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Non basta scrivere

L'altra sera ho visto un film del 2013, "Storia di una ladra di libri". Ve lo consiglio caldamente, ne vale la pena. In una delle scene un ragazzo regala ad una bambina un libro di pagine bianche. La prima di queste pagine riporta dei segni (לכתוב), di cui la bambina chiede la spiegazione. Quei segni sono lettere ebraiche il cui significato è "scrivi". Il ragazzo spiega poi che, per la sua religione, "ogni cosa vivente, foglia, uccello, è viva solo perché contiene la parola della vita" e conclude con "queste pagine sono bianche perché tu le riempia".

Un passaggio molto bello di un film all'altezza di questi pensieri. Perché la parola nasce in un pensiero o in un discorso, ma, per diventare viva, deve essere scritta.
Viviamo un'epoca dominata dalla scrittura. Mail, post, twitt e tanti altri strumenti informatici consentono ad ognuno di noi di scrivere ogni giorno, cosa una volta impensabile.
Partendo dai concetti del film (nato da un libro) e vista l'enorme produzione di parole scritte dovremmo quindi vivere nel paese di Bengodi. Non mi sembra.


Se è aumentata la platea degli scrittori, si è ulteriormente assottigliata quella dei lettori. Già prima dell'avvento della digitalizzazione noi italiani ci piazzavano regolarmente agli ultimi posti nelle ricerche dedicate alla lettura: libri, quotidiani, settimanali e mensili. Basti pensare che negli anni '80, mentre in Italia la televisione faceva man bassa di risorse pubblicitarie, in Germania la pubblicità sulla carta stampata costava più di quella televisiva. Non solo. La lettura è spesso sommaria e distratta, concentrata prevalentemente su argomenti di "varia umanità", eufemismo di calcio e gossip.
Chi al bar per un caffè o un panino si dedica alla lettura del quotidiano arriva rapidamente alla cronaca cittadina e, soprattutto, allo sport. Nella sala di attesa di studio medico i periodici che sono presi dal tavolino sono quelli gossippari, scelti prevalentemente dalle donne. Queste si esauriscono quindi rapidamente, ma raramente si opta per un'altra rivista. I settimanali di informazione languono pigramente sullo stesso tavolino, dove talvolta sono presi dal maschietto di turno e sfogliati con noia e disattenzione, al punto che spesso si pensa che più per la lettura, il periodico venga preso per darsi un certo tono. La conferma di questa sommaria analisi è nelle home page dei quotidiani in Rete, dove al cazzeggio viene spesso dedicata un'intera colonna, di solito quella destra, sulla quale le redazioni sembrano maggiormente concentrate ed attente.

Aumentano gli scrittori, diminuiscono i lettori. Questa solo apparente distonia è legata al fatto che la scrittura odierna è prevalentemente riservata alla comodissima ed utilissima "scrittura di servizio": "faccio tardi" "butto la pasta?" "esci stasera?". Come scritto, questo tipo di comunicazione è comoda ed utile, ma non è frutto di questi tempi: una volta si telefonava. Quindi, definendo questo tipo di scrittura "di servizio", già nota sotto altra forma, diminuisce drasticamente lo spazio nel quale le parole prendono vita. Escludendo gli sproloqui facebucchiani, dove, cliccando su "altro" compare troppo spesso un testo paragonabile in dimensioni ad un canto dantesco pieno di offese ed errori ortografici ed alcuni blog pieni solo di autocelebrazione, si può comprendere che di spazio per la lettura, quella vera, ne rimane ben poco.

Non basta scrivere: bisogna anche leggere. Cerchiamo le buone letture, sia online che offline e, una volta trovate, conserviamole con cura. Marshall MacLuhan, professore e teorico canadese della comunicazione di massa, da molti considerato il primo filosofo del settore, immaginando il bombardamento di informazione alla quale siamo quotidianamente sottoposti, affermava: "segui cosa ami, controlla ciò che ti interessa, disprezza ciò che è inutile". Se tutti seguissimo questa massima, si ridurrebbe drasticamente il volume di fuffa che nasconde i veri concetti, i veri problemi. La censura non è più fatta dall'oscuramento della notizia ma dal suo soffocamento, sotterrata dal niente.

 Attenzione quindi: le parole, come le idee, non devono morire. Moriremmo anche noi con loro.
 

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