‘Inchiostro di reporter’ di Diego Cimara, viene pubblicato da Il Mondo Digitale Editore nel novembre 2010 (pag.365, euro diciannove).
Si tratta di un libro che è molte cose, alternando inquadrature, visioni e approcci.
Già il sottotitolo – 1960-2010 cinquant’anni di strategia della tensione – inquadra una delle nervature pulsanti della narrazione. Cimara ha assistito a decenni di evoluzioni storiche da un punto di vista che si può considerare ‘privilegiato’: ha osservato, registrato, fissato tra immagini e parole quanto gli accadeva attorno in un contesto professionale che si è inevitabilmente mescolato al suo privato.
Un libro intimo quanto pubblico, dove i fatti si mescolano a partire dalla vita privata dell’autore che ‘pesa’ esattamente come gli accadimenti che hanno segnato cinquant’anni di storia europea, cinquant’anni di giornalismo, cinquant’anni di in apparenza noti, oggi, ma che celano ancora sostanze meno diffuse, meno comprensibili, meno indagate.
Il lettore è catapultato sin dal Prologo, in un mondo che ne racchiude molti, in un incedere tra memorie, affetti, tragedie, storie e dinamiche della Storia. La scrittura è immediata, diretta, alterna registri e approcci, resoconta quanto dibatte, ricorda poi tratteggia quelli che per l’autore sono diventati insegnamenti, considerazioni più generali su questo vivere dai contorni sfocati, mutevole a seconda degli spazi, i tempi e momenti in cui accade.
Cimara si espone forse nel modo più intimo e intenso possibile, tra imperfezioni, cadute, drammi (personali quanto sociali). Le emozioni fanno capolino, le cronologie scandiscono, le esperienze dirette filtrano.
Pasolini dice che Cefis ha fondato la loggia P2 per poi passarla al duo Gelli-Ortolani, dopo lo scandalo dei petroli, tra il 1982 e il 1983. Troppi segreti incoffessabili per un poeta, non solo sul delitto Mattei ma anche delle stragi di Stato, di cui quel delitto è la prima pietra. Pasolini viene ucciso dai servizi segreti. Incoscientemente sta per dire una verità che nessuno vuole che venga a galla: e cioè che con l’uccisione di Mattei prende il via un’altra storia d’Italia, un intreccio perverso e di fatto eversivo che si trascina per decenni. Pasolini è stato ucciso perché intellettuale “scomodo”. Certo, e non solo per via delle sue critiche al sistema, bensì per le sue accuse. Fondate, precise, documentate da prove reali di cui viene in possesso.Come scrive sul Corriere della Sera un anno prima di morire, sa. I mandanti dell’omicidio politico se ne stanno molto in alto, e di essi parla Pasolini in Petrolio. Il poeta è barbaramente massacrato quella notte all’idroscalo di Ostia,con due auto gemelle per questo: perché sa la verità sulla morte di Enrico Mattei. Sa chi sono i mandanti di quello che si rivela abbattimento in volo: nell’aereo è stata inserita una bomba di150 grammi di tritolo, che si attiva durante la fase iniziale di atterraggio. L’aereo esplode in volo. Il testimone principale, il contadino Mario Ronchi, rilasciò alcune interviste agli organi di stampa e a noi della RAI (che ne censurò le affermazioni), ma in seguito ritrattò la sua testimonianza. Nel 1972 Pasolini scrive quello che è il “romanzo-denuncia delle stragi”: Petrolio, incompiuto e pubblicato postumo.
(pag.164)
La mattina di giovedì 9 marzo 1978, Aldo Moro riceve un’offerta da Giovanni Leone: sono pronto a lasciare fin da ora il Quirinale purché abbia la certezza che tu mi sostituirai. È un passaggio di consegne: Moro è il candidato dei cattocomunisti. Allo scadere dei 7 anni il primo cittadino della Repubblica sarà lui. Lo sanno tutti. Lo sanno anche le Brigate Rosse.Quanto più si sa, tanto più bisogna ancora imparare. Con il sapere cresce l’ignoranza del non sapere, o meglio la coscienza del non sapere tante cose che si dovrebbero conoscere. La provvisorietà è una condizione esclusiva dell’uomo del ventesimo secolo.
Venerdì 16 Marzo. Via Fani. 16 marzo ore 9,15 a Roma. All’incrocio di via Fani con via Stresa, l’auto del presidente della Dc Moro e l’auto della scorta sono prese d’assalto da un commando di terroristi, alcuni dei quali travestiti da aviatori. Le guardie del corpo cadono per una ottantina di proiettili sparati in meno di un minuto: 4 uomini restano uccisi all’istante, un quinto morirà tre ore dopo all’ospedale. Il leader politico,trascinato fuori dalla sua macchina,viene caricato su una 132 nera deiterroristi e portato via. Alle 10,10 arriva all’Ansa di Roma la prima telefonata delle Brigate rosse che rivendicano la paternità della strage e del rapimento: è l’inizio di una lunga serie di telefonate e messaggi dei rapitori fino al tragico epilogo.
