Lo stile non è altro che l’ordine e il movimento che si mette nei propri pensieri
Di recente è apparsa un’intervista a John Dryzek sul portale Italia che cambia, che riportiamo in questo articolo integralmente. In calce al testo è possibile scaricare l’intervista in formato Pdf stampabile gratuitamente.
John S. Dryzek è uno dei più importanti teorici contemporanei della democrazia deliberativa. Politologo australiano, professore presso il Centre for Deliberative Democracy and Global Governance dell’Università di Canberra, studia da anni il rapporto tra partecipazione, qualità del dibattito pubblico e trasformazione delle istituzioni democratiche. Nel suo ultimo libro, scritto con André Bächtiger, dal titolo Deliberative Democracy for Diabolical Times (Cambridge University Press 2024) affronta proprio le patologie del presente – populismo, estremismo, negazionismo e autoritarismo – interrogandosi su come la democrazia possa essere ripensata e rafforzata in tempi così difficili.
Per John Dryzek, uno dei massimi esperti mondiali di democrazia deliberativa, possiamo ripensare la democrazia attraverso strumenti deliberativi come le assemblee dei cittadini.
Più che dall’incapacità di trovare soluzioni pratiche alle sfide del nostro tempo, la contemporaneità sembra caratterizzata dall’estrema difficoltà nel metterle in pratica. Prendiamo la crisi climatica; la soluzione è relativamente semplice: smettere di bruciare carbone, petrolio e gas e trasformare il modo in cui produciamo energia. Eppure sono serviti 28 incontri internazionali – le famose COP, spalmate su più di trent’anni, centinaia di giornate di meeting se li mettiamo insieme – per arrivare a scrivere timidamente su un documento ufficiale che le nazioni si impegnano ad “allontanarsi” dai combustibili fossili.
Questa frustrante incapacità della democrazia attuale di trovare risposte efficaci è forse – almeno in parte – il motivo per cui la democrazia è in crisi in molte parti del mondo, ostaggio di spinte autoritarie, populismi aggressivi, disinformazione, negazionismi e polarizzazione permanente. Eppure in parallelo si stanno diffondendo strumenti differenti, che sembrano molto più capaci di coinvolgere le persone in modo attivo, informato e responsabile. Un esempio sono le assemblee dei cittadini per il clima, sperimentate in diversi Paesi e adesso diffuse anche in Italia.
Le assemblee dei cittadini, il cambiamento dal basso
Le assemblee dei cittadini rientrano in quella che viene chiamata democrazia deliberativa, una concezione della democrazia secondo cui le decisioni pubbliche dovrebbero nascere dal confronto ragionato tra cittadini, istituzioni ed esperti. Al centro c’è l’idea che, se messi nelle giuste condizioni di informazione, ascolto reciproco e discussione, i cittadini possano formarsi opinioni più consapevoli e contribuire in modo significativo alle scelte collettive.
Questo modello non si affida quasi mai al voto per scegliere i rappresentanti, ma coinvolge direttamente le persone nei processi decisionali, spesso attraverso forme di sorteggio basate su campionamento stratificato. In questo modo si selezionano gruppi di persone il più possibile rappresentativi della società, che vengono poi messi nelle condizioni di informarsi, ascoltare posizioni diverse, confrontarsi in modo strutturato e formulare proposte su questioni complesse.
Queste tendenze sono realmente intrecciate. Certo, non tutti i populisti sono estremisti, non tutti gli autocrati sono populisti e non tutti i negazionisti sono autoritari o populisti. Ma quando queste quattro spinte si saldano tra loro, possono produrre effetti profondamente destabilizzanti. Negli Stati Uniti lo abbiamo visto con grande chiarezza negli ultimi anni.
Il populismo di destra di Donald Trump e del suo mondo ha convissuto apertamente con l’estremismo, fino a legittimare la violenza politica, come nel caso dell’assalto al Campidoglio del gennaio 2021. Ha mostrato un’impronta autoritaria sia nei tentativi di restringere l’accesso al voto per chi avrebbe potuto opporvisi, sia nell’uso di pratiche coercitive mascherate da enforcement delle politiche migratorie. Sullo sfondo, il negazionismo climatico resta un punto fermo del trumpismo, a cui si è affiancata anche la promozione di posizioni ostili ai vaccini.
