Lo stile non è altro che l’ordine e il movimento che si mette nei propri pensieri
L’evento promosso dall’Arciconfraternita dei Pellegrini e dal Pio Monte della Misericordia, prodotto dalla Fondazione Il Canto di Virgilio – unisce tradizione, dialogo interreligioso e valore educativo.
Sul palco quattro orchestre giovanili, poi tutti insieme nell’Intermezzo di Mascagni diretto dal M° Gennaro Cappabianca. Conducono la serata Gennaro Monti.
Torna “A Napoli la musica cambia”, il grande appuntamento che trasforma il tempio dell’opera lirica in un laboratorio di comunità, speranza e futuro.
Mercoledì 17 giugno alle ore 18:00, il Massimo napoletano si appresta a vivere una delle sue giornate più simboliche e corali. Protagonisti assoluti saranno 150 giovani musicisti provenienti da diverse realtà del territorio, riuniti nell’ambito del Premio Internazionale “Pellegrini di Pace”, iniziativa promossa dall’Arciconfraternita dei Pellegrini e dal Pio Monte della Misericordia e prodotta dalla Fondazione Il Canto di Virgilio.
Un titolo, quello del Premio, che non è solo una dichiarazione d’intenti: in una città come Napoli, crocevia di culture e fedi, parlare di pace attraverso la musica significa offrire un linguaggio capace di superare ogni barriera.
Dopo le passate tre edizioni che avevano coinvolto oltre seicento giovani, il progetto rinnova la sua vocazione educativa e sociale. La pratica orchestrale diventa esperienza di bellezza condivisa, capace di unire quartieri difficili e scuole, tradizioni colte e saperi popolari.
“Non è solo un concerto”, spiegano gli organizzatori, “ma un gesto culturale e civile: un invito ad ascoltarsi e a costruire armonia”.
Sul palcoscenico si alterneranno quattro ensemble, ciascuno con un programma di circa venti minuti, in un itinerario che attraversa epoche e stili:
Orchestra a Plettro della Penisola Sorrentina (diretta da Michele De Martino): dal Concerto Brandeburghese n. 3 di Bach alla contemporanea Viaticum di Salvatore Della Vecchia, passando per la suggestione giapponese di Yasuo Kuwahara.
Ensemble ChamberCelli (a cura di Aurelio Bertucci): il calore dei violoncelli in un repertorio che spazia dal Te Deum di Charpentier all’Ave Maria di Caccini, dalla Pavane di Fauré all’Allegretto della Settima Sinfonia di Beethoven.
Duæ Siciliæ Sax Ensemble (diretto da Gianfranco Brundo e Giuseppe Galiano): la versatilità del sassofono nella Danse Macabre di Saint-Saëns e nel trascinante Danzón n. 2 di Arturo Márquez.
Piccola Orchestra di Forcella (diretta da Paolo Acunzo): un viaggio tra le pagine più celebri del repertorio europeo – Carmen di Bizet, Peer Gynt di Grieg, la Sinfonia Dal Nuovo Mondo di Dvořák, i valzer di Strauss e l’inaugurale Also sprach Zarathustra di Richard Strauss.
Il momento più atteso sarà l’epilogo: tutti i 150 giovani musicisti si riuniranno in un’unica grande orchestra affidata alla bacchetta del M° Gennaro Cappabianca, coordinatore musicale del progetto. A suggellare la serata sarà l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni, una delle pagine più amate e struggenti dell’opera italiana, scelta come simbolo di un’armonia possibile.
A condurre la serata sarà Gennaro Monti, attore, cantante, autore e regista teatrale napoletano. Noto per le sue collaborazioni con artisti del calibro di Marisa Laurito, Peppe Barra e Lina Sastri, vanta una formazione multidisciplinare e una solida carriera nello spettacolo.
L’evento è aperto al pubblico e rientra nel cartellone del Teatro di San Carlo. Un’occasione unica per vedere il Massimo napoletano animato da centocinquanta ragazzi che, con i loro archi, plettri, sax e ottoni, dimostrano che – come recita il titolo – a Napoli la musica cambia davvero. E lo fa restando fedele alla propria vocazione più antica: essere arte, incontro, riscatto e, soprattutto, preghiera laica di pace.
Comunicato Stampa: Ufficio stampa Fondazione Il Canto di Virgilio
3395840777 – [email protected]

Non è facile crescere bambini sani e consapevoli, futuri adulti di un domani, che per molti versi fa paura. Tuttavia esistono metodi e regole d’oro per costruire un futuro migliore.