Mi trovo per caso a Vigna Clara per una improbabile mostra su orologi antichi. Con me l’operatore Alessandro Bianchi con il quale stiamo decidendo a quale bar andare per trovare dei cornetti caldi. Dal baracchino che capta le onde delle forze dell’ordine, che ho sempre con me, sento prima una ambulanza in via Fani, poi una seconda, una terza. Dico alla troupe di correre come pazzi sul posto dove arriviamo e filmiamo per primi, praticamente non c’è nessuno, il defecatio mortis di quei poveri cadaveri ancora non coperti da lenzuola come poi farà vedere Frajese che arriverà con una macchina da ripresa elettronica, realizzando una differita, mentre noi siamo con la pellicola che ha i suoi tempi tecnici. Via Fani è il passaggio di una informazione da vecchia pellicola a nuova
elettronica. Nel mio pezzo per il tg delle 13 e 30 dico: “Via Mario Fani, angolo via Stresa. Qui, sotto un’insegna Snack Bar, in una strada medio-signorile che si affaccia ancora su accenni di campagna, è stato rapito alle 9,15 l’on. Aldo Moro.Il commando è composto da 12 terroristi tra cui una donna. L’autista e la scorta di Moro, in tutto 5 uomini, sono stati massacrati senza pietà, a raffiche di mitra. […]
(pag.194-195)
Al di là delle ricostruzioni storiche, il libro è corredato da oltre otto pagine di bibliografia ed è stato realizzato grazie alla collaborazione della cineteca, dell’archivio centrale RAI, delle teche RAI e di RAInet. Cimara non lascia nulla al caso.
Rivolgo all’autore alcune domande.
1.
Chi è oggi un reporter? Nei cinquant’anni che affronti nel tuo libro, è cambiato il lavoro del reporter? È cambiato il modo in cui viene considerato il mestiere?
È cambiato tutto dall’avvento del computer, soprattutto quello portatile che ti consente in qualsiasi momento di avere le agenzie sotto mano, skype e satellitari gps. Il lavoro ormai è facilissimo, per chi non è embedded, se ne sta in albergo e manda avanti i reporter di’immagine che sono quelli che rischiano davvero, evidentemente nel quadro dei vari conflitti. Se andiamo a vedere alcuni film, come l’anno vissuto pericolosamente o Salvador, quel tipo di inviato esiste ancora, è quello che, spacciandosi per turista, con microtelecamere, e amicizie all’interno dei vari servizi segreti, torna a fare del vero giornalismo alla Barzini, Ettore Mo, Marcello Alessandri o Tiziano Terzani. Oggi il vero reporter è un illustre sconosciuto al soldo delle major televisive, che ogni giorno riversano tramite l’evelina internazionale chilometri di immagini, che se ne va in giro con un zaino, alcune microtelecamere, tanta salute, coraggio, faccia tosta, conoscenza di dialetti arabi o indonesiani e vende a caro prezzo gli scoop che riesce a realizzare rimanendo sempre nell’ombra. Altri, spacciando come proprie, le sue immagini, mettendosi in vetrina negli stund up di veri e propri set dove sembra che si stia sparando, invece è tutta una farsa, diventeranno noti perché hanno le amicizie giuste per entrare nelle case di tutti noi con una vera truffa.
2.
Il prologo inizia con: “Se questo libro è troppo lungo, è perché non ho avuto il tempo di farlo breve”.
Poi, nel libro – che in chiusura definisci ‘confidenze’ – ti esprimi su diverse tematiche, accanto a fatti storici precisi e contestualizzati, alterni registrazioni del tuo vissuto ad annotazioni che hai maturato nel corso del tuo lavoro, di ciò che hai visto e vissuto. Ad esempio, sempre a proposito dello scrivere e del pubblicare: “Quello che non funziona più è il mito illuministico di scrivere per la società. L’Organizzazione ha cambiato le carte in tavola. Oggi scrivere per la società vuol dire far navigare la tua opera in un mare di merda, la quale rende tutto omogeneo. […] Allora non te la prendere se non pubblichi, se l’editore o la rivista ti dice che non sei in linea col programma, col mercato, con la moda, che il tuo linguaggio non è abbastanza distensivo e bastardo. Metti nel cassetto e non pensarci più.” Qual è stato il tuo approccio, dunque, rispetto a questo lavoro di scrittura e memorie, di recupero, registrazioni, dichiarazioni e annotazioni libere? Perché hai scelta questa modalità narrativa?
Perché quando non si ha niente non si ha niente da perdere e qualche sassolino dalle scarpe è giusto,rispetto a se stessi, toglierselo. Quello che racconto in Inchiostro di reporter è tutto accaduto, è tutto vero ed è il seguito del grande successo di Stragi di stato che dopo 6 anni di vendite non ha subito nessuna denuncia per diffamazione a mezzo stampa.
3.
Nel libro tratti da diverse angolazioni della c.d. figura dell’intellettuale. Alla luce delle tue esperienze personali e professionali, che succede oggi in Italia? Quale ruolo, quali competenze, mestieri e ascolti trovano (o possono trovare) gli intellettuali? Pensi ci siano altre dinamiche, fuori i confini italiani?
Non c’è stato scrittore prestigioso o modesto che non si sia fatto affascinare dall’esercizio dell’impegno letterario: genesi dell’intellettuale “di sinistra”. Stimolante per chi lo mostra; poco impegnativo, per chi lo usa, l’intellettuale, nel menù letterario, è fast-food perché la tristezza ce l’hanno messa i cioccolatini che offrono, a caso definizioni, massime e proverbi da Cicerone a Talleyrand, da Sant’ Agostino a George Bernard Shaw.
