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 Home page > Attualità > Società > Le stonature tra i fatti e le storie di Devid Berghi

Le stonature tra i fatti e le storie di Devid Berghi

La notizia, nuda e cruda è questa:
Nel pomeriggio del 4 gennaio 2011 Devid Berghi viene soccorso in piazza Maggiore a Bologna. Viene chiamato il 118, il neonato è febbricitante, era stato dimesso il 29 dicembre assieme al gemello, morirà il 5 gennaio all’ospedale S.Orsola, aveva ventitre giorni.

Le cause del decesso sono tutt’ora in fase di accertamento.
 
Partendo da questa notizia che è un fatto (Devid è morto, era nato prematuro assieme al gemello, aveva una sorella e altri due fratelli maggiori), son iniziate le stonature, i valzer della colpa-discolpa.
 
I servizi sociali han subito sostenuto che la madre aveva rifiutato il loro aiuto.
I genitori, Claudia Gambato e Sergio Berghi, hanno fornito la loro versione, a spiegare le ragioni del loro 'trovarsi in giro', in una giornata molto fredda, con due neonati. Alcuni testimoni (a difendere la categoria ‘la gente’, a rappresentare ‘la città’ che immediatamente verrà definita ‘indifferente’) hanno dichiarato di averli visti spesso, anche prima dell’ormai famoso 4 gennaio, tra piazza Maggiore e Sala Borsa (la biblioteca con accesso principale in piazza Maggiore).

Si è ipotizzato che si trattasse di clochard, senza tetto insomma, a spiegare i comportamenti della famiglia in giornate di festa e gelo (e spiegando così tali comportamenti, a discolpare ‘la gente’ e ‘la città’). Un noto ristorante di Bologna ha organizzato un’iniziativa per offrire un pasto gratuito ai senzatetto della città, si sono presentati in una sessantina stando ai resoconti, Andrea Mingardi presente all’iniziativa ha cantato a fine pasto.
 
Nel frattempo, altri fatti si susseguono: il tribunale dei minori ha tolto la patria podestà ai genitori e la procura li ha iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo. Sono ancora in corso gli accertamenti istologici sui polmoni di Devid.
 
Partendo dalle prime ufficializzazioni, il 10 gennaio, Devid Berghi ha fatto irruzione nella cronaca nazionale italiana per poi scomparirne di corsa, lasciando spazio ai valzer di colpa-discolpa.
Le stonature ci sono sin dall’inizio, nel modo in cui viene raccontata questa storia, tra fatti, poetiche e sottofondi (anche musicali con le voci di Dalla e Mingardi).
 
“Un neonato di venti giorni morto molto probabilmente anche per il freddo, comunque per le sue condizioni di vita difficili, portato dalla madre e il padre in giro per il centro di Bologna a zero gradi, senza una casa sicura, bivaccando per ore in Sala Borsa. Così è morto Devid Berghi, mentre è stato salvato con un ricovero d'urgenza al Sant'Orsola il fratello gemello. E successo tra l'indifferenza in prossimità della festa dei bambini, la Befana. In centro a Bologna non si perde neanche un bambino, canta Lucio Dalla. Però ora si muore. E mentre la città s'interroga sul funzionamento dei servizi sociali la Procura, dopo l'articolo pubblicato da Repubblica, apre una inchiesta”.
 
Lo stralcio sopra riportato è dell’articolo pubblicato il 10 gennaio su La Repubblica di Bologna (link al pezzo integrale, in fondo). Il neretto è stato aggiunto dalla scrivente. Il neretto palesa esattamente le stonature che entrano nei fatti dall’inizio.
 
L’11 gennaio, in un articolo di Michele Smargiassi sempre su La Repubblica di Bologna, si recuperano i fili della storia di Devid: ma Devid, c’è davvero? O è ‘la città degli invisibili’ che più catalizza attenzioni, bisbigli, ipotesi e voci?
Più precisamente ancora: è la città degli invisibili che si racconta la ‘storia di ghiaccio’.
 
