Caso Ranucci, Fazzolari rompe il silenzio
La confessione di Valter Lavitola cambia inevitabilmente il quadro dell’attentato a Sigfrido Ranucci e riporta al centro del dibattito politico le accuse e le insinuazioni che, nei mesi scorsi, avevano coinvolto Fratelli d’Italia e il governo. A chiedere ora scuse pubbliche è Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che in un’intervista all’Adnkronos rompe il silenzio e parla di una campagna costruita attraverso suggestioni e sospetti rimasti senza riscontro.
Lavitola, nel corso di un interrogatorio durato oltre cinque ore, ha ammesso di essere stato il mandante dell’attentato compiuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del conduttore di Report. L’imprenditore ha sostenuto di avere agito per aumentare il livello di protezione dell’amico, una spiegazione considerata ancora tutta da verificare dagli inquirenti. Il gip ha respinto la richiesta di arresti domiciliari e Ranucci, che allo stato resta parte offesa, potrebbe essere nuovamente ascoltato dalla Procura come persona informata sui fatti. La confessione, dunque, non chiude l’inchiesta e lascia aperti numerosi interrogativi. Ma un dato, secondo Fazzolari, è ormai difficilmente contestabile: non emerge alcun elemento che colleghi la bomba al governo o a Fratelli d’Italia.
«Credo che gli inquirenti abbiano fatto un ottimo lavoro, sbrogliando una matassa molto intricata», afferma il sottosegretario. «Senza la competenza e la scrupolosità di chi ha indagato, probabilmente non sarebbe stato possibile fare chiarezza e spazzare via le tante insinuazioni».
Fazzolari ricorda di essere stato personalmente chiamato in causa e accusa Ranucci di avere «sistematicamente insinuato un collegamento tra Fratelli d’Italia e la bomba». Il sottosegretario cita anche il passaggio avvenuto in Commissione Antimafia, quando una risposta del giornalista a una domanda del senatore Roberto Scarpinato venne secretata, alimentando il sospetto di un possibile legame tra il presunto interessamento dei servizi nei confronti del conduttore e l’attentato.
Nel mirino di Fazzolari finisce soprattutto Elly Schlein. La segretaria del Partito democratico aveva accostato il clima creato dal governo nei confronti della trasmissione all’attentato subito dal suo conduttore, intervenendo peraltro davanti a una platea internazionale. Parole giudicate gravissime dal centrodestra, perché in grado di proiettare fuori dai confini nazionali il sospetto di una responsabilità almeno politica dell’esecutivo.
«Ricordo che la segretaria del Pd Elly Schlein, in occasione di un appuntamento internazionale, ha subito accostato il governo Meloni all’attentato», sottolinea Fazzolari. Un’accusa alla quale si era aggiunta quella del deputato del Movimento Cinque Stelle Dario Carotenuto, che aveva definito l’esecutivo «mandante morale».
È questo il punto politico centrale. Criticare il governo è naturalmente legittimo, così come lo è difendere la libertà di stampa. Ma ipotizzare, senza elementi concreti, un collegamento tra la maggioranza e una bomba fatta esplodere davanti alla casa di un giornalista supera il normale confronto democratico. Dopo gli ultimi sviluppi dell’inchiesta sarebbe quindi ragionevole attendersi da Schlein almeno un chiarimento, se non delle scuse esplicite. Non si può utilizzare un episodio tanto grave per alimentare una narrazione politica e poi comportarsi come se nulla fosse quando quella ricostruzione viene smentita dai fatti emersi dalle indagini.
Fazzolari non si spinge invece a sostenere che Ranucci fosse a conoscenza del progetto di Lavitola. «Se applicassi il metodo Report, la risposta sarebbe scontata. Io però preferisco aspettare gli sviluppi dell’inchiesta», osserva. Una distinzione importante: una cosa sono le domande legittime, un’altra è trasformarle in sentenze. Ranucci rimane la vittima dell’attentato e nessun elemento giudiziario consente, allo stato, di affermare che sapesse quanto stava organizzando Lavitola.
Restano tuttavia aspetti che, secondo il sottosegretario, il conduttore dovrebbe chiarire. A partire dal rapporto di amicizia con un personaggio discusso come Lavitola e dalla lunga telefonata avvenuta il giorno della perquisizione. Fazzolari chiede perché Ranucci abbia difeso per tanto tempo l’uomo che ha poi confessato di essere il mandante della bomba e perché i due siano rimasti al telefono per circa due ore per concordare, secondo la ricostruzione riportata dal sottosegretario, una spiegazione relativa ai sopralluoghi compiuti davanti all’abitazione del giornalista. Sono circostanze sulle quali spetterà alla magistratura fare piena luce, senza anticipare conclusioni.
Il giudizio più duro riguarda però il patrimonio essenziale di qualsiasi giornalista: la credibilità. «Personalmente penso che Report, con la conduzione di Ranucci, abbia perso credibilità rispetto all’epoca Gabanelli», afferma Fazzolari. Il sottosegretario parla della «figuraccia» di un giornalista che ha spesso indagato le fragilità e le contraddizioni altrui e che ora si trova costretto a spiegare le proprie frequentazioni e alcune scelte difficili da comprendere.
Non è necessario mettere in discussione l’intera storia di Report né il diritto della trasmissione a continuare a svolgere inchieste scomode. Il problema è più semplice e, forse, più serio: chi costruisce il proprio ruolo pubblico sulla pretesa di controllare il potere deve applicare a sé stesso almeno una parte del rigore richiesto agli altri. Quando emergono rapporti opachi, omissioni o comportamenti controversi, non basta invocare la propria storia professionale o presentarsi esclusivamente come vittima di un attacco politico.
«Ranucci dovrebbe scusarsi con Fratelli d’Italia e con tutte le persone che ha provato a infangare in questi mesi», conclude Fazzolari. La stessa richiesta riguarda Schlein e chi, nel Movimento Cinque Stelle, aveva evocato responsabilità morali del governo. Le indagini dovranno ancora chiarire movente, responsabilità e zone d’ombra dell’attentato. Ma la politica potrebbe già fare qualcosa di più semplice: riconoscere che certe insinuazioni erano state lanciate senza prove e avere il coraggio di ritirarle. Perché anche la libertà di informazione e il diritto di opposizione perdono forza quando vengono utilizzati per trasformare un sospetto in una condanna preventiva.
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