Ma gli intellettuali non sono mai riusciti a nascondere il pavoneggiamento semantico nell’intento di ostentare la patente di saggio, di psicologo del doposcuola, di filosofo da salotti mondani.
Io sono un intellettuale anticomunista pret-à-porter, i miei scritti, o le conferenze o i dibattiti sono destinati ai fans dell’effimero, in quel condominio dove coabitano senza litigare le cose, le persone, il costume.
Il mondo è diviso in due categorie: chi scrive e chi li legge. I primi scrivono cose ovvie pensando che siano ironiche saggezze, i secondi leggono ironiche saggezze pensando che siano ovvie. L’intellettuale dice spesso una mezza verità ma non coincide mai con la verità: o è una mezza verità, o è una verità e mezza.
È un vecchio artificio quello di spacciare il «potrebbe-essere-stato» dimostrabile per un «è stato» non trattabile in via sperimentale: così si finisce col chiamare «vita» ciò che vita non è, e «comunicazione» ciò che non è lingua. Bisogna leggere secondo le proprie inclinazioni, perché quando si legge per dovere non serve a niente perché è la cultura che ci fa crescere e l’esperienza ci fa saggi. Scrivere è come librarsi sopra l’abisso trattenuti soltanto dalla grammatica di un lavoro di cesello: temendo sempre che scappi la punta dello stile perché l’ideale in fatto di stile è non averlo. I mediocri non smettono di esserlo solo perché sanno scrivere. Scrivere una storia accaduta veramente, per chi lo sa fare, è spesso difficile. Il tentativo di definire l’indefinibile, di risalire all’origine porta alla constatazione che i cronisti si contraddicono: in questo si nasconde la loro saggezza nascosta nelle regioni dell’esperienza. I miei resoconti vanno letti mentalmente, non recitati ad alta voce: nascono nel silenzio, e non voglio che muoiano nel rumore. Il pensiero vola e le cose scritte se ne stanno a terra, volano basso. Ecco il dramma dello scrittore. Leggere ciò che si è vissuto ha sulla saggezza lo stesso effetto dei capitoli di storia. Immagini verbali rivelatrici del bisogno e della capacità di vestire l’esistenza, il vissuto, il quotidiano d’un manto di sogno. Per scrivere bene, bisogna essere molto cattivi. Bisogna smontare il mondo, per ricostruirlo pezzo per pezzo, con infinita pazienza. Il reporter, il cronista non vuole essere letto, ma imparato a memoria.
Ormai è come se ci si dovesse vergognare di essere pensatori. Scrivere per le news tv fa parte della cultura telegrafica del “pensiero corto”. Nella filosofia del pensiero corto, pensare è ritardare il rapporto con le cose. Il pensiero lungo è una somma di pensieri corti. “Nel mezzo dél cammin di nostra vita”, “Quel ramo del lago di Como”, “E la sventura rispose”, “Cantami o diva del pelide Achille” sono certamente pensieri concentrati. E la poesia sibilante e dentale di Eliot,“Steel, stone; steel, stone; steel stone...” vuol dire acciaio e pietra ma è anche il passo chiodato e cadenzato di un esercito in marcia, il più terrificante e il più lungo dei pensieri corti.
Ci ha spiegato Michaud: “ noi viviamo in un mondo sincopato, dove, aggiungiamo noi, la scrittura robotica che tanto concede alla punteggiatura, può essere anche profonda e intensa, icastica e acutissima dove il pensiero corto riesce ad avere un respiro lungo. E può risultare bello il mondo senza avvenire ma con mille futuri, un mondo esponenziale in un infinito di possibili dove si ricomincia sempre, ma senza il pesante masso di Sisifo. Il linguaggio è lo strumento che l’uomo usa più frequentemente: niente di strano, quindi, che il reporter diverta: se non altro perché mette alla berlina qualcosa di perfetto e di cui ci rincresce non poter fare a meno. Le figure e le maschere del pensiero corto sono il telefono portatile, l’sms, l’Ipod, il video clip, l’e-mail, il rap, gli slogan pubblicitari, il blob, la cartellonistica, lo zapping, i sondaggi, la tv digitale e interattiva, il chat telematico, gli spot, i frontespizi d’autore, le retrocopertine, l’incontro di due sguardi in una vetrina vegetale. Non è possibile descrivere il mondo sempre realmente perché il limite del linguaggio rappresenta anche il limite della percezione del mondo così come appare nel campo della coscienza. Il Pensiero corto economizza, non paga il biglietto della complessità, semplifica e imbroglia perché soddisfa l’avarizia del padre ma delude il desiderio del figlio. La fantasia inganna la realtà. Infatti il pensiero corto è la dissoluzione del pensiero sistematico, è il mondo a mille dimensioni”.
Se Karl Kraus avesse scritto il Capitale, lo avrebbe fatto in due capitoli. E l’illusione comunista non avrebbe avuto la durata di un secolo, sia pure breve.
Nel mondo del pensiero corto anche l’Apocalisse è corta. Leggendo i reporter si ha l’impressione che si conoscano tutti bene fra loro. Un inviato, per essere detto da uno, deve essere fecondato da molti.