“Due suore, due volontari, pochi senzatetto, il padre, la nonna, il prete. Meno di dieci persone ieri mattina nella gelida cappella dell'ospedale per dire addio a Devid, che ha vissuto solo ventitré giorni ed è morto di freddo nel centro più centro di Bologna alla vigilia della Befana, giorno dei bambini.
Poche ore più tardi la città ufficiale si "vergogna", ormai troppo tardi. Si vergogna di che? Dell'"indifferenza". Indifferenza di chi? "Non la mia, non degli altri che erano lì per caso come me": Viviana Melchiorre, impiegata, è ancora sconvolta. Quattro gennaio, quattro del pomeriggio, portici del municipio davanti alla farmacia comunale. "Lei, un pianto disumano, incapace di dire nulla; il padre, con quel fagotto in braccio vaga in piazza Maggiore, il bimbo ha un colorito terribile". "È morto!", rabbrividisce il gruppetto che si è raccolto, qualcuno (forse il padre) ha già chiamato il 118. L'uomo si scuote, entra in farmacia, poggia il bimbo sul bancone come fosse una scatola (ricorda scosso il farmacista): "Sta male, non respira, non so cos'ha, stamattina ha preso il latte...". Fuori, una passante nota un passeggino incustodito, gonfio di coperte. Le solleva. "Ma qui ce n'è un altro!". Vivo. In salute. Per fortuna. È il gemellino.

Nella Bologna esausta di shopping natalizio l'ambulanza corre via. Devid muore la mattina dopo (il direttore di Pediatria Mario Lima coglie la situazione al volo e mette al sicuro il gemello e una sorellina ricoverandoli). L'autopsia dirà com'è successo, ma già si sa che è crisi respiratoria. È una storia di ghiaccio, la storia di un bambino nato prematuro, passato in poche ore dal tepore dell'incubatrice al sottozero della piazza. Non ce l'hanno una casa, Claudia e Sergio? Lui, toscano che vive di lavoretti, giura di sì, s'infuria col cronista, "non siamo barboni", dà l'indirizzo, il capocondominio conferma ma i vicini dicono: "Non si vedono da mesi", e in quella casa vive un maghrebino: risulta marito di Claudia, forse sposato per avere il permesso di soggiorno. Di fatto lei non abita lì. Allora dove? "Dalla madre", suggerisce il tam-tam dei senzatetto, "no, in roulotte". I volontari di Piazza Grande li incontrano distribuendo viveri in stazione, e il padre che ha già abitato per un po' in un dormitorio chiede la residenza in "via Tuccella", la strada di fantasia inventata per dare un documento di identità ai clochard di Bologna".


 
Ancora, lo stralcio sopra riportato è dell’articolo di Smargiassi (versione integrale rintracciabile tra i link in fondo), ancora le parti in neretto sono aggiunte della scrivente.
 
Un neonato muore. Siamo all’inizio del 2011, nella Bologna addobbata a festa.
C’è bisogno di una storia, una storia esteticamente proposta con intelligenza, in grado di scatenare commozione, rabbia, colpe e discolpe, in grado di mettere in scena l’intrattenimento.
Una storia attraverso la quale poter scatenare le immaginazioni (gesti e voci di protagonisti e comparse, musiche, inquadrature e fotografie ad hoc).
 
La più grande stonatura, in tutto questo, è che la storia non l’ha scritta uno scrittore, uno storyteller per dirla alla John Berger, piuttosto la si trova tutt’ora tra le pagine reali o virtuali dei mezzi d’informazione.
 
Informare è dunque sinonimo di raccontare?
Raccontare nel significato di “riferire, esporre a qualcuno fatti reali o immaginari”, dal dizionario Sabatini Coletti.
 
Tra le stonature, qui in piccola parte riproposte, le discolpe perdono in nitidezza.
E se le colpe fossero da ripartire?

L’impressione della scrivente è che proprio da questa ipotesi di ripartizione fuggono tutti.
Ma proprio tutti.