Il mestiere dei genitori è difficile. Si inizia insegnando a parlare e a camminare, poi la fatica aumenta, con le domande e le curiosità. Qui entrano in gioco, abilità come la sensibilità, tutto il bagaglio di saggezza accumulati, le esperienze, l’apertura mentale. Un bambino diventerà un uomo o una donna di domani. Muoverà i suoi passi nel mondo, lavorerà, lotterà per i propri diritti e per un mondo più giusto. Vista da quest’angolazione, la faccenda diventa più complicata. Ma non scoraggiamoci.
Oltre tutte le soft skills, è importante rispettare la personalità di un bambino, i suoi spazi, capire cosa vuole e cosa sente. Insomma, è necessario cercare di rispettare tutto l’universo del bambino. Altra impresa ardua è quella di fare i conti con le punizioni, con le regole, i premi, la libertà.
Cosa ci dice la scienza, riguardo all’educazione dei figli? Una recente ricerca pone l’accento sul ridere e divertirsi insieme. Ritagliarsi momenti di gioco e di gioia è utile al cervello e al sistema immunitario. Inoltre, rafforza il legame genitori-figli e migliora l’apprendimento.
Ridere contrasta l’ansia e la tensione, mette in circolo il cortisolo, la dopamina, la serotonina, insomma fa bene!
Come spiega Jacqueline Harding, esperta della Middlesex University di Londra e autrice del libro The Brain That Loves To Laugh, le risate sono un ingrediente fondamentale per garantire una crescita sana ai bambini.
Inoltre, ridere influenza il battito cardiaco, la respirazione e persino la produzione di anticorpi, con ottimi effetti sul sistema immunitario e memoria. Con la risata si creano nuovi spazi e connessioni.
Il potere della risata
Quando un bambino ride con i propri genitori instaura una potente relazione emotiva. Inoltre, ridere serve a sviluppare intelligenza emotiva e socialità.
Anche la scuola ha un ruolo fondamentale nella costruzione di un adulto di domani. Harding, sostiene che la risata dovrebbe essere introdotta anche a scuola. L’ umorismo aiuta a ridurre il carico cognitivo, rendendo concetti complessi più semplici da ricordare.
Secondo Harding ridere è un complesso fenomeno biologico che, pur precedendo lo sviluppo neurologico del linguaggio, coinvolge diverse aree cerebrali.
Ogni bambino ha bisogno di approvazione e lodi ma anche di regole e limiti. Senza regole si rischia grosso. La vita là fuori non è semplice, ed è fatta di socialità e regole, che il bambino deve imparare già tra le mura domestiche.
Quali sono le regole d’ora genitori figli?
1. Clima sereno in casa: Un’atmosfera tesa, nervosismi continui, litigi non aiutano a crescere bene. Può accadere, ma non deve essere la regola.
2. Dialogo e confronto: Ritagliarsi momenti di dialogo e confronto su diversi temi è importante. Un figlio saprà di poter contare sul genitore, che può chiedere, confidarsi.
3. Gestire con equilibrio premi e punizioni: Divieti e rimproveri vanno ben dosati, non bisogna essere eccessivi, ma nemmeno farla passare liscia, se il bambino sbaglia.
4. Troppe regole fanno male: Regole zero non va bene, ma nemmeno troppe. I bambini devono avere occasioni per potersi esprimere e un certo grado di libertà. I confini non devono essere né troppo larghi né troppo stretti.
Essere bravi genitori è una sfida che richiede amore, pazienza e impegno costante. Innanzitutto, è fondamentale ascoltare i propri figli, rispettando le loro emozioni e opinioni. Creare un ambiente familiare basato sulla fiducia e sul dialogo aperto aiuta a sviluppare un legame solido. Inoltre, stabilire regole chiare e coerenti è importante per fornire sicurezza e una guida chiara nel percorso di crescita. I genitori dovrebbero anche mostrare un buon esempio, insegnando con il proprio comportamento valori come il rispetto, la responsabilità e l’onestà. Infine, dedicare tempo di qualità ai propri figli, condividendo momenti di gioco e apprendimento, contribuisce a rafforzare la relazione e a sostenerli nel loro sviluppo emotivo e sociale. Essere bravi genitori significa quindi accompagnare i figli con amore e attenzione, aiutandoli a diventare persone equilibrate e felici.
Lezioni dall’estero
Nelle scuole finlandesi si impara anche a riconoscere le fake news; il modello di scuola si basa sul concetto di formare cittadini più consapevoli, capaci di riconoscere la cattiva informazione, la quale fa molti più danni di quanto si possa immaginare.
l professor Kari Kivinen, preside del college statale di Helsinki, in un’intervista sul quotidiano inglese “The Guardian” ha spiegato come il sistema educativo del suo paese si sia adattato alla necessità di offrire agli studenti una formazione specifica sulla disinformazione e sull’importanza di verificare sempre i dati, risalendo alla fonte e riuscendo da soli a valutare se è o meno affidabile.