Passa dalla muccapazza allo tsunami, dall’ Aids all’influenza aviaria, transitando per l’obesità dei bambini e per il terrorismo islamista, dalla siccità alla bomba atomica coreana... E sempre correndo da un’emozione a un’immagine, da un bacio di cioccolata a una catastrofe,dall’io minimo alla rivolta delle periferie, la vita diventa un viaggio velocissimo nella illogicità dell’ asprezza sonora,un pensoso galleggiare nel nulla. L’illusione è quella dei frattali, con il pensiero corto che riproduce intensamente ma minimamente quello lungo, come in un granello lavico c’è già intera la forma della rovina da cui si è staccato. E’ l’idea (ingenua?) che un gigante sia un nano moltiplicato per cinque, che un bonsai sia il riassunto.
Merce rara il sogno: se non in una serie d’esibizioni cinematografiche o televisive che ne fanno un grandguignolesco incubo al quale nessuno vuole indulgere. Non ci sono tracce allucinatorie, infatti, nell’interpretazione poetica dell’esistenza contenuta nelle massime. È come se il mondo della violenza, della sopraffazione e dell’orrore, vuoi quello reale che quello in versione fiction, sia, per quanto dura l’attimo di creatività, bandito dalla mente ed estromesso dal cuore.
4.
Nel corso della narrazione, non celi il tuo vissuto, ciò che ti accade anche dal punto di vista professionale. “Adesso gironzolo per i corridoi del TG1, disoccupato, con aria misteriosa”, scrivi iniziando l’anno 2006, ma anche, poco dopo: “Penso che se dovessi scegliere fra tradire il mio giornale e tradire un amico, tradirei subito il mio amico”.
La grande passione-ossessione per il tuo lavoro, mi sembra percorra tutto il libro, attraversando poi grandi delusioni e tradimenti. Cambieresti qualcosa, di ciò che hai fatto, delle scelte professionali che hai preso? Pensi non esistano compromessi che possono permettere alle passioni-ossessioni come la tua, di non finire risucchiate nel vortice?
Non esistono, e non devono esistere compromessi nella professione con la P maiuscola. Vengo dalla scuola di Aldo Salvo del 1965 che partorì Vespa, Frajese, Michelini, Angelini, Morace, Icardi, Ferretti e tanti altri che tanto hanno amato il loro mestiere per sacrificare la loro vita e la famiglia. Per più di 40 anni non ho fatto carriera, non avevo né voglia, né sensibilità, né tempo per frequentare i potenti, o le loro mogli, il giorno dopo che sono andato in pensione, sono stato riassunto, con un grado che non avrei mai sognato. Chissà quante pene dovevano espiare, loro che hanno i cadaveri negli armadi ed io non lo so.
5.
Scorrendo fatti, memorie e riflessioni, ho avuto l’impressione che tutto ciò che scrivi sia una sorta di ‘liberazione’, come se tu, rispetto a tutto questo, non avessi più nulla da perdere. Anche perché non mancano le frasi inequivocabili rispetto a precisi contesti che anche il lettore meno vicino al tuo lavoro e al tuo vissuto, può intuire (Un esempio tra i tantissimi, l’inizio del 2004: “Ogni volta che guardo il mio direttore mi convinco sempre più che Dio ha un ottimo senso dell’umorismo”.). È così?
Dopo ciò che hai messo in questo flusso narrativo, dove sta andando Diego Cimara?
Non è il riposo del guerriero,ma è la saggezza che il guerriero ha maturato per guardare con un occhio e vedere con l’altro. Il mio lavoro di consulente nel frontisterion Rai per il Parlamento richiede esperienza e pazienza,non ci si nasce…
Il saltimbanco ha posato il suo sguardo sulla pianura e il suo violino lungo il ponte della nebbia.
Nel 2014 Carlo D´Adamo pubblica un suo
brillantissimo studio sulle macchine parcheggiate ai lati della
strada in area dove si spara (Chi ha ammazzato l´agente Iozzino,
Pendragon Bologna 2014, lettura obbligatoria per chiunque voglia
davvero capire il caso Moro). La Mini Cooper verde col tettuccio nero
appartiene a Tullio Moscardi (1920 + 1997), ex ufficiale della decima
mas (nuotatori/paracadutisti) e di sottogruppi derivati come il Vega
e la banda Versino, specialista in azioni di sabotaggio del tipo stay
behind. Costui è amico fraterno del criminale di guerra suo
comandante N/P Buttazzoni, e lo aiuta nel dopoguerra a nascondersi a
Roma finché il Buttazzoni non viene amnistiato e ricomincia a far
danni co-fondando tra le altre belle imprese, l´MSI. Moscardi
domicilia a via Mario Fani 109 solo a cavallo della strage : vi entra
a settembre 1977 (cioè proprio quando inizia la fase operativa di
preparazione del sequestro Moro), ed a novembre ´79 è già fuori
non si sa da quando. L´appartamento (scala B, piano III, int. 18)
glielo ha dato in uso non si sa a che titolo, un suo amico Mario
Amodei (1928 + 2007), fratello del proprietario del Corriere dello
Sport Franco. E l´ambiente del CDS e del clan Amodei è da sempre
non solo laziale e arcifascista, ma pure vicinissimo alla decima mas
: in redazione avevano avuto Alberto Marchesi (decima, Battaglione
Barbarigo, Linea Gotica) e Luciano Oppo (figlio del noto artista di
regime del ventennio Cipriano Efisio), ex decima pure lui tanto per
cambiare, addestrato al sabotaggio stay behind a Campalto in Veneto.
