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Giulio Regeni, 22 mesi senza la verità

 

Ventidue mesi fa, il 25 gennaio 2016, Giulio Regeni veniva sequestrato al Cairo per essere sottoposto a giorni di sparizione e torture mortali.

Da allora, come sappiamo, le autorità egiziane hanno portato avanti una strategia di ricostruzioni ridicole e offensive, depistaggi – uno dei quali peraltro costato la vita a cinque innocenti nella tragica messinscena del “vassoio d’argento” intorno alla Pasqua del 2016 – e ritardi indecenti.

Il richiamo temporaneo dell’ambasciatore, nell’aprile dello scorso anno, era stata l’unica decisione assunta dal governo a fronte della mancanza di collaborazione della magistratura egiziana.

Le relazioni diplomatiche tra i due paesi sono state ripristinate due mesi fa. Si diceva che il ritorno dell’ambasciatore italiano avrebbe favorito la ricerca della verità e che a tale proposito sarebbe stata inviata al Cairo una “figura tecnica” di supporto alle indagini. Di questa “figura tecnica” non vi è finora traccia.

Le cose, come era prevedibile, stanno andando diversamente. Di tutto, tra i due paesi, si è ripreso a parlare (turismo, immigrazione, terrorismo, rapporti economici) meno che di Giulio Regeni.

La situazione dei diritti umani al Cairo è ulteriormente precipitata, con la detenzione dell’avvocato Ibrahim Metwally e i tentativi di chiusura della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, l’Ong che fornisce consulenza legale agli avvocati della famiglia Regeni.

Nel frattempo, una doverosa richiesta di rogatoria internazionale per acquisire informazioni utili alle indagini della procura di Roma è diventata il pretesto per rilanciare la “pista inglese”. Come dire, se non si riesce a prendersela con l’Egitto almeno ci sia una Cambridge su cui puntare il dito.

È arrivato il momento di chiedere alle istituzioni italiane se la ricerca della verità per Giulio Regeni sia ancora – ammesso che lo sia mai stata – un interesse nazionale.

Di sicuro è e resta l’interesse delle innumerevoli persone che continuano a chiedere verità. O meglio che chiedono che la verità storica e politica che conosciamo – e che ha portato già da subito a definire quello di Giulio “un delitto di stato” – sia ammessa anche dalle autorità egiziane.

Illustrazione di Gianluca Costantini. 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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