La lista è piuttosto lunga: le corporation dei combustibili fossili, i sodali corrotti di leader come Orbán e Trump, i proprietari dei media tradizionali che possono trarre profitto dall’uso strumentale della rabbia – pensiamo ad esempio a Rupert Murdoch –, i miliardari che beneficiano della mancanza di controllo sulle loro attività economiche. Ma non le persone comuni che votano per questi leader: loro non stanno affatto prosperando.
Penso che non usarli affatto sia impossibile, dato che ormai gran parte della vita sociale passa attraverso i social media, anche se è possibile essere selettivi, per esempio boicottando X/Twitter. I problemi politici creati dai social media sono ben noti, soprattutto alla luce dell’allineamento dei magnate delle piattaforme social a Trump o nel caso di Musk del suo unirsi attivamente a lui.
Ma dovremmo anche stare attenti prima di accettare acriticamente ciò che viene dato per scontato: per esempio, guardando più da vicino, fenomeni come le echo chambers e le filter bubbles potrebbero non esistere nella misura in cui comunemente si pensa [con echo chambers e filter bubbles si indicano ambienti informativi chiusi o filtrati; la loro incidenza però è oggi ridimensionata da parte della ricerca, ndr].
Si possono immaginare social media più sani dal punto di vista democratico, per esempio rendendo gli algoritmi oggetto di una valutazione collettiva e consapevole, così da favorire la circolazione di informazioni più affidabili, oppure promuovendo spazi online più aperti al confronto, alla riflessione e alla civile convivenza. Intanto i collossi del web e dei social, come Meta fanno danni ma pagano poco. Qualcosa però sta cambiando. La giuria di Los Angeles ha condannato Meta e Alphabet al pagamento di 3 milioni di dollari (circa 2,6 milioni di euro) a titolo di risarcimento danni per il dolore e la sofferenza subiti e per altri oneri finanziari.
Non del tutto. Penso che, in linea di principio, le persone sostengano la democrazia tanto quanto hanno sempre fatto; è la sua pratica concreta a generare disillusione. La disillusione non porta necessariamente a un calo della partecipazione, che è sempre stata bassa al di là dell’atto di votare. In parte dipende da dove si guarda e da come si definisce la partecipazione. Nuove forme di partecipazione online sono cresciute mentre forme più tradizionali sono diminuite.
Non considero la democrazia deliberativa un modello rigido da applicare, quanto piuttosto una fonte di ispirazione per ripensare in modi diversi il funzionamento della democrazia. Sappiamo, per esempio, che la grande maggioranza delle persone che prende parte a processi deliberativi vive quell’esperienza come qualcosa di utile e coinvolgente e questo vale anche per chi si sente distante o deluso dalla politica di partito tradizionale. Inoltre il mio collega André Bächtiger ha mostrato che gli elettori con orientamenti populisti sono spesso più inclini di altri a sostenere un maggiore ruolo dei cittadini comuni nella deliberazione pubblica, ad esempio attraverso strumenti come le assemblee cittadine.
Ricostruire la fiducia non è di per sé un bene: ci sono istituzioni, partiti e leader politici che meritano di essere guardati con diffidenza. Il quadro dunque è più complesso di quanto sembri. Proprio per questo credo che oggi la democrazia deliberativa sia più necessaria che mai e che abbiamo già a disposizione idee, strumenti ed esperienze utili per rafforzarla.
Non è vero che le persone comuni siano inadeguate. Date le giuste condizioni, le persone comuni sono perfettamente capaci di ragionare in modo efficace sulla politica. Le prove vengono da ciò che vediamo nei forum deliberativi dei cittadini, anche se piccoli cambiamenti nel disegno di questi processi possono avere un grande effetto sul grado di ragionamento deliberativo efficace che si riesce a produrre.