Oppo era amico degli Amodei fin da prima che questi prendessero il
timone del CDS.
L´intestataria dell´appartamento del
Moscardi (conduttrice presso l´ENPAF proprietario dello stabile) era
però la compagna dell´Amodei, l´ebrea romena Vali Perlman
(1933-2025), vedova dell´ebreo italiano pilota civile Italo Billau,
perito nel disastro aereo di Monte Somma (1964). Il figlio di questi
ultimi due, Andrea Billau (1961-vivente), fa il giornalista
radicalchic a radio radicale. Da me contattato, mi rispose
algidamente che tutto quel che aveva da dire l´ha detto agli
escussori della Moro2 con la madre al tempo vivente. Bugia : la Moro2
non gli chiese la cosa principale : se cioè il B18 avesse o no posto
auto riservato in garage condominiale; e che tipo fosse l´Amodei,
che lavoro facesse, come avesse conosciuto il Moscardi, a quali
condizioni gli avesse ceduto la casa. Dopo lunghissime e
faticosissime insistenze, l´ex compagna del Billau, Mariagrazia De
Benedetti, che visse con lui al B18 dall´´85 al 2007, mi rispose
che l´appartamento NON aveva posto macchina riservato in garage.
Solo che lei non conosce la situazione al 16.3.78, che la Moro2
avrebbe dovuto appurare ed ha omesso di fare, contentandosi dei non
ricordo della Iannaccone vedova moscardi. Billau sa la risposta ma fa
la sfinge. Ma se anche la casa fosse stata sprovvista di posto auto,
questo non scagionerebbe il Moscardi (e possibilmente l´Amodei) dal
sospetto di complicità nella strage : non solo per il suo passato in
decima ; non solo perché fu al 109 solo a cavallo ; non solo perché
specialista in sabotaggio ; non solo perché, stando al grassi però
inverificabile, il moscardi entrò ufficialmente in sismi
nell´autunno ´78 (il che implica contatti ben precedenti, dato che
il sismi non t´assumeva certo su due piedi) ; non solo perché la
Moro2 non chiese alla sua vedova Iannaccone Maria perché mai
avessero lasciato splendida location in via del Corso per l´alveare
incasinato del 109 ; non solo perché uno dei due indirizzi del Corso
nella disponibilità del moscardi aveva ospitato la sede di Nuova
Repubblica del golpista atlantista Pacciardi ; non solo perché,
teste Iannaccone, il sostituto di regime Infelisi si recava diverse
volte al B18 durante i 55 non si sa bene perché (e la Moro2 more suo
solito, si guarda bene dal chiederglielo) ; ma anche e soprattutto
perché la sua Mini Cooper assolve a funzione strategica durante
l´agguato : in congiunzione con la 127 rossa dei servizi che
parcheggia di fronte ad essa contromano, la Cooper serve a nascondere
2 killer professionisti mai identificati attestati dal Marini che
sbucano a massacrare a raffiche Iozzino.
Dall´altro lato abbiamo l´Austin
Morris modello Mini Clubman Estate nuova di zecca di Patrizio Bonanni
(Panicale, PG 1946 - non so se vivente), che la parcheggia la sera
prima della strage al posto frequentemente occupato dal fioraio cui
Seghetti e Fiore bucano le gomme proprio quella sera. Stando a
testimonianza resami da Veronika Korosec che lo conobbe assai bene,
il Bonanni era "fascistoide" a detta di suo suocero
Leopoldo Savona, comunista berlingueriano. Il Bonanni parcheggia
l´Austin come si dice a Roma, a k di cane : la parte anteriore dista
mezzo metro dal ciglio, la posteriore circa 1 metro. Errore o
volutamente ? Lo sportello di Leonardi ci sbatterà contro quando
l´eroico Maresciallo tenterà la sua ultima disperata reazione
uscendo dalla 130. Ed anche per un´eventuale fuga a destra di Ricci
quella macchina ostacolava non poco in congiunzione con la CD. Al
solito, la Moro2 copre il Bonanni non chiedendogli l´unica cosa che
doveva chiedergli : se cioè l´appartamento di cui disponeva al 109
e dove dormì quella notte, avesse o no posto macchina in garage
condominiale. E non ci fanno sapere nemmeno l´interno di detto
immobile, sicché sappiamo solo che era al primo piano a destra
(quindi scala A) sempre se il Bonanni almeno su questo disse la
verità. Per cui non ho potuto verificare di persona se avesse o no
garage.
Ma non basta : a giugno 2022, scoprii
che il padre del patrizio, Lanfranco Bonanni (1923 + non so quando),
costruttore del 109, era stato durante la guerra prima infiltrato
badogliano nella Resistenza umbra e toscana, macchiandosi di crimini
efferati per gettare discredito sulla componente comunista ; e poi
dal ´44 in poi, agente stay behind per il servizio segreto militare
dello stato maggiore dell´VIII armata britannica invadente l´Italia.
