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 Home page > Tribuna Libera > Immigrazione o umanità in fuga? Cosa si nasconde realmente dietro tale (...)

Immigrazione o umanità in fuga? Cosa si nasconde realmente dietro tale fenomeno? I bambini le uniche vittime

Quando si difendono i diritti umani non ha senso essere considerati buoni o "buonisti", di destra o di sinistra, come fanno alcuni giornali ed alcuni partiti politici, in quanto è, senza alcun dubbio, un dovere di natura morale e spirituale difendere la dignità umana di chi diviene oggetto di sopraffazione e di ingiustizie. 

Tale dovere è certo che alberga nel cuore delle persone guidate dal senso di giustizia e dai sentimenti umani verso il prossimo e non può essere etichettato con definizioni partitiche. La vita è un dono, sia per i credenti di qualsivoglia religione, sia per chi non lo è: per tale ragione essa deve essere difesa da chiunque la minacci. Ogni essere umano non può che nutrire e manifestare il proprio anelito di miglioramento della propria esistenza quando essa è resa difficile dagli eventi della vita. E' un diritto difendere la propria vita dall'ingiustizia sociale. Non si può negare che difendano il valore della propria vita tutti coloro i quali, su barconi insicuri, sfidando il mare, approdano nei porti della nostra nazione, per trovarvi accoglienza.

Essi affermano di essere fuggiti dai loro territori di origine per evitare la schiavitù, la violenza e la morte. Ci chiedono di dar loro la vita. Non possiamo non accogliere il loro grido di dolore e tendere loro la mano. Essi chiedono di divenire cittadini di una terra che consenta loro una esistenza dignitosa, non più profughi ma cittadini. Colpiscono i bambini, i quali affrontano tante traversie con la forza che solo l'innocenza dell'infanzia sa donare. Essi ignorano l'esistenza dei muri, delle barriere, del razzismo. Che fare allora? Lasciamoli sognare e gioire del calore dell'accoglienza, tendendo loro le braccia. Facciamo in modo che lascino alle spalle quel mare tempestoso e le tragedie che pervadono le loro terre di origine. Diamo loro un domani colmo di speranza.

Non possiamo, tuttavia, evitare di osservare il fenomeno dell'immigrazione con spirito critico, proprio in quanto si configura come un immenso movimento senza precedenti nella storia dell'umanità. Per tale motivo ci chiediamo: "Che cosa, effettivamente, determina tale spaventoso fenomeno che, impropriamente, viene definito immigrazione , ma che sarebbe equo definire "umanità in fuga?"Si tratta solo di fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla povertà? Certo è ancora presto per dare una risposta che, solo il corso della storia, potrà fornire.

Commenti all'articolo

  • Di daria p (---.---.---.94) 13 luglio 21:13

    "L’umanita’ in fuga" la vogliamo tutta in Italia.

    E anche presto.

    Nell’attesa , cerchiamo di pensare dove fuggire noi italiani.

  • Di Giacomo manzilli (---.---.---.90) 14 luglio 11:50

    Ecco! Leggetevi questo articolo. Questo è buon senso. Solo che qui in Italia fa comodo a qualcuno di vivere sempre in emergenza. Così continuano a fare tutti i c**i propri alla grande.

    Poi le donne incinte ed i bambini messi davanti vanno sempre bene per la causa.

    Migranti, ecco il piano italiano: «Zone franche per gli sbarchi e distribuzione dei rifugiati»

    di Federico Fubini

    14 lug 2019

    Il ministro degli Esteri Moavero Milanesi: «Lo presenterò in settimana al Consiglio Ue: corridoi umanitari per chi supera il vaglio. E per la ripartizione ci vuole un metodo con criteri oggettivi»

    Enzo Moavero Milanesi ci lavora dal giorno in cui fu nominato ministro degli Esteri poco più di un anno fa. Ne ha parlato giovedì scorso con il premier Giuseppe Conte e con Matteo Salvini, il ministro dell’Interno, ed esporrà queste idee domani a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri per una riflessione con i colleghi europei. «Usciamo dalla tirannia delle emergenze e dell’emotività — dice — obiettivamente, sui flussi migratori sino ad oggi ogni Paese tende a reagire in maniera sovranista. Ma riusciremo a governarli solo con una vera politica europea equilibrata, fatta di molti elementi».

    Ministro, lei sta per presentare idee per un’azione europea sulle migrazioni con il suo collega di Malta Carmelo Abela. Come nascono? «Negli ultimi tempi, ci sono stati accordi sulla distribuzione dei migranti fra Paesi prima dello sbarco. Ma non possiamo continuare a procedere caso per caso, cercando ogni volta soluzioni d’emergenza. Bisogna trovare un meccanismo strutturato, di carattere stabile».

