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 Home page > Tribuna Libera > Italia nel mirino della Russia: "Attacchi dal mare con i droni".

Italia nel mirino della Russia: "Attacchi dal mare con i droni".

Se le informazioni dell’intelligence americana rilanciate da El Mundo fossero confermate, l’Europa meridionale entrerebbe in una nuova fase della guerra. E l’Italia non potrebbe permettersi di scoprirsi impreparata.

La guerra in Ucraina potrebbe non essere più soltanto una guerra combattuta sul territorio ucraino. Secondo quanto riferito dal quotidiano spagnolo El Mundo, i servizi segreti statunitensi avrebbero raccolto informazioni su possibili piani russi per utilizzare droni lanciati dal mare, anche attraverso navi mercantili e container, con potenziali obiettivi in Francia, Spagna e Italia.

Non significa che un attacco sia imminente, né che esista una decisione russa già assunta di colpire il Mediterraneo. Ma significa che uno scenario del genere viene preso in considerazione dagli apparati di sicurezza occidentali. Ed è proprio questo il punto che la politica italiana dovrebbe discutere senza propaganda e senza negazionismi.

La questione non è soltanto militare. Un drone relativamente piccolo non deve necessariamente distruggere una grande infrastruttura per provocare conseguenze importanti: può creare interruzioni operative, danneggiare impianti, colpire infrastrutture esposte o generare panico.

Per un Paese come l’Italia, con porti, aeroporti, centrali energetiche, infrastrutture digitali e nodi logistici distribuiti lungo migliaia di chilometri di coste, la sicurezza non può essere considerata un problema che riguarda soltanto il fronte orientale dell’Europa.

Ed è qui che il dibattito italiano dovrebbe diventare finalmente serio. Chi contesta l’aumento della spesa per la difesa ha certamente il diritto di sostenere che le risorse pubbliche debbano essere destinate prioritariamente a sanità, pensioni, salari, scuola e servizi pubblici.

Ma, contemporaneamente, deve rispondere a una domanda semplice: come si protegge un Paese da una minaccia militare o ibrida se non dispone di adeguati strumenti di prevenzione, intelligence, sorveglianza e difesa? Con le chiacchiere? Con la sola azione diplomatica, peraltro già intrapresa da Trump e Zelensky e rispedita al mittente da Putin, che non vuole la pace ma punta a conquistare tutta l’Ucraina?

La risposta non può essere semplicemente: la diplomazia. La diplomazia è indispensabile. Anzi, deve essere la prima strada da percorrere per evitare che una crisi degeneri in guerra. Ma diplomazia e capacità di difesa non sono necessariamente alternative. Sono due strumenti diversi. La prima cerca di impedire il conflitto. La seconda serve a proteggere il Paese qualora la prevenzione fallisca.

Dire che bisogna investire nella difesa non significa automaticamente chiedere la guerra. Allo stesso modo, chiedere negoziati non significa necessariamente essere contrari alla sicurezza nazionale. Il problema vero è evitare gli slogan contrapposti.

Anche in questi giorni i canali diplomatici non sono completamente chiusi. Gli emissari statunitensi hanno continuato a dialogare con Mosca e Kyiv e Zelensky ha annunciato nuovi contatti con Trump; sono inoltre emerse iniziative per una possibile tregua relativa agli attacchi contro le infrastrutture energetiche. Allo stesso tempo, i combattimenti non sono cessati e gli attacchi russi contro l’Ucraina sono proseguiti.

È quindi difficile sostenere che la diplomazia abbia già prodotto una soluzione definitiva. Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che la diplomazia sia inutile. La diplomazia va perseguita proprio perché la guerra deve finire. La difesa va mantenuta proprio perché, fino a quando la guerra non finisce, la minaccia non può essere ignorata.

Questa dovrebbe essere la posizione pragmatica di un Paese come l’Italia.

L’Italia non ha bisogno di una corsa al riarmo senza limiti. Ha bisogno, piuttosto, di capire quali minacce deve essere concretamente in grado di fronteggiare e quali capacità sono necessarie per farlo. Difendere lo spazio aereo, sorvegliare le coste, proteggere porti e aeroporti, rafforzare la sicurezza informatica e garantire la continuità delle infrastrutture strategiche non significa necessariamente prepararsi a una guerra offensiva. Significa prepararsi a evitare che un eventuale attacco possa trasformarsi in una crisi nazionale.

Ed è proprio questo il punto che non dovrebbe essere trasformato in una guerra ideologica tra «pacifisti» e «militaristi». La pace non si difende con le chiacchiere. Ma nemmeno la sicurezza si costruisce soltanto aumentando gli armamenti. Servono diplomazia, intelligence, prevenzione, cooperazione europea e capacità difensive adeguate.

E soprattutto serve una politica capace di dire agli italiani la verità: la guerra in Ucraina non è ancora finita e le sue conseguenze sulla sicurezza europea non possono essere considerate un problema lontano dai nostri confini.

Se domani un drone arrivasse dal Mediterraneo, la domanda non sarebbe più quanto abbiamo speso per la difesa. La domanda sarebbe: perché non ci siamo preparati prima?

Commenti all'articolo

  • Di Aleth26 (---.---.---.123) 25 settembre 17:57

    Credere alla propaganda bellicista yankee senza uno straccio di prova è da fessi o da velinari di regime.

    Figuriamoci se la Russia, che sta a pezzi dopo 4 anni di vana guerra con cui non ha prevalso nemmeno sulla debolissima Ucraina sostenuta dall´occidente tutto, avrebbe mai vantaggio nell´attaccare per prima l´Europa.

    Dammi retta, tornatene al bar delo sport.

    ALETH

  • Di Massimo Icolaro (---.---.---.211) 27 settembre 18:11
    Massimo Icolaro

    Un articolo sullo stesso argomento lo avevo inviato il 24 cm per la moderazione.

    Comunque interessante, io in più ci avevo messo anche la complicità dei putiniani di casa nostra, quelli da impressionare per fare leva sulla popolazione italiana da sempre prostrata ai potenti, sempre in attesa di un messia che sia Grillo, o Trump o Putin.

    Complimenti.

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