Perfino la cugina del patrizio, Lina Procopio moglie di suo cugino
Maurizio Bonanni e residente al 109, aveva il posto macchina : e lui,
figlio del boss costruttore, non lo aveva ?
Sciascia scrisse famosamente che non si
può sfidare il calcolo delle probabilità : e qui nemmeno le
combinate abilità matematiche di un Gödel e di un Poincaré
riuscirebbero a calcolare la probabilità infinitesima, che su 3 sole
macchine nella striscia dell´agguato, i 3 intestatari siano tutti
legati ai servizi : giacché il Patrizio come scoprì D´Adamo, aveva
intestato l´Austin alla sua società Poggio delle Rose, affidata in
amministrazione alla Fidrev notoria ditta di finto auditing
compiacente per le società ombra dei servizi fin dal 1941.
18.3.2026
La
terza macchina è la 127 rossa contromano di fronte alla Cooper, la
cui targa compare solo in filmato scoperto da cara fonte
confidenziale 6 o 7 anni fa grazie anche alla collaborazione di
tecnico RAI, filmato di TG2 Studio Aperto del 18.3.78 ore 19,45.
La lettura RomaP45..6 è
certa, grazie alla rielaborazione grafica del frame 84 da parte del
tecnico. Penultima e terzultima cifra sono di incerta lettura, ma
penso di averle scoperte con certezza manipolando i parametri di
microsoft designer, incrociati con i dati visurali in mio possesso
procuratimi dalla fonte confidenziale col supporto finanziario di
altri :
Step 1 : ritaglio il
dettaglio della targa dal frame 84 enhanced.
Step 2 : apro il frame in
designer che ingrandisce : già qui, il 5 come terzultima appare
certo : si scorge occhiello inferiore, con netta discontinuità di
pixelatura a sinistra sopra il riccio : dunque non è occhiello di 6,
né di 8. E nemmeno di 3, perché si vede nettamente angolo retto
formato dalle due stanghette della metà superiore del 5, angolo che
sta a sinistra in alto. Nessun dubbio : la terzultima è 5.
Step 3 : gioco un pochino
di contrasto luminoso, ed ottengo conferma dei risultati ottici di
step 2 : terzultima = 5, ergo la targa è fin qui, Roma P455X6.
Step 4 : giacché la
penultima è troppo deformata dalla sfocatura per risultare
leggibile, incrocio 455X6 coi dati visurali gentilmente fornitimi
dalla fonte supra che gradisce anonimato : X non è 1 perché con 1
nelle visure non era una 127 ; per lo stesso motivo, non è
2,3,4,5,8. Mancano le visure con 6, 9 e 0 : allora torno a designer :
Step 5 : X non è 6,
perché si scorge nettamente stanghetta superiore orizzontale
orientata in senso inverso alla curva superiore del 6 che le sta a
destra ; non è 9, perché manca occhiello superiore, e si scorge
nettamente discontinuità di pixel sotto la stanghetta superiore ;
infine, X non può essere = 0, perché non si scorge alcuna rotondità
della figura.
Tutto questo essendo
certezza visiva assoluta, resta solo il 7 come possibilità
matematica : ergo la penultima è 7 e la targa è :
Roma P 45576 - cioè
quella in bianco al PRA, come diverse targhe delle autorità, servizi
compresi, vedi sul web lo studio della fonte + collaboratori.
Penso che questa sia la
parola definitiva sulla targa della 127 rossa.
E le conseguenze sono
enormi.
La
digos ha dunque mentito alla commissione antimafia nel 2022,
inventando di sana pianta il depistaggio conclamato che la 127 rossa
apparteneva a tale presunto "Sergio Lionelli", naturalmente
nel frattempo deceduto : niente generalità del Lionelli, niente
targa della rossa, nulla di nulla di verificabile : eppure l´emerito
dott. Salvini Guido, estensore della relazione sul caso Moro per
l´antimafia, se l´è bevuta come acqua fresca semza uno straccio di
fact-checking ! Ripeto :
Relazione Antimafia,
estensore Dott. Guido Salvini 2022 : pagina 7 scan : " (101) Si
ricordi che la Fiat 127 rossa, che è ben visibile in molte
fotografie, ma di cui ancora ignoto sino ad oggi il proprietario,
probabilmente non era parcheggiata in quel punto al momento
dell’agguato. Può essere comunque utilizzata quale riferimento sul
piano spaziale. Si vedano gli accertamenti richiesti da questa
Commissione cui ha dato risposta la DIGOS di Roma con annotazione in
data 11 marzo 2022. La DIGOS, dopo ricerche approfondite, ha
accertato che la Fiat 127 rossa, visibile nelle fotografie subito
scattate in via Fani, apparteneva a Sergio Lionelli, in seguito
deceduto e già abitante nei pressi di via Fani; l’automobile era
stata da questi parcheggiata dinanzi al bar Olivetti immediatamente
dopo la fine della sparatoria. È singolare però che tale vettura
non sia stata rilevata nei rapporti di Polizia, il nome del suo
proprietario non sia stato nemmeno annotato e che questi non sia
stato mai ascoltato. " :
e la targa ? Senza targa
verificabile, perché dovremmo crederci ? Come hanno fatto a leggere
la targa con certezza ? E se "Lionelli" è morto, chi ha
detto loro che aveva parcheggiato dopo e non prima ? Anche ammesso ad
esempio, che la targa sia secretata per privacy degli eredi o che so
io, benissimo, ma ripeto : non essendo la risposta DIGOS
verificabile, perché dovremmo crederci ? Ogni ricercatore degno di
questo nome non può ritenersi soddisfatto di una risposta del
genere, perché la storiografia è scienza, non teologia dogmatica o
catechismo. Qui siamo a livello di ipse dixit, di state contenti
umana gente al quia.
