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La voglia di fare figli c’è, ma il 62% rinuncia ai figli per difficoltà economiche e sociali

Da tempo ci si interroga se la denatalità sia una questione culturale o economica. Tuttavia, è senz’altro una questione fondamentale per il futuro del Paese, rispetta alla quale però si fa fatica a passare dalle parole all’azione, con la conseguenza che la situazione peggiora anno dopo anno.

di Giovanni Caprio

Gli Stati Generali della Natalità con l’ultimo recente dal titolo “Volere o Potere”, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, cerca di dirlo con chiarezza, senza allarmismi ma senza sconti.

Il problema, si legge nel dossier, ha radici profonde, anche a livello europeo. Eppure, ciò che emerge da questi dati è che l’Italia, paradossalmente, ha dentro di sé il potenziale per invertire questa tendenza. Per un motivo semplice: nonostante ottant’anni di assenza di politiche familiari serie, nel nostro Paese resiste un desiderio diffuso di famiglia e di figli, che però non trova la possibilità di realizzarsi. Pensiamo ai giovani: trovano un lavoro strutturato e a tempo indeterminato troppo tardi, e con stipendi troppo bassi anche solo per immaginare di costruire una famiglia con figli. E pensiamo a una difficoltà tutta italiana: una fiscalità iniqua. Oggi chi mette al mondo un figlio viene penalizzato sul piano fiscale, ed è una battaglia che dovrebbe unirci tutti, oltre le appartenenze, perché non è un ‘ideologia: è giustizia. Non è una questione di volontà, ma un deficit di libertà: la distanza tra i figli desiderati e quelli che si riescono davvero ad avere è la vera notizia che questo dossier vuole raccontare”.

I dati dell’ISTAT risultano, a tal proposito, particolarmente significativi:

1. L’aspettativa di vita in Italia è di cinque anni superiore a quella degli Stati Uniti: 83,4 anni contro 78,4. Una notizia da festeggiare che invece, vista la situazione demografica, ci preoccupa: non sappiamo come reggerà la sanità pubblica e gratuita.

2. Nel 2024 le donne che dichiaravano di voler avere figli nei tre anni successivi avrebbero voluto generare 760.000 nuovi nati l’anno; nel 2025 ne sono nati appena 355.000, meno della metà.

3. La nascita di un figlio aumenta concretamente il rischio di cadere in povertà.

4. Secondo uno studio condotto tra il 2016 e il 2023, tra le donne che hanno dichiarato di volere certamente un figlio nei tre anni successivi al 2016, solo il 42,8% l’ha effettivamente avuto: alcune hanno ritardato la scelta rispetto a quanto dichiarato, altre hanno rinunciato al loro desiderio.

Eppure, c’è stato un tempo in cui in Italia nasceva quasi 1 milione di bambini ogni anno, per esempio nel 1964. In appena 60 anni abbiamo perso più della metà delle nascite. Con i ritmi attuali, servono 3 anni per mettere al mondo lo stesso numero di bambini che nascevano in un solo anno nel 1964. Nello stesso arco di tempo, negli anni del baby boom, ne nascevano circa 3 milioni. Non siamo di fronte ad una crisi temporanea, bensì ad una trasformazione silenziosa e strutturale. Il problema, a parere degli Stati Generali della Natalità, non è che gli italiani non vogliono figli. Il problema è che non sempre riescono ad averli.

Tra le persone in età feconda (18-49 anni, circa 22 milioni al primo gennaio 2024) oltre 10,5 milioni non intendono avere figli. Sembra un Paese che ha smesso di desiderare, ma è una lettura sbagliata. Il 62,2% dichiara di avere rinunciato per le difficoltà incontrate, il 32,0% ha già raggiunto il numero di figli che desiderava, solo il 5,5% dice che i figli non fanno parte del proprio progetto di vita. Chi davvero non li vuole è una minoranza: poco più di 1 su 20. Un terzo ha già realizzato il proprio desiderio. La grande maggioranza, invece, ha dovuto arrendersi. La denatalità in Italia non è figlia dell’indifferenza. È figlia delle circostanze”

Ma quali sono le cause? C’è innanzitutto un forte vincolo economico:

“Quando si chiede alle persone perché non hanno avuto i figli che volevano, si legge nel dossier, la risposta è quasi sempre la stessa: i soldi. 2,8 milioni di persone citano difficoltà economiche o lavorative come principale freno alle intenzioni di generare figli. Più della metà delle persone teme che: nei tre anni successivi alla nascita di un figlio, la propria situazione finanziaria possa peggiorare. Non è egoismo, è un calcolo. Troppe persone si trovano costrette a mettere sul piatto della bilancia da una parte il desiderio di un figlio, dall’altra la sostenibilità economica”.

Per non parlare del costo professionale: il 49,9% delle donne teme conseguenze negative sul lavoro con l’arrivo di un figlio, mentre solo il 24% degli uomini ha la stessa preoccupazione.

“La probabilità di rinunciare ai figli è più che doppia tra le donne, si sottolinea nel dossier. Finché avere un figlio significa rischiare la carriera, molte donne saranno costrette a scegliere: essere lavoratrice o essere madre? Il paradosso è che il reddito della madre, spesso necessario per scegliere di avere un figlio, è proprio ciò che quella scelta mette a rischio”.

Senza trascurare la prospettiva di essere schiacciati tra la cura dei figli e quella dei genitori (Generazione Sandwich), che fa sì che 763mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Il 19,7% di chi non intende avere figli indica l’età come motivo principale: un desiderio rimandato troppo a lungo, anche per accudire i genitori anziani, che ormai non si può più realizzare. La denatalità è, insomma, una questione politica, sociale e culturale e, come, si evidenzia in conclusione del dossier,

una società è davvero libera non quando ciascuno può teoricamente scegliere, ma quando le persone hanno le condizioni concrete per realizzare i propri progetti di vita. Non si tratta di convincere qualcuno ad avere figli, ma di evitare che milioni di persone rinuncino a quelli che avrebbero voluto”.

Qui il dossier.

 

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