    Va superato il regolamento di Dublino, che obbliga i Paesi di primo sbarco a vagliare le domande di asilo? Molti governi non vogliono. «Dublino riguarda l’asilo, ma il Trattato Ue contiene norme per regolare le migrazioni in generale, non solo su come verificare le domande di asilo. Questo porta ad allargare la riflessione all’insieme dei flussi migratori: i migranti non cercano la costa italiana, greca o maltese. Cercano l’Europa. Dunque è in una cornice europea che va trovata una soluzione».

    Non teme una reazione scettica dagli altri governi? Vi diranno che l’unica politica dell’Italia è chiudere i porti. «Per governare simili flussi occorre una politica comune europea che stabilisca bene cosa si fa, collaborando. Gli Stati non vanno lasciati soli ad affrontare l’emergenza con strumenti parziali e inevitabilmente egoistici. Il Trattato Ue parla di politiche europee sui flussi migratori e, quindi, va oltre il semplice riconoscimento del diritto di chiedere asilo o protezione internazionale».

    A cosa pensa? «Il primo livello è fare di più prima che le persone inizino a migrare. Occorrono investimenti maggiori, con finanziamenti sufficienti, nei Paesi dai quali si parte: progetti mirati a rafforzare il tessuto sociale o mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Le risorse necessarie sono ingenti e proprio per questo il tema deve entrare nei negoziati sul Quadro finanziario europeo 2021-2027. Per raccoglierle, si può pensare anche all’emissione di appositi titoli europei di debito».

    Le persone continueranno comunque a partire, non trova? «Per questo è giusto che quei migranti che legittimamente chiedono asilo possano farlo in luoghi il più possibile vicini a quelli che sono costretti a lasciare. Per esempio, un rifugiato da un paese in guerra dovrebbe poter far esaminare la sua domanda di asilo presso un ufficio europeo nel più vicino Stato in pace, prima di affrontare un viaggio lungo e sempre drammatico. E se l’asilo viene riconosciuto, il rifugiato dovrebbe viaggiare verso l’Europa attraverso corridoi umanitari senza dover pagare i trafficanti. L’Ue deve garantire trasporti normali, voli charter come ne sono stati fatti anche di recente verso l’Italia per persone di cui si sapeva già che avevano diritto all’asilo. Chi ha diritto all’asilo deve poter viaggiare in condizioni degne, non in mano a criminali».

    Significa che ci sarebbe una distribuzione dei rifugiati in Europa? «Il sistema funziona solo se un numero sufficiente e consistente di Stati Ue aderisce. Specie i più grandi. Per la ripartizione ci vuole un metodo con criteri oggettivi e chiari. Inoltre, gli uffici europei per la valutazione delle domande di asilo, se funzionano bene, potrebbero anche vagliare domande di lavoro fatte da chi emigra per ragioni economiche o a causa dei radicali mutamenti climatici. Se trovassero offerte di lavoro in qualche Paese europeo, anche queste persone potrebbero cosi viaggiare al sicuro».

    Non pensa che ci saranno sempre persone che si metteranno in mano ai trafficanti, aggirando i centri europei di filtro in Africa? «Per quello ci vuole una seria organizzata lotta al traffico di esseri umani, con più cooperazione fra le forze di polizia e di sicurezza europee».

    Ciò implica riportare missioni navali europee nel Mediterraneo? «Sì, ma stabilendo regole idonee. Il salvataggio in mare è un dovere antico, previsto da tutte le convenzioni ed è un obbligo morale. Le missioni europee nel Mediterraneo servono vari obiettivi, ma non possono continuare a prevedere che tutti i salvati siano portati in Italia. Nessun Paese può diventare la piattaforma europea degli sbarchi e, per le regole di Dublino, del vaglio delle domande di asilo e di ogni onere connesso. Senza contare che, nelle more dopo la domanda, molti richiedenti si allontanano, varcando anche la frontiera e creando questioni con gli Stati confinanti».

    Il filtro in Italia però è ciò a cui altri Paesi pensano. Come se ne esce? «C’è una strada per ridurre gli oneri per lo Stato dove sbarcano i migranti. Lo sbarco va scollegato dal concetto di ‘primo arrivo’ stabilito da Dublino e i migranti andrebbero accolti in ‘aree franche’ da crearsi nei vari Paesi Ue».

    Non rischiano di diventare centri di detenzione europea sui porti dell’Italia o della Grecia? «No. Si tratterebbe di centri controllati, un’idea presente già nelle conclusioni del Consiglio europeo di un anno fa. Tutti i Paesi Ue affacciati sul Mediterraneo potrebbero averne. Ma il soggiorno di chi sbarca sarebbe di pochi giorni, perché poi le persone andrebbero subito distribuite anche in altri Stati Ue dove si verificherebbe il loro diritto all’asilo. Così, operando su numeri ripartiti e minori, tutto procederebbe meglio».

