tale elemento non è certo attualmente dominante. Crediamo tuttavia che tale suggestione meriti di esser tenuta in considerazione.

Volendo proporre in conclusione una valutazione complessiva della dottrina schmittiana appena esposta, possiamo definire questa maestosa costruzione intellettuale, facendo nostre le parole del filosofo Carlo Galli, come una «contro-filosofia della storia» rispetto all’auto-interpretazione della globalizzazione liberal-democratica. Dove infatti questa professa l’universalità dei propri principi, Schmitt rivela tanto la limitatezza nella possibilità di replicazione quanto la particolarità degli interessi perseguiti, laddove si crede di scorgere necessità, Schmitt smaschera la contingenza. A partire da questa attività di de- e ricostruzione è pertanto possibile porre le basi per una comprensione della globalizzazione che resti immune dalle sublimazioni ideologiche della stessa.

Lucio Mamone

Questo articolo è stato pubblicato qui

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