Uno dei tratti distintivi del populismo è la contrapposizione tra “il popolo” e “l’élite”. Il problema è che i demagoghi del populismo di destra sono riusciti a dare a questa élite soprattutto un volto culturale. Eppure non dovrebbe essere impossibile parlare a chi si riconosce in quella visione riportando l’attenzione sulla natura economica dell’élite – cioè sul suo carattere plutocratico – e riallacciandosi così a una politica più legata agli interessi e alle condizioni materiali delle classi lavoratrici, un terreno che una parte consistente della sinistra ha finito per trascurare.
Credo che sia impossibile avviare un confronto davvero significativo con leader e attivisti autoritari o estremisti. Diverso è il discorso per molte delle persone che si lasciano attrarre dai messaggi di questi leader e finiscono per votarli: con loro il dialogo è possibile. Bisogna capire quali narrazioni li intercettano, quali linguaggi li influenzano e in che modo sia possibile costruire messaggi capaci di parlare anche a loro. Insomma, penso che sia possibile dialogare con quasi tutti: ma non con le élite plutocratiche, le corporation dei combustibili fossili e i loro “mercanti del dubbio”, i magnati dei media che usano la rabbia come arma, i populisti e gli altri demagoghi, i leader autoritari ed estremisti.
È allettante pensare che le crisi richiedano una risposta immediata ed efficace che non dovrebbe aspettare la democrazia. Io credo che sia molto più saggio costruire capacità deliberative e democratiche in grado di affrontare efficacemente sia le crisi presenti sia quelle future. Quanto al punto di partenza, ci sono così tante possibilità e non c’è alcun bisogno di scegliere tra esse. Le possibilità includono la riforma istituzionale sia delle istituzioni ereditate dal passato, come i parlamenti, sia di nuove istituzioni, come i forum dei cittadini; movimenti sociali che incarnino la democrazia e si battano per la democrazia; la retorica dei leader e degli attivisti; la riconfigurazione delle piattaforme social; la riprogettazione dei sistemi energetici.
Lei ha teorizzato sistemi deliberativi che includano anche gli interessi delle forme di vita non umane o di entità come fiumi, montagne e laghi. Ci sono stati sviluppi o sperimentazioni in questa direzione? Pensa che un’evoluzione dei nostri sistemi sociali dipenda anche da un rapporto diverso con il resto della Natura?
Sì, ho riflettuto su forme di democrazia deliberativa capaci di includere anche il mondo non umano. Se la democrazia deliberativa mette al centro la comunicazione, allora la sfida è capire come mettersi davvero in ascolto di quella che attraversa i sistemi ecologici e il sistema Terra nel suo insieme. Questo implica soprattutto un ripensamento delle istituzioni e delle pratiche politiche, perché siano più capaci di percepire e raccogliere i segnali di sofferenza che arrivano dal pianeta. Su questi temi oggi esiste un lavoro importante da parte di molti studiosi intorno alla rappresentanza politica del non umano. Personalmente però considero più fecondo partire dalla comunicazione, prima ancora che dalla rappresentanza.
Questo articolo fa parte di una serie di approfondimenti in vista della Biennale della Prossimità 2026 in cui esploriamo la crisi della democrazia attuale e le possibili alternative.
Buon cambiamento,
Fonte: Italiachecambia.org Andrea Degl’Innocenti
Pur con notevoli ritardi rispetto al resto d’Europa, le cargobike stanno iniziando a diffondersi anche in Italia. Ma di cosa si tratta e come possono essere inserite nella mobilità urbana?
Un’alternativa al traffico cittadino sono le cargobike o bicicletta cargo, cioè da carico. Si tratta di mezzi sviluppati a partire dalle classiche biciclette a due ruote ma studiati per trasportare cose o persone. Le prime cargobike fanno la loro apparizione nelle strade più di un secolo fa: le poste inglesi le usavano per fare le consegne negli anni ’20 e hanno avuto un piccolo boom anche nel periodo della seconda guerra mondiale, quando i carburanti per uso civile erano diventati beni rari e costosi.
