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Quale futuro per la California italiana

RI-CONOSCERE IL LITORALE DOMIZIO. Il Riscatto di un territorio con un passato di confine, trasformazione e sviluppo del litorale domizio dagli anni 60 ad oggi. 

Sono il titolo e sottotitolo di una mostra fotografica allestita nelle Sale Maria Amalia e Maria Carolina dell'Archivio di Stato di Caserta è visitabile fino al 30 Settembre, presentata da Mario La Porta, su progetto grafico di Cristiana Amicarelli e testo critico di Romano Montesarchio. La mostra ha avuto come partner istituzionale, l'Accademia di Belle Arti di Napoli e come partner operativi Coopculture e Fineartlab. Patrocinata dalla Direzione Generale Archivi e dalla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Campania.

Sono esposte le immagini di tre esperti fotografi Gianni Fiorito- Giovanni Izzo e Salvatore La Porta. La mostra non rappresenta un semplice evento espositivo ma ha come finalità di diventare un prezioso lascito per l'Archivio di Stato nella nuova sezione archivistico-fotografica e con l'intento di monitorare, documentare e valorizzare nel tempo le metamorfosi del territorio domizio e prevedere in tal modo una possibile“ri-crescita e di conseguenza un “ri- conoscimento delle proprie peculiarità.

Per comprendere la complessità di questo litorale occorre risalire al 95.d.C, quando l'imperatore Domiziano pensò a un diretto collegamento di Neapolis con Roma, mediante la costruzione della Via Domiziana, una strada che favoriva gli spostamenti militari ma anche dei romani attratti dalle risorse paesaggistico -naturali dei Campi Flegrei e che costituiva un'indispensabile arteria fino agli anni 60 del secolo scorso per raggiungere la Capitale, molto prima di potersi servire dell'autostrada del Sole.

Il tracciato della Domiziana seguiva parallelo la costa tirrenica attraversando antichi centri come Sinuessa e Liternum, oggi Mondragone e Villa Literno e che da ancora quella impressione di quanto i Romani sapessero pianificare e prevedere la vocazione e lo sviluppo di luoghi anche solo seguendo un tracciato rettilineo.La Domiziana si attrezzò nel secolo scorso di Case cantoniere, abitate dai manutentori della strada. Era perciò un territorio abitato ricco di terre fertili, ville, acque sorgive, approdi, ma che fu a lungo soggetto a degrado e abbandono.

Nel 900 ,invece con le bonifiche del periodo fascista potè essere considerato nuovamente percorribile, tale da poter incentivare negli anni '60 sessanta un turismo soprattutto balneare. Appariva quell'area come un'opportunità, portatrice di sviluppo e benessere, tanto da essere immaginata come una Rimini del sud o a dirittura una “California italiana”. Ma ben presto il sogno andò ad esaurirsi con uno sfrenato boom edilizio ed una trasformazione violenta del paesaggio, come avvenuto con la costruzione del Villaggio Coppola Pinetamare a Castelvolturno che stravolse un'area di straordinaria bellezza.

Fu poi col terremoto del 1980 che la costa perse la sua vocazione turistica per diventare un territorio di emergenze e, marginalità con l'occupazione la requisizione delle seconde case di vacanza. Seguì l'immigrazione africana degli anni '90 destinata alle attività agricole, generando una nuova geografia umana che abitava le contraddizioni, la precarietà ed i rischi di una periferia italiana, investita dalle rotte globali dell'immigrazione ed esposta al caporalato.

Tuttavia, nel litorale domizio convivono un paesaggio naturale e produttivo, campi, allevamenti di bufale, ovini e caseifici legati ad una delle eccellenze campane ,la mozzarella e del Falerno, significative presenze archeologiche, ma anche quelle seconde case esposte al sottoutilizzo e degrado, previste per una fruizione esclusivamente balneare. La mostra propone in questa complessità un attraversamento storico, umano, sociale e visivo.

Le immagini dei tre fotografi incontrano un territorio stratificato dal fascino millenario e dall'evidente splendore naturalistico in quanto oasi feconda per le rotte degli stormi migratori e in particolare dei fenicotteri rosa e posizionato a ridosso del mare fino all'entroterra. Nelle foto viene raccontata anche la dedizione delle associazioni di volontariato locale al recupero delle spiagge e all'accoglienza e integrazione delle comunità straniere, che costituiscono la nuova forza per co-costruire il domani.

Oltre alle splendide immagini sono esposti in vetrine oggetti di varia provenienza raccolti dai volontari sulle spiagge e che denunciano l'abitudine di tanti di considerare il mare come una pattumiera e sono parte del materiale espositivo del singolare museo del danno a Castelvolturno.

Si tratta per lo più di giocattoli, bambole, palloni come quello dei mondiali del '90, maschere come quella di Superman, prodotti in gomma in Italia tra gli anni '60 e '90, abbandonati o smarriti dai bambini del tempo e soggetti a corrosione della salsedine e a degrado. Anche ciò significa documentare le caratteristiche di una terra molto estesa fino ai confini col Lazio e prevedere percorsi di tutela come per la foto dell'antica via Domiziana, trovare le foto inedite in bianco e nero degli anni '60, raccolte in una bacheca ed esposte ai visitatori, anch'esse donate all'Archivio di Stato, a cui si accede liberamente dal piazzale da un ingresso distinto da quello agli appartamenti reali e agli spazi museali.

La mostra esprime le grandi potenzialità di questo litorale che continua a ispirare registi di film come Edoardo De Angelis che se ne servono come sfondo ideale, ma anche nella valorizzazione delle risorse naturali, umane e produttive nel settore agro-alimentare. Tanti sono stati gli errori delle amministrazioni precedenti nell'accettare improduttive speculazioni , trascurando un turismo rispettoso e consapevole delle preesistenze storico-ambientali.Il progetto è sostenuto da Strategia Fotografia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

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