Da Fiorella Mannoia a Piero Pelù, da Carolina Crescentini a Lino Guanciale, artisti, attori, musicisti, scrittori, registi si schierano accanto alla Fondazione Una nessuna centomila contro il ddl Valditara sull’educazione sessuo affettiva.
Ieri abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere: l’educazione sessuo-affettiva. In Europa, l’Italia resta tra i pochi Paesi a non prevedere un percorso strutturato in questo ambito.
Dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) all’UNESCO, in collaborazione con le altre agenzie delle Nazioni Unite, fino alla Convenzione di Istanbul, i richiami e le linee guida parlano chiaro: la Comprehensive Sexuality Education mira a fornire a bambine, bambini e giovani conoscenze, abilità, atteggiamenti e valori che consentano loro di realizzare la propria salute, il proprio benessere e la propria dignità; sviluppare relazioni sociali e sessuali rispettose; comprendere come le proprie scelte influenzino il proprio benessere e quello degli altri; conoscere e proteggere i propri diritti per tutta la vita.
È un diritto, non una questione ideologica. Significa offrire alle ragazze e ai ragazzi, fin dall’infanzia e in modo adeguato all’età, strumenti per comprendere sé stessi, rispettare gli altri e prevenire la violenza.
Le famiglie siamo anche noi, e chiediamo di essere accompagnati in questo percorso. Ragazzi e ragazze hanno bisogno di confrontarsi con figure competenti, capaci di ascoltare ciò che spesso non riescono a condividere con i genitori. Per ragioni che conosciamo bene: imbarazzo, vergogna, paura.
Nel frattempo, sono cambiati i rapporti, le relazioni e le modalità di crescita. I genitori non sono nativi digitali e faticano a comprendere pienamente il disagio che può nascere dalla dimensione online. Senza un’educazione strutturata all’affettività e alla sessualità, il rischio è che le risposte vengano cercate esclusivamente sul web.
L’affetto e l’attenzione non bastano.
Questo provvedimento rappresenta un arretramento culturale. Mette in discussione anni di lavoro svolto da scuole, università, centri antiviolenza e associazioni per promuovere prevenzione, consapevolezza e rispetto. Ostacolare il cambiamento culturale significa fare un passo indietro. Significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti e privare le nuove generazioni di strumenti fondamentali per comprendere sé stesse, gli altri e il mondo in cui vivono.
La violenza di genere è un fenomeno culturale e non può essere affrontata esclusivamente all’interno delle nostre case. Deve essere affrontata attraverso un percorso condiviso che coinvolga l’intera comunità educante.
Università, centri antiviolenza e organizzazioni impegnate contro discriminazioni, bullismo e razzismo hanno sviluppato competenze preziose che troppo spesso vengono escluse dal dibattito pubblico, lasciando spazio a contrapposizioni ideologiche che poco hanno a che fare con la realtà.
I dati mostrano un aumento dell’accesso precoce alla pornografia online, delle malattie sessualmente trasmissibili tra adolescenti, degli episodi di violenza sessuale e delle forme di autolesionismo. Nel nostro Paese, inoltre, la violenza domestica continua a essere, secondo i dati Istat, la forma di violenza più diffusa.
Ai figli e alle figlie che assistono quotidianamente alla violenza esercitata contro le loro madri, quale risposta stiamo offrendo? Davvero pensiamo che la soluzione possa essere il consenso informato?
Oppure siamo noi, come società, a doverci assumere la responsabilità di garantire loro il diritto a un’altra possibilità, a un altro racconto, a una storia diversa cui poter aspirare?
La forma non sempre coincide con la sostanza. Basterà il diniego di un genitore per impedire l’avvio di un progetto. Per le scuole sarà difficile organizzare attività alternative e il clima di allarmismo rischia di generare ulteriore confusione.
Il rischio concreto è che molte scuole, per timore di conflitti o contestazioni, rinuncino del tutto ad affrontare questi temi. Non saranno messi in discussione soltanto i percorsi di educazione sessuo-affettiva, ma anche le iniziative culturali dedicate al contrasto degli stereotipi di genere, alla prevenzione della discriminazione e alla costruzione di relazioni rispettose. Il risultato sarà un progressivo impoverimento del dibattito educativo e culturale.