Le cargobike, o biciclette cargo, rappresentano una soluzione innovativa e sostenibile per il trasporto di merci e persone in ambito urbano. Questi veicoli a pedalata assistita sono progettati per trasportare carichi più voluminosi rispetto alle normali biciclette, offrendo numerosi vantaggi ambientali, economici e pratici.
Le cargobike sono anche vantaggiose in termini di mobilità urbana. Permettono di evitare ingorghi e trovare parcheggi con maggiore facilità rispetto ai veicoli a motore. Sono ideali per le consegne dell’ultimo miglio, trasporti di bambini o spesa settimanale, favorendo uno stile di vita più attivo e salutare.
La cultura dell’automobile e del lusso
La cultura dell’auto come status symbol è dura a morire. Nonostante i rincari della benzina, il traffico non accenna a diminuire, anzi, c’è chi continua a investire nell’automobile e a usarla anche quando deve percorrere 100 metri.
Il boom della motorizzazione degli anni ’60 relega le cargobike, e in generale tutto il settore ciclistico, nel dimenticatoio: la bicicletta diventa un attrezzo sportivo, per girare in città si usa la macchina, diventata diffusa ed economicamente accessibile per milioni di persone. Nel frattempo gli anni passano e si prende coscienza di alcuni aspetti che suggeriscono la necessità di un cambio di rotta: la crisi climatica incombe, le città sono sempre più disegnate su misura delle auto, il tasso di motorizzazione in molti paesi – Italia in testa – è fuori controllo.
L’elettrificazione è un passaggio fondamentale per le cargobike, mezzi sovradimensionati rispetto alle classiche bici, con portate molto maggiori e quindi più pesanti e più faticose da spostare.
La Commissione Europea, riguardo all’inquinamento continua la sua campagna tesa a sottolineare l’urgenza e l’importanza di una mobilità urbana più sostenibile, poiché è nelle città che le persone vivono e respirano. E’ ormai noto che lo smog è il principale responsabile di gran parte di patologie serie.
Probabilmente in virtù della loro sempre maggiore diffusione, anche la legge si è accorta dell’esistenza delle cargobike. Il Decreto Infrastrutture del 2022 ha infatti modificato l’articolo 50 del Codice della Strada, quello che definisce i velocipedi, introducendo la definizione di velocipede adibito al trasporto merci ovvero “una bicicletta dotata di una superficie di carico anteriore, posteriore o centrale di area maggiore o uguale a un terzo della superficie totale”. Il decreto ha anche portato da 3 a 3,5 metri la lunghezza massima e da 250 a 500 watt la potenza massima dei motori elettrici di assistenza, ma solo per le bici da trasporto.
La maggior parte delle versioni in commercio ha una ruota posteriore e due anteriori; in mezzo a queste ultime si trova il cassone, solitamente di legno, che può ospitare cose o persone. Sono molto diffuse per il trasporto dei bambini, anche se esistono diverse varianti in grado di portare adulti e persone con disabilità con relativi presidi, come la carrozzina.
La long john invece è una bicicletta a due ruote con un telaio più lungo del normale e un pianale o un cassone – che per motivi di spazio è più piccolo di quello dei tricicli – posizionato fra i pedali e la ruota anteriore. La capacità di carico è ridotta rispetto alla cugina a tre ruote, ma le prestazioni in termini di maneggevolezza e velocità sono migliori. Ultimamente si sta poi diffondendo molto una variante chiamata long tail – letteralmente “coda lunga” – che ha un telaio allungato nella parte posteriore, in grado di ospitare un piccolo pianale o una panchetta su cui posizionare merci o persone – generalmente bambini.
Ad esempio, quelle per il trasporto di persone con disabilità con pianali ribassati e particolarmente ampi per poter ospitare una carrozzina oppure quelle che possono essere guidate direttamente da persone con difficoltà motorie, generalmente tricicli con due ruote posteriori. Ci sono poi allestimenti specifici come bar o gelateria mobile, rimorchi collegabili alla cargobike per aumentare la capacità di carico o ancora tricicli elettrici coperti per trasportare magari turisti in giro per la città. O ancora, quadricicli con capacità di carico fino a mezza tonnellata pensati per la logistica.
