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La politica ignora le cause della rabbia

Da Tirana a Parigi, fino a Milano, gli scontri nelle piazze pongono una questione che i governi non possono più eludere: la crisi sociale non si risolve con la repressione. Quando il lavoro non garantisce una vita dignitosa, la casa diventa inaccessibile e il futuro si allontana, l’ordine pubblico è necessario, ma non sufficiente. La vera emergenza europea è una politica che fatica a trasformare la crescita economica in benessere diffuso.

Il problema dell’Europa non è soltanto la rabbia di chi scende in piazza. È l’incapacità della politica di affrontare le condizioni che alimentano quella rabbia. Da anni si invocano competitività, stabilità finanziaria e crescita, ma per una parte crescente della popolazione lavorare non significa vivere serenamente, studiare non garantisce un’occupazione adeguata e costruire una famiglia diventa un’impresa economica. È qui che si apre la frattura tra istituzioni e cittadini.

Le proteste di Tirana, Parigi e Milano hanno origini differenti e non costituiscono un’unica rivolta europea. Ma raccontano un malessere che sarebbe irresponsabile liquidare come semplice disordine pubblico. In Albania, le contestazioni contro il governo di Edi Rama si intrecciano con le denunce di corruzione e le critiche a uno sviluppo percepito come diseguale. In Francia, anni di mobilitazioni hanno messo in discussione il rapporto tra riforme economiche e protezione sociale. In Italia, salari insufficienti, precarietà e difficoltà abitative alimentano l’insoddisfazione, soprattutto tra i giovani.

Il denominatore comune è una promessa che non regge più: impegnarsi, lavorare e rispettare le regole dovrebbe consentire di migliorare la propria condizione. Quando questa prospettiva viene meno, il consenso si logora e il disagio diventa conflitto.

Ma mai nessuna ragione sociale giustifica aggressioni, incendi e devastazioni. Chi commette violenze deve risponderne, senza attenuanti. Il diritto di manifestare non comprende quello di mettere in pericolo le persone o distruggere i beni altrui.

Ma condannare i violenti non può diventare il modo per evitare il confronto con le ragioni della protesta. Confondere chi manifesta pacificamente con chi cerca lo scontro significa colpire il dissenso anziché isolare i responsabili delle violenze.

Le forze dell’ordine devono garantire la sicurezza e far rispettare la legge. Non possono, però, aumentare i salari, ridurre il costo degli affitti o creare opportunità professionali. Sono responsabilità che spettano ai governi.

La repressione può fermare uno scontro, non risolvere una crisi sociale. Se dopo ogni protesta arrivano soltanto arresti, dichiarazioni di fermezza e promesse generiche, le strade possono tornare tranquille senza che sia cambiato nulla delle condizioni che hanno portato la gente a protestare.

La risposta deve partire da obiettivi concreti. Salari più adeguati, riduzione del costo del lavoro, pensione giusta e dignitosa, incentivi all’occupazione stabile e contrasto al lavoro irregolare sono essenziali per restituire valore al lavoro. Sul fronte abitativo occorrono più alloggi pubblici a canone sostenibile, il recupero degli immobili inutilizzati e strumenti mirati per studenti e lavoratori fuori sede.

Servono inoltre investimenti verificabili nella sanità, nella scuola, nei trasporti e nella formazione professionale. Per i giovani, non bastano bonus occasionali: occorrono percorsi che colleghino istruzione e lavoro, apprendistati retribuiti e possibilità concrete di raggiungere l’autonomia economica.

Ogni intervento deve avere risorse individuate, tempi certi e risultati misurabili. Gli incentivi vanno valutati sulla base dell’occupazione creata, gli investimenti abitativi sul numero di alloggi accessibili effettivamente disponibili, la spesa pubblica sulla qualità dei servizi prodotti. Meno annunci, dunque, e più responsabilità sui risultati.

Anche l’Unione europea deve contribuire, affiancando agli obiettivi di competitività e stabilità finanziaria politiche sociali capaci di migliorare le condizioni di vita. I governi nazionali, a loro volta, devono assumersi le proprie responsabilità, senza trasformare Bruxelles in un capro espiatorio per ogni difficoltà interna.

La crescita economica non è un fine in sé: deve tradursi in salari, pensioni, opportunità e servizi. Se i suoi benefici restano lontani dalla vita quotidiana di molti cittadini, le statistiche positive non basteranno a convincerli che il sistema funzioni.

L’Europa non è necessariamente alla vigilia di una rivoluzione, ma non può permettersi di ignorare il ripetersi delle tensioni sociali. Quando il lavoro non garantisce autonomia e il futuro appare accessibile soltanto a chi parte avvantaggiato, la protesta diventa il sintomo di un problema politico più profondo.

La scelta è netta: limitarsi a contenere le conseguenze del malcontento oppure intervenire sulle sue cause. La prima strada può ristabilire temporaneamente l’ordine; la seconda richiede risorse, riforme e responsabilità, ma è l’unica capace di produrre risultati duraturi.

Le piazze possono essere sgomberate e i responsabili delle violenze perseguiti. Ma senza salari e pensioni dignitosi, case accessibili e opportunità reali, la rabbia continuerà ad avere ragioni per tornare.

Le forze dell’ordine devono garantire la sicurezza e far rispettare la legge. I governi devono difendere la democrazia con politiche capaci di migliorare la vita delle persone.

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