Ma ora la targa completa
l´abbiamo : Roma P45576 - e NON è intestata a nessun fantomatico
Lionelli Sergio, ammesso e non concesso che costui sia mai esistito.
È intestata a deviatissime autorità perché il suo foglio PRA è in
bianco.
Non starò a perder tempo
a chiedere che i funzionari Digos firmatari del falso accertamento
siano radiati dalla polizia e condannati a lunghe pene detentive per
falso ideologico aggravato, falso in atto pubblico aggravato,
depistaggio aggravato.
Non perderò tempo a
pregare il dott. Salvini di andarsene a coltivare le rose invece di
spammare puttanate depistanti non verificate sulle relazioni
parlamentari - idem per i commissari dell´antimafia.
Tanto questo governicchio
di criminali fascisti e questa falsa opposizione e questa procura di
Roma alias porto delle nebbie tutti al soldo di Wall Street, non
agirebbero in tal senso.
Ma nemmeno seguirò la
prudenza cinica di Andrea il portiere di Massimi 47 ( "i
rapporti di forza non sono cambiati da allora, in Italia comandano
gli americani, dunque a che pro la lotta coi mulini a vento ?").
Eccovi la verità,
condividetela : l´unico motivo anzi movente logico di 47 anni di
tombamento e depistaggio sulla 127 rossa non può che essere il
seguente : che quella vettura stava lì già durante l´agguato e
quindi prima (dico quindi perché nessun oculare l´attesta piombata
lì sparatoria durante ) ; e stava lì per complice funzione,
logistica nel nascondere inizialmente i due superkiller visti da
Marini sbucare in mezzo a Cooper e rossa, e comprovati dalle nuvole
di bossoli B e K ibidem ; e con tutta probabilità e logica evidenza,
fu lì condotta dai due superkiller stessi dei servizi deviati o
affini, che poi si eclissarono a bordo della moto Honda come suppone
Marini, perché non potevano compromettere la 127 rossa col convoglio
della fuga visto da molti.
Il 16 marzo 1978 alle 9,23 è Squalo4
della Squadra Mobile a trovare la 132 dei terroristi che pochi minuti
prima aveva parcheggiato a via Licinio Calvo altezza civico 1 angolo
via Lucilio alla Balduina.
Il brogliaccio della Sala Operativa
della Questura è inequivocabile su questo.
I poliziotti avvertono la Digos del
ritrovamento, e verso le 10 sopraggiungono i suoi funzionari Mario
Fabbri e Vittorio Faranda. I quali nella relazione cancellano S4
attribuendo fraudolentemente a sé stessi il ritrovamento, e mentono
inoltre su diversi altri aspetti :
1. spostano di 180 gradi il sito del
ritrovamento da Calvo & Lucilio al termine opposto, Calvo &
Festo Avieno
2. spostano l´ora del ritrovamento
ufficiale alle 10 cancellando le 9,23 di S4
3. spostano in avanti l´ora
dell´abbandono della vettura da parte dei terroristi alle 9,30-9,40,
adducendo inverificabili anonimi "sommari accertamenti esperiti
in loco" : questa è menzogna comprovata perché Fabbri e
Faranda cioè la Digos erano stati avvisati da S4 del ritovamento
vero, quindi sapevano benissimo che questo era occorso ben prima
delle 9,30-9,40. Ergo mentono pure sul punto 2 : ora del ritrovamento
ufficiale della 132. Come non pensare che mentano pure sul punto 1 ?
4. Poi citano ancora anonime
inverificabili "varie testimonianze" sui 2 o 3 terroristi
scesi dalla vettura tra cui donna con pistola nella cintola dei
pantaloni ; nessun teste verbalizzato menziona tale particolare.
Alla sbarra di De Bustis, l´oculare De
Luca vede una sola donna però in gonna non pantaloni, e la
riconoscerà nel racconto fatto alla figlia Sabrina e riferitomi da
quest´ultima, nella Balzerani.
La teste Perugini del banco di frutta
in cima alle scalette dirà che la donna era bionda, compatibilmente
coi capelli castano chiaro della brigatista.
Solo che per la De Luca, la donna della
sbarra risale sulla 128 bianca non sulla 132. Ma la Balzerani
racconta in Compagna luna di aver visto Moro per l´ultima volta al
trasbordo nel pulmino, quindi a piazza Madonna del Cenacolo : è
probabile dunque, che Moro almeno dalla sbarra in poi fosse nella
bianca con lei. Sabrina Angelini mi riferì de relato dalla fu madre,
che quest´ultima le aveva parlato di un chino sul sedile posteriore
della 128 bianca.
Posso pertanto ipotizzare fondatamente,
che la 132 guidata dal Gallinari almeno dalla sbarra in poi, dopo la
sosta Bitossi abbia proseguito per Bernardini (questo è certo teste
Stocco), poi Biasucci e Ambrosio al cui angolo con via della Balduina
potrebbe aver raccattato la Balzerani ed il terzo terrorista
provenienti dalla vicinissima piazza Madonna.