    Quando le domande d’asilo vengono respinte, i migranti diventano irregolari e non rientrano nei loro Paesi. Perché i governi Ue dovrebbero accettare questo rischio, oggi in gran parte su Italia e Grecia? «Un punto nodale sono gli accordi di riammissione con i Paesi d’origine dei migranti. Oggi ne abbiamo pochi e con tanti limiti. Ma se fosse l’Unione europea a stipularli, avrebbe molto più peso negoziale. Anche perché potrebbe collegarli ai suoi investimenti nei medesimi Paesi d’origine, di cui dicevo prima».

    Lei pensa che ci sia spazio per un accordo del genere oggi in Europa? «È quello che vogliamo verificare. Per un’azione efficace, bisogna agire alla sorgente e non solo alla foce dei flussi. Questa è una proposta per un approccio europeo: richiede quel salto di qualità finora mai fatto. Perché funzioni, serve una volontà politica solidale che eviti l’arrocco sovrano di ciascuno Stato nel suo ‘particulare’».

  • Di Marina Serafini (---.---.---.66) 15 luglio 07:43
    Marina Serafini

    La questione non sta nel non voler accogliere, ma nel farlo in maniera tale da tutelare anche chi l’accoglienza la fa. Interessante l’articolo linkato, ed espressivo della Vera problematica: ogni fare implica - e deve farlo - un pensare, un progettare, un valutare. Ossia: l’azione deve essere preceduta dalla valutazione di un obbiettivo chiaro. Ad oggi non si fa che spostare il dito su chi é egoista perché vuole mantenere per se’ le proprie risorse e sui poveracci indigenti che ne chiedono anche per se’. Mi sembra davvero troppo banale. Non si tiene conto dell’architettura della politica e degli obbiettivi veri messi in gioco. Il traffico di esseri umani - perché di questo si tratta - e l’invasione in massa dei territori, sono espressione di una modalità bellica diversa d quella cui siano abituati visivamente, quella con cannoni e fucili, per intenderci. Da sempre le migrazioni di massa sono state usate come strumento politico per indebolire un paese. Immaginate una migrazione di massa doppia o tripla rispetto a quanto accade normalmente. Avremo modo di gestirla? Che accadrebbe? Non é il problema dell’accoglienza, ma di come questa viene gestita. Gli esseri umani sono risorse, e come tali andrebbero gestiti, quindi é necessario riflettere sul come accoglierli, distribuirli, formarli e finalmente - fatti questi primissimi passi necessari- integrarli. Si perché non ditemi che l’integrazione corrisponde a quanto accade oggi: far convivere culture diverse in uno stesso posto fisico in modo forzoso, senza alcun intervento di mediazione che consente una reale interazione basata sul reciproco rispetto e orientata al dialogo. Oggi non esiste integrazione. Assistiamo solo alla convivenza, tutt’altro che pacifica nella maggior parte dei casi, di individui che si guardano con sospetto e che si criticano a vicenda. E per forza, dato che abbiamo a che fare con culture davvero molto diverse. "Aiutamoli a casa loro" é una espressione controversa: non la intendo come un "tornassero a casa loro" - nel senso in cui i piú facinorosi ignoranti vogliono intenderla, ma nel senso più strutturale di "organizziamo una politica che consenta un modo per loro differente di vivere e di muoversi. Gli accordi politici - dove c’è interesse, si fanno. Si fanno e sono stati fatti anche con i delinquenti della peggior specie. Tutto scritto, tutto documentato. Tutto stranoto. Ma il traffico di umani, ahinoi, fa girare un certo tipo di economia e di politica. E quindi si lascia che accada questo scempio cui assistiamo ogni giorno; si condisce con un bel po’ di demagogia, si dà una spintarella tramite i media affinché le persone si distraggono con dibattiti inutili e inascoltati, e si abbassa il livello della problematica su un terreno di non intervento. E questo perché, torno a ripetere, l’intervento non ha senso nel mondo dei poveracci-e-gli egoisti, tra buone ong e cattivi salviniani, tra nazionalisti e umanisti...Queste sono baggianate alimentate per gettare fumo negli occhi per non far vedere cosa accade in altri saloni, quelli della politica e degli accordi internazionali. Non é difficile da capire, é sotto gli occhi di tutti, accade in tanti settori, eppure ci fa talmente schifo che ci ostiniamo a volerci credere. E lì a discutere e a puntare il dito. Siamo sciocchi, siamo idealisti...E facciamo il loro gioco. Un brutto, bruttissimo gioco,mascherato con zuccherini e fiorellini. E intanto, non potendo fare di meglio, i buonisti li accolgono chiudendosi dentro ai lager..... Una gran bella soluzione!!!!

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