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Formula 1 negli Emirati: Amnesty International chiede il rilascio di tutti i dissidenti

Si è appena concluso ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi uniti, l’ultimo fine-settimana della Formula 1.

Dando di sé l’immagine di un paese moderno e che attrae sempre più eventi prestigiosi (Abu Dhabi è addirittura candidata come capitale mondiale dello sport per il 2019 e si moltiplicano le sponsorizzazioni di team sportivi), le autorità degli Emirati cercano di celare una realtà terribile: partecipano alla Coalizione che dal marzo 2015 bombarda sistematicamente lo Yemen, gestiscono di fatto la sicurezza in quel paese e, all’interno, tappano la bocca a chiunque osi dissentire o denunciare le violazioni dei diritti umani.

L’ultimo caso risale a ieri: la condanna all’ergastolo di uno studente britannico, Matthew Hedges, che stava svolgendo un dottorato di ricerca negli Emirati, giudicato colpevole di “spionaggio”al termine di un’udienza lampo.

Dal 2011 gli Emirati arabi uniti hanno intrapreso una incessante campagna repressiva contro difensori dei diritti umani, giudici, avvocati, accademici, studenti e giornalisti per eliminare completamente il dissenso nel paese. Molte persone hanno subito arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture e processi irregolari. Come conseguenza, persone che hanno espresso opinioni critiche e dissidenti stanno scontando lunghe condanne unicamente per aver esercitato il loro diritto alla libertà d’espressione.

Amnesty International ha lanciato un appello a tutti coloro che saranno coinvolti nel week-end di Formula 1 affinché siano la voce di coloro che sono stati ridotti al silenzio e ne chiedano l’immediata scarcerazione.

Ecco le storie di alcuni dei prigionieri di coscienza di cui Amnesty International chiede il rilascio:

Ahmed Mansour (nella foto), noto difensore dei diritti umani, premio Martin Ennals per i difensori dei diritti umani nel 2015. Nel 2006 ha iniziato a denunciare le violazioni dei diritti umani e a chiedere pubblicamente il rispetto del diritto internazionale. Fino al giorno del suo arresto, il 20 marzo 2017, era l’ultimo difensore dei diritti umani ancora in grado di criticare le autorità. Il 29 maggio 2018 è stato condannato a 10 anni di carcere per “offesa allo status e al prestigio degli Emirati arabi uniti e dei suoi simboli” compresi i leader del paese, “pubblicazione di informazioni false allo scopo di danneggiare la reputazione degli Emirati arabi uniti all’estero” e “definizione degli Emirati arabi uniti come un paese privo di leggi”.

Mohammed al-Roken, a sua volta importante difensore dei diritti umani ed ex presidente dell’Associazione dei giuristi. Arrestato il 17 luglio 2012, un anno dopo è stato condannato a 10 anni di carcere al termine del processo clamorosamente iniquo contro 94 sostenitori delle riforme, noto come “il processo ai 94”.

Molti degli imputati di quest’ultimo processo hanno denunciato in aula di essere stati sottoposti a maltrattamenti e torture nel corso del periodo di detenzione preventiva, trascorso spesso senza contatti col mondo esterno in strutture detentive segrete gestite dai servizi di sicurezza.

Osama al-Najjar, arrestato il 17 marzo 2014 e condannato a tre anni di carcere per aver twittato al ministro dell’Interno esprimendo preoccupazione per i maltrattamenti subiti da suo padre in carcere. Avrebbe dovuto essere rilasciato nel marzo 2017 ma il pubblico ministero ha chiesto e ottenuto dalla Corte suprema il prolungamento della detenzione col pretesto che costituiva ancora una minaccia per il paese.

Il padre di Osama al-Najjar è l’insegnante di scienze Hussain Ali al-Najjar al-Hammadi. Arrestato il 16 luglio 2012, è stato condannato a 10 anni di carcere nel “processo ai 94” e ad altri 15 mesi in un ulteriore processo nei confronti di 20 cittadini egiziani e 10 emiratini.

Nasser bin Ghaith è stato condannato il 29 marzo 2017 a 10 anni di carcere per “aver postato informazioni false” sui leader degli Emirati arabi uniti e sulle loro politiche. Si era limitato ad affermare su Twitter di non aver ricevuto un processo equo nel 2011 nel cosiddetto “caso dei cinque”, che comprendeva anche Ahmed Mansour. Nasser bin Ghaith è stato giudicato colpevole anche di “comunicare e collaborare con esponenti dell’organizzazione fuorilegge al-Islah”, per aver incontrato persone ritenute affiliate a quel gruppo.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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