Certo non si può probatoriamente
escludere una seconda donna nel commando : Peci de relato ed altri
pentiti dicono la Faranda a Fani : costei era mora ma poteva
teoricamente portare parrucca bionda.
In effetti è difficile pensare che i
terroristi rinunciassero alla Faranda il 16 marzo, giacché lei era
l´unica a conoscere a menadito la Balduina essendovi cresciuta fin
dall´adolescenza.
Tuttavia non abbiamo nessun riscontro
testimoniale diretto di una seconda donna a Fani, Algranati a parte
che era sì bionda ossigenata ma lasciò Fani da sola in motorino
dopo aver segnalato l´arrivo del convoglio.
Abbiamo poi l´oculare Guglielmo che
deduce donna il passeggero della moto per via di codino.
E la teste De Andreis che cita donna
con occhiali a farfalla nella CD prima dell´agguato.
La quaestio permane vexata qui sul
punto.
Ma torniamo alla relazione
Fabbri-Faranda.
L´ultimo depistaggio del duo sulla 132
lo rileva indirettamente il poliziotto Abbondandolo del commissariato
Monte Mario nella sua relazione :
" In via Licinio Calvo da
teste identificato da personale
della DIGOS è stato appreso che
la Fiat 132, proveniente da via Lu-
cilio con direzione via Cecilio
Stazio, giunta in via Licinio Calvo
era stata ivi posteggiata da due
uomini ed una donna " :
ancora una volta, presunto teste
anonimo inverificabile. La Perugini si dirà certa che la vettura
provenisse invece da Calvo, come logico dopo la sosta a Bitossi
testimoniata dalla Stocco.
Soltanto in successiva deposizione del
1979 Fabbri e Faranda correggeranno il luogo (solo il luogo, non il
tempo e tutto il resto) del ritrovamento :
Nello stesso contesto documentale,
Abbondandolo negherà di aver sentito la balla di Lucilio
direttamente da un qualche teste : ed infatti come sappiamo, la sua
fonte depistante era la Digos.
Che Fabbri & Faranda avessero il
vizio del depistaggio lo conferma la loro incriminazione a Perugia
nel processo Pecorelli per false dichiarazioni sui loro rapporti con
Abbruciati e la Magliana, rapporti che di fronte alla Moro2 Fabbri
minimizzerà e sanificherà senza negarli del tutto - questo risale a
periodo in cui Fabbri era passato al Sisde e Faranda ne era
collaboratore esterno :
13.7.96 : Faranda Fabbri e Paoletti
incriminati a Perugia nel processo Pecorelli per false dichiarazioni
sui loro rapporti con Abbruciati e la Magliana
Quindi se alla fine dell´iter
processuale non furono sbattuti in galera non eleimina la grave ombra
di sospetto.
L´ex poliziotto Nervalli
racconterà a collaboratori della Moro2 di essersi trovato
"casualmente" a Fani subito dopo l´agguato insieme guarda
caso a Vittorio Faranda, su due macchine di cui una 127 - nessuno
glene chiede il colore ovviamente :
Non sorprende infine pertanto, la
provenienza politica del Fabbri : era stato neofascista del gruppo
universitario Caravella coi terroristi neri Stefano delle Chiaie e
Tilgher negli anni ´60 :
" Si disse che a bordo vi fosse
anche Mario Fabbri ex iscritto alla Caravella poi arruolatosi in
polizia. Fabbri grazie alla sua precedente militanza, era in grado di
riconoscermi. ").
Perché Fabbri & Faranda
depistarono su Calvo ? Se infatti Fabbri : sposta in avanti le
lancette del´abbandono della vettura alle 9,30-9,40 ; sposta di 180
gradi il luogo del ritrovamento ponendolo inizialmente a Calvo_Festo
Avieno, egli strappa la palma del ritrovamento a S4 non tanto e non
solo per plagio, ma soprattutto perché ammettere la verità, cioè
che la 132 giunge a Calvo entro le 9,15 (infatti S4 da
Trionfale_Prisciano vede i 3 corsi giù dalle scalette entro
quell´ora), significherebbe ammettere che la 132 non ha portato Moro
al trasbordo a Madonna perché non ne avrebbe avuto il tempo.
Id est : Moro almeno dalla sbarra in
poi non era, non poteva essere nella 132. Possiamo discutere della
vettura del caricamento di Moro a Fani giacché metà dei testi dice
grande scura e l´altra metà 128 bianca e non abbiamo dari
dirimenti. Ma dalla sbarra in poi, la logica a mio avviso è
probatoria : Moro non è o non è più nella 132 altrimenti non si
spiega ulteriore sosta Stocco a Bitossi e non si spiega come detto,
l´arrivo a Calvo_Lucilio prima delle 9,15.
Invece la 132 doveva passare
ufficialmente per sola ed unica macchina del rapimento fino al
furgone.
Ricordo ancora la mia scoperta della
Sabrina Angelini fu Anna De Luca in Angelini : la madre le raccontò
vita natural durante di aver visto un chino sul sedile posteriore
della 128 bianca ferma alla sbarra.