Montecitorio come Sanremo: tra cori, risse in Aula e il Paese che aspetta risposte!
A Montecitorio è andato in scena il karaoke della politica italiana: le opposizioni hanno cantato “Bella ciao”, poi la maggioranza ha intonato l’Inno d’Italia. L’Aula parlamentare si è trasformata in un palcoscenico, dove, tra cori improvvisati, schermaglie verbali e sceneggiate di varia natura, si è consumato l’ennesimo spettacolo che poco ha a che fare con le urgenze del Paese reale.
Fuori dai Palazzi romani, milioni di contribuenti - quelli che non hanno alcuna possibilità di evasione o elusione - continuano a sostenere il peso di una pressione fiscale elevata, di prezzi in aumento e di salari che arrancano.
La distanza tra la politica, che se la canta e se la suona, e i cittadini, che sgobbano e pagano dazio, si misura nella difficoltà di arrivare a fine mese, nelle pensioni che perdono potere d’acquisto, nei giovani che vedono allontanarsi le prospettive di stabilità. E si misura anche nella percezione, sempre più diffusa, che il tempo e le risorse della politica vengano dissipati in battaglie sterili, lontane dai bisogni quotidiani dei cittadini.
Non si tratta di negare il valore del confronto, anche acceso, né di pretendere un Parlamento silenzioso e notarile. La democrazia vive di dibattito. Ma quando il dibattito degenera in spettacolo, quando le priorità si smarriscono e le decisioni concrete vengono rimandate, allora il problema non è più lo stile: è la sostanza.
Le richieste dei cittadini sono tutt’altro che astratte: ridurre la pressione fiscale su chi paga fino all’ultimo centesimo; affrontare seriamente il tema dell’età pensionabile, tenendo conto della fatica reale di molti lavori; intervenire sul caro vita, che erode stipendi e risparmi; adeguare salari e pensioni a un’inflazione che non è più un fenomeno temporaneo, ma una condizione strutturale con cui fare i conti; efficientare i servizi pubblici, dalla sanità alla scuola, dalla sicurezza ai trasporti.
Sono temi complessi, certo. Richiedono visione, responsabilità e capacità di mediazione. Ma proprio per questo appare sempre meno tollerabile che l’attenzione venga catturata da episodi folkloristici o da scontri che, al di là della risonanza mediatica, non producono alcun avanzamento concreto.
Il punto, in fondo, non è solo quanto costano i 'carissimi' parlamentari - questione legittima, ma spesso usata in modo semplicistico - bensì cosa restituiscono in termini di lavoro, serietà e risultati. Il vero spreco non è lo stipendio in sé, ma il tempo perso, le occasioni mancate, le riforme rimandate.
In una fase storica segnata da incertezze economiche e sociali, il Paese non ha bisogno di spettacolo, ma di fatti concreti. Non servono slogan né performance, ma risposte. Perché la pazienza dei cittadini non è infinita e la fiducia, una volta erosa, è molto più difficile da ricostruire di qualsiasi bilancio pubblico. Basta consultare i dati di affluenza alle urne.
Se la politica vuole tornare ad essere credibile, deve smettere di “cantarsela e suonarsela” e ricominciare ad ascoltare. E soprattutto, ad agire.
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