Si rischia di legittimare un’unica idea possibile di famiglia, di relazioni, di maschile e di femminile, limitando la possibilità di confrontarsi con la complessità del reale.
Siamo genitori, cittadine e cittadini consapevoli, ma siamo anche artisti e artiste che credono che il cambiamento culturale sia la chiave per prevenire e contrastare la violenza.
Non possiamo permettere che la paura vinca sul futuro delle nostre figlie e dei nostri figli. Educare all’affettività e al rispetto è un atto di civiltà. Un diritto. Come genitori, cittadini e artisti, continueremo a dare voce a chi non ne ha, a costruire spazi di ascolto e a volere una società in cui nessuna ragazza e nessun ragazzo si senta solo. Il cambiamento culturale è un cammino che si fa insieme, e noi non faremo un solo passo indietro.
Il Laboratorio Artistico Fondazione “Una Nessuna Centomila”
Fiorella Mannoia, Presidente Onoraria Una Nessuna Centomila
Vittoria Puccini
Marco Bonini
Anna Foglietta
Gigi D’Alessio
Pierfrancesco Favino
Maria Chiara Giannetta
Gaetano Migliaccio
Tosca
Lino Guanciale
Gino Castaldo
Paolo Fresu
Chiara Civello
Nicole Rossi
Ermal Meta
Piero Pelù
Caterina Caselli
Ferzan Özpetek
Tommaso Di Giulio
Anna Ferzetti
Vale LP
Beatrice Zerbini
Carolina Crescentini
Francesca Michielin
Giuliano Sangiorgi
Silvia Gallerano
Marina Tagliaferri
Paola Turci
Fabrizia Sacchi
Francesco Bolo Rossini
Thomas Trabacchi
Mia Benedetta
Sonia Bergamasco
Claudia Pandolfi
Alessandra Carrillo
Fabrizio Gifuni
Brunori Sas (Dario Brunori)
Lorenzo Zurzolo
Angelica
Sofia Iacuitto
Edoardo Leo
Calcutta
Giorgio Marchesi
Valeria Andreozzi
Viola Ardone
Giovanna Sannino
Giulia Galassi
Francesco Scianna
Paolo Briguglia
Daniela Giordano
Valentina Lodovini
Pietro Sermonti
Jasmine trinca
Francesco Motta
Manuel Agnelli
Francesca Comencini
Cristina Comencini
Emanuela Giordano
Serena Dandini
Noemi
Laura Bispuri
Alba Rohrwacher
Vittorio Magazzù
Marisa Passera
Michela Cescon
Sabrina Knaflitz
Alessandro Gassman
Alessandra Amoroso
Luca Zingaretti
Luisa Ranieri
Chiara Gamberale
Alessio Vassallo
Giulia Minoli, Presidente Una Nessuna Centomila
Celeste Costantino, Vicepresidente Una Nessuna Centomila
Lella Palladino, Vicepresidente Una Nessuna Centomila
Fonte: flcgil
Tachicardia, insonnia, vuoti di memoria, paura di deludere, quella che spesso viene liquidata come “normale agitazione” può trasformarsi in una vera ansia da prestazione, capace di compromettere studio, concentrazione e benessere emotivo.
Secondo Floriana Bitto, dottoressa in psicologia clinica ed esperta di apprendimento del Centro Studi Lambda, “un certo livello di tensione prima di un esame è fisiologico e può persino aiutare la performance, ma se eccessiva può ostacolare apprendimento e risultati. È importante, per genitori, insegnanti e studenti, riconoscere i segnali di questo sovraccarico emotivo, per correre ai ripari”.
Quando l’ansia diventa un ostacolo
L’ansia scolastica diventa problematica quando smette di motivare e inizia a bloccare. Succede quando lo studente dedica gran parte delle proprie energie mentali a controllare la paura del fallimento, il giudizio o i sintomi fisici legati allo stress. “Se impedisce di studiare con continuità, se durante l’esame si consegna la prova “in bianco”, nonostante una preparazione adeguata, oppure se dopo ogni prova si tende all’autosvalutazione e si prova paura crescente per gli esami successivi, siamo davanti a un circuito ansioso che va compreso e trattato”.
I segnali da non sottovalutare
I campanelli d’allarme non vanno cercati solo nel voto o nel rendimento, ma soprattutto nei cambiamenti di comportamento. Un primo segnale è l’evitamento: il ragazzo rimanda continuamente lo studio, dice di non sapere da dove iniziare, cambia attività di continuo, oppure evita del tutto di parlare dell’esame.
