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Juventus - Atletico Madrid: il sortilegio Champions League

Malgrado l'innesto di C. Ronaldo i bianconeri faticano a guarire da un male endemico che impedisce loro d'interrompere un digiuno di trionfi che in Champions si protrae da 23 anni.

L'ULTIMO SMACCO

Anche in questa stagione la Juventus sembra destinata a procrastinare per l'ennesima volta l'appuntamento galante con la Coppa dei Campioni. Il capitombolo in cui è incappata una settimana orsono a Madrid, sponda Atletico, infatti, non lascia molti spiragli in chiave qualificazione ai Quarti di finale, e perciò pure stavolta la Signora, a meno d'improbabili ribaltoni, dovrà rimanere mestamente con le pive nel sacco. E pensare che dopo il roboante acquisto di C. Ronaldo, che a detta di molti era designato a far compiere a Madama l'ultimo nonché decisivo salto di qualità in direzione europea, le quotazioni bianconere avevano subito un'impennata consistente, da persuadere i più esperti ad assegnare al team di M. Allegri la palma di favorita numero uno per la famigerata conquista della Coppa dalle grandi orecchie. Ma, a quanto pare, neanche l'inserimento in rosa del prototipo del bomber letale per eccellenza (capocannoniere all time di Coppa con oltre 120 gol) è servito per far sì che la Zebra si svincolasse da un complesso internazionale oramai divenuto atavico.

UNA DOPPIA IDENTITA'

Quella della Juventus sta, lustro dopo lustro, assumendo i connotati di una vera e propria “dicotomia”, per certi versi inspiegabile, le cui ragioni si perdono fra i meandri più angusti della logica. A suffragare tale contraddittorietà vi pensa in primis la casistica europea recente. Essa, invero, non presenta casi analoghi, ovvero di un team che in Patria riesce a stritolare i competitors per decenni, per poi vivacchiare sistematicamente al di là dei confini. Basti pensare a compagini come il Bayern Monaco, il Barcellona e soprattutto il Real Madrid, che ai loro predomini nazionali affiancano, ad intervalli più o meno regolari, degli altisonanti successi in Champions. Persino l'Inter del quinquennio post Calciopoli, dopo aver vinto ad iosa in Italia, riuscì nel 2010 a riprodurre la gloria nazionale al di là dei confini italici. E stiamo parlando di una squadra che non assaporava il trionfo europeo da oltre 40 anni, non esattamente un'abitudinaria da urlo. L'unica a non riuscire a replicare, magari parzialmente, il proprio idillio con la gloria in Coppa dei Campioni è proprio la Juve, palesando una sorta di personalità bipolare a dir poco atipica e persino lesiva dell'immagine di una società leggendaria che ha fatto della vittoria il proprio credo. Da quel fatidico anno di grazia, 1996 (quando in Finale Vialli e Del Piero ebbero ragione dell'Ajax ai rigori), la compagine piemontese ha sempre visto frustrate le proprie ambizioni, inscenando un caleidoscopio dal moto perpetuo, per una serie ininterrotta di amarezze e disillusioni melodrammatiche da indurre anche i più scettici a subodorare presunte designazioni sovrannaturali volte a negarle la celebrità tanto invocata.

UN PALMARES INTERNAZIONALE RISIBILE

Nella storia della manifestazione la Juve è la squadra con più finali perse sul groppone (7 su 9: gridano vendetta i k.o. rimediati con l'Amburgo nel 1983 e con il Borussia D. nel 1997), e fra le super big del continente è l'unica ad esser salita sul tetto d'Europa meno di tre volte (vanta soltanto i successi del 1985 e del 1996), per un gruzzolo risibile, equiparabile ad altre compagini non di primissimo livello, come il N. Forest od il Porto, distante anni luce dai bottini di squadre come Milan e Bayern, per tacere del Real Madrid. Insomma l'Europa non rende giustizia al blasone ed alla fama della società torinese, perennemente alla ricerca di quella credibilità extranazionale che negli ultimi decenni è stata sin troppo prostrata da una serie imbarazzante di defaillances, alcune delle quali sono state delle “waterloo” (come quella del 1973-'74, quando i bianconeri si dovettero inchinare al primo turno ai tedeschi della Dynamo Dresda, o quella del 1958-'59, quando i piemontesi di Omar Sivori & c. furono umiliati da una squadra austriaca di secondo piano con un enfatico ed impietoso 7-0, macchiando di fatto il loro esordio nella massima kermesse continentale). E la sensazione, dopo la scoppola dii Madrid, è che l'ora del riscatto non sia ancora pervenuta, e che Madama dovrà attendere parecchio per radiare dalla propria storia quell'aureola malefica che ne tarpa le ali da troppo tempo, pregiudicandone la nomea costruitasi in Italia a suon di Scudetti.

E' IMPERATIVO CONTINUARE A SPERARE

Come accennavo al principio dell'articolo, nemmeno con C. Ronaldo i bianconeri sono riusciti a scrollarsi di dosso quel marchio infamante di sventurata di Coppa, però non si deve necessariamente ricondurre all'inutilità (perdipiù dopo un solo anno) l'acquisto del centravanti lusitano. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il calcio è uno sport di squadra, e un solo giocatore, per quanto di caratura eccelsa, se non adeguatamente supportato dai compagni, non può fare la differenza. Lo stesso Real Madrid di CR7, prima di tornare a festeggiare in ambito internazionale, dovette trangugiare amaro per ben quattro stagioni consecutive, a conferma di come nel calcio i grandi giocatori, se mal coadiuvati, non sono garanzia automatica di trionfo. Sembra un concetto pacifico, da non richiedere il conforto di chissà quali dimostrazioni empiriche, eppure spesse volte l'onda emotiva, nel caso quella scaturita dal nuovo tracollo bianconero, travolge la ragione. Perciò i tifosi zebrati non inizino a stracciarsi le vesti, in quanto le possibilità che i raggi di un nuovo sole, da qui a pochi anni, possano squarciare il buio, da cui Madama è avvolta da oltre un ventennio, non sono poi così recondite, e se ancora non dovessero crederci, pensino a quanto sentenziato dal filosofo libanese Khalil Gibran: “Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte”. Ad maiora.

Alberto SIGONA

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