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di BarbaraGozzi (sito) mercoledì 8 giugno 2011 - 0 commento oknotizie
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Di ’Inchiostro di reporter’ e del suo autore: intervista a Diego Cimara

‘Inchiostro di reporter’ di Diego Cimara, viene pubblicato da Il Mondo Digitale Editore nel novembre 2010 (pag.365, euro diciannove).
 
Si tratta di un libro che è molte cose, alternando inquadrature, visioni e approcci.
 
Già il sottotitolo – 1960-2010 cinquant’anni di strategia della tensione – inquadra una delle nervature pulsanti della narrazione. Cimara ha assistito a decenni di evoluzioni storiche da un punto di vista che si può considerare ‘privilegiato’: ha osservato, registrato, fissato tra immagini e parole quanto gli accadeva attorno in un contesto professionale che si è inevitabilmente mescolato al suo privato.
 
Un libro intimo quanto pubblico, dove i fatti si mescolano a partire dalla vita privata dell’autore che ‘pesa’ esattamente come gli accadimenti che hanno segnato cinquant’anni di storia europea, cinquant’anni di giornalismo, cinquant’anni di in apparenza noti, oggi, ma che celano ancora sostanze meno diffuse, meno comprensibili, meno indagate.
 
Il lettore è catapultato sin dal Prologo, in un mondo che ne racchiude molti, in un incedere tra memorie, affetti, tragedie, storie e dinamiche della Storia. La scrittura è immediata, diretta, alterna registri e approcci, resoconta quanto dibatte, ricorda poi tratteggia quelli che per l’autore sono diventati insegnamenti, considerazioni più generali su questo vivere dai contorni sfocati, mutevole a seconda degli spazi, i tempi e momenti in cui accade.
 
Cimara si espone forse nel modo più intimo e intenso possibile, tra imperfezioni, cadute, drammi (personali quanto sociali). Le emozioni fanno capolino, le cronologie scandiscono, le esperienze dirette filtrano.
 
Pasolini dice che Cefis ha fondato la loggia P2 per poi passarla al duo Gelli-Ortolani, dopo lo scandalo dei petroli, tra il 1982 e il 1983. Troppi segreti incoffessabili per un poeta, non solo sul delitto Mattei ma anche delle stragi di Stato, di cui quel delitto è la prima pietra. Pasolini viene ucciso dai servizi segreti. Incoscientemente sta per dire una verità che nessuno vuole che venga a galla: e cioè che con l’uccisione di Mattei prende il via un’altra storia d’Italia, un intreccio perverso e di fatto eversivo che si trascina per decenni. Pasolini è stato ucciso perché intellettuale “scomodo”. Certo, e non solo per via delle sue critiche al sistema, bensì per le sue accuse. Fondate, precise, documentate da prove reali di cui viene in possesso.Come scrive sul Corriere della Sera un anno prima di morire, sa. I mandanti dell’omicidio politico se ne stanno molto in alto, e di essi parla Pasolini in Petrolio. Il poeta è barbaramente massacrato quella notte all’idroscalo di Ostia,con due auto gemelle per questo: perché sa la verità sulla morte di Enrico Mattei. Sa chi sono i mandanti di quello che si rivela abbattimento in volo: nell’aereo è stata inserita una bomba di150 grammi di tritolo, che si attiva durante la fase iniziale di atterraggio. L’aereo esplode in volo. Il testimone principale, il contadino Mario Ronchi, rilasciò alcune interviste agli organi di stampa e a noi della RAI (che ne censurò le affermazioni), ma in seguito ritrattò la sua testimonianza. Nel 1972 Pasolini scrive quello che è il “romanzo-denuncia delle stragi”: Petrolio, incompiuto e pubblicato postumo.

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