Un secondo indicatore è l’ipercontrollo, accompagnato da studio compulsivo, con la sensazione di non essere mai abbastanza preparati. Vanno poi osservati i segnali emotivi e corporei: irritabilità marcata, pianto frequente, crisi d’ansia, mal di testa, mal di pancia, nausea, tachicardia, insonnia o risvegli notturni. Il corpo spesso comunica prima delle parole che il carico emotivo è diventato eccessivo.
Un altro aspetto importante riguarda il linguaggio che il ragazzo usa verso sé stesso. Frasi come “non ce la farò mai”, “sono stupido”, “se va male è finita”, “deluderò tutti” indicano una lettura catastrofica delle prove di valutazione.
Ansia scolastica un problema sempre più diffuso
Secondo diverse ricerche internazionali, l’ansia scolastica è un fenomeno in crescita tra bambini e adolescenti: solo in Italia, ne soffre una percentuale compresa tra il 5 e il 28% di bambini e adolescenti. L’esperta spiega che “l’ansia scolastica nasce molto spesso dall’intreccio di fattori personali, familiari, scolastici e sociali. Molti ragazzi vivono il voto non come una semplice valutazione, ma come una misura del proprio valore personale. Quando accade questo, l’esame smette di essere una prova scolastica e diventa una minaccia emotiva”.
L’ansia, inoltre, aumenta quando il ragazzo percepisce una sproporzione tra ciò che gli viene richiesto e le risorse che sente di avere per affrontarlo.
“Uno degli aspetti meno considerati riguarda il legame tra organizzazione dello studio e gestione emotiva. Aumentare le ore sui libri non sempre aiuta: spesso è più utile cambiare il modo di studiare. Rileggere, sottolineare troppo o ripetere meccanicamente può dare una sensazione momentanea di sicurezza, ma spesso non garantisce un apprendimento stabile. Strategie come il recupero attivo, ovvero provare a richiamare i concetti assimilati senza guardare il testo, la distribuzione dello studio nel tempo e l’autoverifica sono molto più efficaci perché allenano proprio ciò che servirà durante l’esame: recuperare informazioni sotto pressione” prosegue la Dottoressa Bitto.
Alcune strategie di studio semplici ma efficaci:
· dividere il programma in obiettivi piccoli e realistici;
· usare il recupero attivo (provare a ricordare senza rileggere);
· studiare in blocchi da 30-45 minuti con pause da 5-10 minuti che servano realmente a recuperare le energie;
· utilizzare mappe mentali e parole chiave per organizzare i concetti;
· evitare il “ripassone” notturno prima della prova.
Sonno e alimentazione da non sacrificare per lo studio
Nel rush finale molti studenti sacrificano sonno, pause e alimentazione pensando di recuperare tempo. In realtà, dal punto di vista cognitivo, accade spesso il contrario. “Dormire poco riduce attenzione, memoria e lucidità mentale. Il cervello consolida le informazioni proprio durante il sonno”. Anche saltare i pasti o abusare di caffeina può aumentare nervosismo, tachicardia e difficoltà di concentrazione. “Studiare fino a notte fonda dà l’impressione di fare di più, ma spesso porta all’esame con un cervello più stanco e vulnerabile all’ansia” spiega Bitto.
Il ruolo dei genitori: sostenere senza aumentare la pressione
“Spesso i genitori non vogliono mettere pressione, bensì motivare, proteggere, evitare che il figlio sprechi opportunità. Tuttavia, il modo in cui questa preoccupazione viene comunicata può fare la differenza tra sostegno e sovraccarico emotivo” precisa l’esperta.
Il primo passaggio è separare chiaramente il valore del figlio dal risultato scolastico.
Un genitore può sostenere molto di più spostando il focus dal controllo del risultato al controllo del processo. Invece di chiedere continuamente “quanto hai preso?”, “sei pronto?”, “hai finito tutto?”, è più utile chiedere: “come ti sei organizzato?”, “qual è la parte più difficile?”, “di cosa hai bisogno per lavorare meglio?”.
Ansia e scuola: una competenza che può insegnare molto
Imparare a gestire lo stress scolastico può trasformarsi in una competenza utile ben oltre gli esami. Autoregolazione, resilienza, gestione della pressione, pianificazione e capacità di affrontare l’errore sono abilità preziose anche nella vita adulta, universitaria e professionale.
“Non significa soltanto eliminare la paura, ma insegnare ai ragazzi che possono affrontarla senza esserne definiti. Ed è una competenza che resterà con loro ben oltre la scuola”, conclude Floriana Bitto, dottoressa in psicologia clinica ed esperta di apprendimento del Centro Studi Lambda.
Uno dei timori più comuni è il blackout durante l’esame orale.