[L’immagine qui utilizzata è stata pubblicata originariamente sul sito di La Repubblica di Bologna, nel pezzo del 17 gennaio rintracciabile di seguito, nella didascalia si legge: ‘I genitori del piccolo Devid’. Anche in quest’immagine si ritrovano delle stonature. Bg]

 
 
Documenti da leggere:
 
Bologna, soccorso in piazza: neonato muore di stenti su La Repubblica di Bologna, 10 gennaio 2011, di E.Capelli e L.Spezia.
Indagati i genitori di Devid, l’accusa è omicidio colposo su La Repubblica di Bologna, 17 gennaio 2011.
I ventitré giorni di Devid nella città degli invisibili su La Repubblica di Bologna, 11 gennaio 2011, di Michele Smargiassi.

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.42) 18 gennaio 2011 15:35

    Lei neretta come "stonature" nel mio articolo quasi solo fatti e testimonianze precise, raccolte e riportate.

    morto di freddo
    : esito dell’autopsia, broncopolmonite
    centro più centro: piazza Maggiore, più centro non c’è
    la città ufficiale si vergogna: se vuole le mando le dichiarazioni ufficiali di quel giorno
    il bimbo ha un colorito terribile: parole esatte della testimone
    rabbrividisce il gruppetto: riferito dalla stessa testimone
    come fosse una scatola: parole precise del farmacista
    già si sa: avevo il parere dei medici del pronto soccorso, rivelatosi esatto
    suggerisce il tam-tam dei senzatetto: sono andato a parlare con loro
    in "via Tuccella", la strada di fantasia: chieda all’anagrafe cosa è via Tuccella.

    Fatti e testimonianze possono non collimare con l’idea che lei si è fatta della storia, ma sono fatti e testimonianze.
    Decisamente lei ha un’idea strana di quel che deve fare un giornalista.
    Cordialmente
    michele smargiassi

  • Di Damiano Mazzotti (---.---.---.53) 18 gennaio 2011 15:51
    Damiano Mazzotti


    Se la polizia municipale e la polizia varia invece di guardare solo gli immigrati che vendono cose taroccate e invece di fare multe per divieto di sosta in città prive di parcheggi, si guardassero meglio in giro queste cose non succederebbero....

    In Romagna la scorsa estate hanno chiuso un albergo dove era stata trovata merce taroccata... Invece un albergo che non pagava e sfruttava immigrati regolari e non, è rimasto aperto...

    Quando una società tutela più le merci delle persone, questa società è destinata a collassare

  • Di BarbaraGozzi (---.---.---.36) 19 gennaio 2011 05:24
    BarbaraGozzi

    Ringrazio il signor Smargiassi per le precisazioni.
    Faccio presente che con il termine ’stonature’ non c’è alcun riferimento diretto o indiretto men che meno allusivo ad erroneità, in nessun punto del pezzo sostengo che fatti e/o testimonianze non siano veritieri né contesto l’attendibilità di fonti.
    Semplicemente segnalo quanto il ’come’, il modo in cui vengono fornite le informazioni (fatti, dichiarazioni, contesti) non soltanto dal signor Smargiassi, può incidere sulla percezione dell’intera storia.
    Probabilmente ho "un’idea strana di quel che deve fare un giornalista", mi sembra però ci sia - a volte - anche un’idea strana di quel che deve fare un lettore qualunque, un cittadino, uno che legge o segue notizie ed eventualmente (di certo non è obbligato) ci ragiona a modo suo, non soltanto sui contenuti (a formarsi idee e opinioni personali che entrano nel merito delle singole vicende) ma anche sui termini usati, sulle modalità in cui questi contenuti vengono forniti. Sul peso che ancora ha l’uso specifico della lingua.

    Cordialmente,
    Barbara Gozzi

  • Di (---.---.---.42) 19 gennaio 2011 10:19

    Anche io penso che "l’uso specifico della lingua" abbia "ancora un peso".

    Stonatùra, s.f., [...] Cosa fuori di tono, inopportuna. (dallo Zingarelli).
    Stonatùra, s.f., [...] Cosa che è in netto contrasto con l’insieme a cui appartiene (dal Gabrielli).

    Lei considera dunque inopportuno, fuori tono, in contrasto con il suo contesto (un organo di informazione), il fatto che un giornalista fornisca ai lettori notizie e testimonianze.
    Saluti
    michele smargiassi

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