Ma il cosiddetto “vuoto di memoria”, molto spesso non significa non sapere, bensì non riuscire momentaneamente ad accedere alle informazioni a causa dello stress.
“In questi casi può aiutare una semplice strategia di emergenza: fermarsi, rallentare il respiro, recuperare una parola chiave e ripartire dal concetto generale. L’obiettivo nei primi secondi non è dare la risposta perfetta, ma uscire dall’immobilità. Quando il ragazzo riesce a riattivare un primo appiglio mentale, spesso il resto torna gradualmente disponibile”.
Fonte: ANSA
Aristotele è famoso soprattutto per la sua Teoria delle Quattro Cause secondo la quale ogni cambiamento o esistenza nella natura si spiega attraverso quattro cause:
Finale: lo scopo per cui una cosa esiste
Materiale: la materia prima.
Formale: l’essenza o la forma.
Efficiente: ciò che genera il mutamento.
Per quanto riguarda la paura, secondo Aristotele essa fa parte della vita. Nell’Etica Nicomachea il filosofo spiega come trovare il coraggio giusto per non farsi dominare.
Aristotele offre una delle riflessioni più lucide su come affrontare le paure della vita. Molte delle inquietudini che attraversano la vita contemporanea non nascono da un pericolo immediato, ma dalla sensazione diffusa di dover affrontare un futuro imprevedibile. La paura di sbagliare, di non farcela, di non essere abbastanza forti per sostenere le difficoltà della vita diventa così una delle esperienze più comuni dell’esistenza umana.
Un ragionamento analogo viene ripreso dalla Mindfulness.
Già nel IV secolo a.C., nella Etica Nicomachea, il filosofo greco osservava con grande lucidità che la paura non è un sentimento marginale, ma una delle emozioni fondamentali che accompagnano l’essere umano nel confronto con la realtà. Non si tratta soltanto di un impulso irrazionale da reprimere, ma di una reazione che nasce dal modo in cui percepiamo ciò che può minacciare il nostro bene, la nostra stabilità, la nostra felicità.
Per questo Aristotele, prima ancora di parlare del coraggio, sente la necessità di chiarire che cosa sia davvero la paura. E lo fa con una definizione tanto semplice quanto penetrante: paura come aspettativa di un male. In questa parte del trattato Aristotele affronta una delle virtù più importanti della vita etica: il coraggio. Per comprenderne la natura, il filosofo segue il metodo che utilizza in tutta l’opera, cioè individuare la posizione di equilibrio tra due estremi opposti che deformano il comportamento umano. Nel caso del coraggio, gli estremi sono da una parte la viltà, cioè l’eccesso di paura che paralizza l’azione, e dall’altra la temerarietà, cioè l’eccesso di ardire che porta ad affrontare i pericoli senza giudizio. È proprio all’interno di questa analisi, nei capitoli 6 e 7 del Libro III, che Aristotele si sofferma sulla natura della paura. Prima ancora di definire che cosa significhi essere coraggiosi, il filosofo sente la necessità di chiarire quale sia il rapporto che gli esseri umani hanno con ciò che temono. La paura, infatti, non è per lui un sentimento marginale o un difetto morale, ma una reazione naturale che nasce quando percepiamo qualcosa come un possibile male per la nostra vita. La paura fa parte della vita umana
La paura non è un’eccezione nella vita degli uomini, ma una presenza inevitabile.
Essa nasce ogni volta che percepiamo qualcosa come una possibile minaccia per il nostro bene, per la nostra sicurezza o per ciò che consideriamo importante. Per questo motivo Aristotele osserva che gli esseri umani non temono un solo tipo di male, ma una pluralità di situazioni che possono mettere in crisi la loro esistenza. La paura può riguardare infatti non solo i pericoli fisici, ma anche condizioni che toccano la dignità, le relazioni e la stabilità della vita. Noi temiamo tutti i mali, come, per esempio, disonore, povertà, malattia, mancanza di amici, morte, ma non si ritiene che l’uomo coraggioso sia tale in rapporto a tutti i mali. Ci sono alcuni mali, infatti, che bisogna temere, e che è bello temere, e brutto il non temere, come il disonore, giacché chi lo teme è un uomo per bene e riservato, chi non lo teme, invece, è impudente. A questo punto Aristotele compie un passaggio decisivo della sua analisi. Se la paura fa parte della condizione umana, il problema non è la sua presenza, ma il modo in cui gli esseri umani reagiscono a ciò che temono.Secondo il filosofo, infatti, l’errore non consiste semplicemente nell’avere paura, ma nel rapporto sbagliato che si instaura con ciò che suscita timore. Gli uomini possono infatti lasciarsi dominare dalla paura oppure reagire in modo opposto, affrontando i pericoli senza misura e senza giudizio.
È proprio in questo punto dell’Etica Nicomachea che Aristotele formula una delle osservazioni più lucide della sua analisi morale: È possibile temere queste cose di più e di meno, ed inoltre temere le cose non temibili come se lo fossero.
Subito dopo il filosofo individua con precisione le diverse forme in cui questo errore può manifestarsi:
L’errore si produce o perché si teme ciò che non si deve, o perché si teme nel modo in cui non si deve, o perché non è il momento, o per qualche motivo simile.
Queste parole mostrano che, per Aristotele, la paura non diventa un problema perché esiste, ma perché può essere disordinata. L’essere umano può temere ciò che non merita timore, può lasciarsi travolgere da ciò che dovrebbe affrontare con maggiore equilibrio, oppure può reagire nel momento sbagliato.
Quando questo accade, la paura smette di essere un segnale utile e diventa una forza che paralizza l’azione. È proprio questa condizione che, secondo Aristotele, caratterizza la viltà:
Chi eccede nel temere è vile, perché teme ciò che non si deve e come non si deve, e tutte le caratteristiche di questo genere gli competono di conseguenza.
La diagnosi aristotelica è quindi molto chiara. La paura appartiene inevitabilmente alla vita umana, ma può diventare un ostacolo quando perde la sua misura e finisce per governare le nostre scelte. È a partire da questa consapevolezza che il filosofo introduce la virtù destinata a ristabilire l’equilibrio tra paura e azione: il coraggio.
Una volta individuato l’errore che può deformare il rapporto degli esseri umani con la paura, Aristotele introduce la virtù che permette di ristabilire l’equilibrio: il coraggio.
Nel Libro III della Etica Nicomachea, Aristotele spiega infatti che ogni virtù morale consiste in una medietà, cioè in una posizione di equilibrio tra due estremi opposti. Nel caso del coraggio, questi estremi sono la viltà, che nasce dall’eccesso di paura, e la temerarietà, che deriva invece da un eccesso di ardire.
Per questo il filosofo afferma:
il coraggio sia una medietà tra paura e temerarietà. Ed è evidente che noi abbiamo paura delle cose temibili e che queste sono, per dirla semplicemente, dei mali: perciò si definisce la paura come aspettativa di un male.
Questa definizione chiarisce un punto fondamentale del pensiero aristotelico. Il coraggio non consiste nell’assenza di paura, né in una sorta di insensibilità di fronte ai pericoli. L’uomo coraggioso non è colui che non prova timore, ma colui che sa rapportarsi alla paura nel modo giusto.
Aristotele lo dice con grande precisione:
colui che affronta, pur temendole, le cose che si deve, e che corrispondentemente ha ardire come e quando si deve, è coraggioso: infatti, il coraggioso patisce e agisce secondo il valore delle circostanze e come prescrive la ragione.
Il fine di ogni attività è quello che è conforme alla disposizione da cui essa procede: dunque, anche per il coraggioso. Il coraggio, poi, è una cosa bella: tale, quindi, sarà anche il suo fine, giacché ogni cosa si definisce in base al suo fine. Dunque, è in vista del bello morale che il coraggioso affronta le situazioni temibili e compie le azioni che derivano dal coraggio.
Aristotele distingue poi il coraggio dalle sue deformazioni. Chi non teme nulla sarebbe un uomo folle o insensibile, mentre chi eccede nell’ardire di fronte alle cose temibili è temerario. Il temerario, osserva il filosofo, appare simile al coraggioso, ma in realtà si limita a simulare il coraggio, cercando di apparire forte senza possedere davvero quella misura interiore che caratterizza la virtù.
Il coraggio nasce dunque da un equilibrio interiore che permette di riconoscere ciò che fa paura senza esserne dominati. Non si tratta di negare il timore, ma di governarlo attraverso la ragione, orientando le proprie azioni verso ciò che è giusto fare.
Per questo Aristotele aggiunge:
Temerà, dunque, anche le cose a misura d’uomo, ma vi farà fronte come si deve e come vuole la ragione, in vista del bello, perché questo è il fine della virtù.
In questa prospettiva il coraggio non è un gesto impulsivo o eroico, ma una disposizione dell’animo che permette all’essere umano di affrontare ciò che fa paura senza cadere né nella fuga né nell’incoscienza. Proprio da questa capacità nasce la possibilità di vivere in modo libero e responsabile anche nelle situazioni difficili della vita.
A questo punto Aristotele arriva alla conclusione della sua riflessione. Se la paura fa parte inevitabilmente della vita umana e se l’errore consiste nel lasciarsene dominare o nel reagire senza misura, allora la soluzione non è eliminarla, ma imparare ad affrontarla nel modo giusto.
Il coraggio, infatti, non nasce quando la paura scompare. Al contrario, si manifesta proprio quando l’essere umano è disposto a confrontarsi con ciò che lo spaventa, accettando anche la dimensione di fatica e di dolore che questo comporta.
Per Aristotele affrontare ciò che fa paura non è mai qualcosa di facile o di naturale. Richiede una scelta consapevole e una disposizione interiore capace di orientare l’azione verso ciò che è giusto fare. Per questo il filosofo osserva che la virtù del coraggio non si misura nell’assenza di timore, ma nella capacità di restare saldi davanti alle situazioni difficili.
NellEtica Nicomachea Aristotele lo esprime con grande chiarezza:
È, dunque, per il fatto di affrontare le situazioni dolorose, come si è detto, che tali uomini vengono chiamati coraggiosi.
E aggiunge subito dopo una considerazione molto importante:’
Perciò il coraggio comporta anche dolore ed è giusto che venga lodato: infatti, è più difficile affrontare le situazioni dolorose che astenersi dai piaceri.
Queste parole mostrano con grande lucidità la natura profonda del coraggio. Essere coraggiosi non significa cercare il pericolo o ignorare il dolore, ma essere disposti ad affrontare ciò che è difficile quando è giusto farlo.
Per questo, nella prospettiva aristotelica, il coraggio non è soltanto una qualità eroica o straordinaria. È una virtù che riguarda la vita quotidiana, perché riguarda il modo in cui ogni essere umano decide di stare davanti alle difficoltà, alle prove e alle paure che inevitabilmente accompagnano l’esistenza.
Il coraggio nasce proprio da questa scelta: non lasciare che la paura governi la nostra vita, ma affrontare ciò che è temibile perché è bello farlo ed è brutto non farlo.
La riflessione di Aristotele mostra che la paura non è un difetto dell’essere umano né un segno di debolezza. È una componente inevitabile della vita, perché nasce dal rapporto che ogni individuo ha con ciò che considera prezioso: la propria dignità, la propria sicurezza, le relazioni, il futuro.
Proprio per questo motivo il filosofo non invita a eliminare la paura, ma a comprenderla e disciplinarla. Il problema non è provare timore di fronte alle difficoltà, ma permettere che quel timore diventi la forza che orienta tutte le nostre decisioni. Quando accade, la paura smette di essere un segnale e si trasforma in una condizione che restringe lo spazio dell’azione, rendendo l’uomo sempre più prudente fino a diventare rinunciatario.
È qui che la riflessione contenuta nell’Etica Nicomachea acquista una sorprendente attualità. Anche la società contemporanea è attraversata da molte forme di paura: la paura dell’incertezza economica, del fallimento personale, dell’instabilità delle relazioni, della perdita di ciò che si è costruito nel tempo. Non si tratta soltanto di timori individuali, ma di una condizione diffusa che può spingere gli individui a cercare sicurezza a ogni costo, riducendo la capacità di assumersi responsabilità e di affrontare ciò che è difficile.
La virtù del coraggio rappresenta invece una forma di equilibrio interiore. Non è la negazione della paura, ma la capacità di non lasciarsene governare. Il coraggioso non è colui che ignora il pericolo o che agisce impulsivamente, ma chi riconosce ciò che è temibile e sceglie comunque di affrontarlo quando la ragione lo richiede.
In questo senso il coraggio non è un gesto straordinario riservato agli eroi. È una disposizione dell’animo che riguarda la vita quotidiana, ovvero il modo in cui una persona affronta le difficoltà, prende decisioni in situazioni incerte, resiste alla tentazione di fuggire quando qualcosa diventa faticoso o doloroso.
La lezione che Aristotele consegna al lettore è quindi molto più profonda di una semplice esortazione alla forza. Il coraggio nasce quando l’essere umano riesce a mantenere una misura interiore, capace di tenere insieme consapevolezza del pericolo e fedeltà a ciò che è giusto fare. Non è l’assenza di paura a rendere liberi, ma la capacità di non lasciare che la paura decida al posto nostro.
In questa prospettiva la libertà non consiste nell’essere immuni dal timore, ma nel conservare la capacità di agire secondo ragione anche quando la vita diventa difficile. Ed è proprio questa capacità che permette all’essere umano non di sfuggire alla realtà, ma di restare dentro la vita con lucidità, responsabilità e dignità.
Fonte: Libreriamo
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