Il mercato delle cargobike
In Italia sono state vendute circa 3000 cargobike, un centesimo di quelle che sono state vendute sul mercato tedesco: 300.000 – in Germania fra l’altro ci sono anche diversi servizi di bike sharing che mettono a disposizione le cargobike. Solo il numero complessivo delle biciclette elettriche vendute in Italia si avvicina a quello del nostro grande vicino: 274.000 nel 2024.
L’impatto della guida sulla saluta fisica e mentale
Diversi soggetti che si occupano di questo ambito – come l’University of Leicester o la Fondazione Veronesi – hanno pubblicato analisi sulle conseguenze negative della guida prolungata come dolori articolari, perdita delle capacità cerebrali e problemi circolatori. Al contrario la cargobike offre la possibilità di fare attività fisica ogni volta che ci si sposta, con evidenti ricadute positive sulla salute dell’organismo.
Infine, in un paese in cui secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale sono circa 80.000 i decessi annuali attribuibili all’inquinamento – in particolare da polveri sottili e biossido d’azoto – limitare l’uso dell’auto privata è diventata una priorità. Senza contare che un mezzo a due ruote occupa circa il 10% di un’automobile e quindi privilegiare l’uso di cargobike porterebbe a una cruciale riduzione del congestionamento stradale e a una riappropriazione degli spazi urbani, che oggi sono territorio quasi esclusivamente ad appannaggio delle auto – secondo il Centro Studi FIAB in Italia fino all’80% dello spazio stradale è occupato da auto circolanti o in sosta.
Quanto costa mantenere un’auto?
Quanto incide sul bilancio familiare sostenere i costi di un veicolo? Una domanda che ha un senso per svariati motivi. Uno di questi è lo smog e l’inquinamento e cosa significano per la nostra salute. Un’altra buona ragione per scegliere alternative all’automobile è il rincaro del petrolio, la crisi economica. L’analisi da fare è però molto più complessa, infatti è necessario considerare fattori come lo stress. Quest’ultimo deriva da una vita frenetica per far quadrare tutto, compresi i conti. Una domanda intelligente è: Ne vale la pena?
Secondo uno studio di Federcarrozzieri, nel 2024 la spesa media per i possessori di auto – calcolando carburante, assicurazione, manutenzione, riparazioni – è stata di 4219 euro. Tradotto, significa che un’auto ci costa circa 350 euro al mese. Considerando uno stipendio medio, i possessori di un veicolo lavorano 3 mesi all’anno per i costi.
Non esiste alcuno studio sui costi di manutenzione delle cargobike, ma alcune voci – carburante, assicurazione, bollo – non esistono, mentre le altre richiedono esborsi infinitamente inferiori, quantificabili a spanne in qualche centinaia di euro l’anno.
Scegliere mezzi alternativi aiuta anche la comunità a sottrarsi al potere e all’egemonia del petrolio e delle lobby politiche che continuano a fare guerre. Per cui, esiste anche una motivazione etica e morale nella scelta di una cargobike per gli spostamenti e come stile di vita.
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Fonte: ItaliacheCambia
Esiste un filo invisibile che attraversa ogni esperienza umana: lega emozioni, connette sguardi fugaci, custodisce ricordi profondi. Un elemento impalpabile ma universale, che l’artista sceglie di rendere visibile attraverso il proprio lavoro.
Nasce da questa visione “IL FILO CONDUTTORE – L’essenza del legame”, una mostra personale che si propone non come semplice esposizione di opere, ma come un’autentica esperienza sensoriale e immersiva.
L’evento si svolge in un contesto di straordinario fascino: il Criptoportico Ipogeo di Villa Eucheria, uno spazio antico e suggestivo dove il tempo sembra sospeso e il silenzio amplifica ogni percezione. Qui, tra ombre e tracce del passato, prende forma un percorso artistico che invita il visitatore a rallentare, osservare e sentire.
Il cuore della mostra è il tema del legame: ogni opera cela una connessione, un filo rosso da scoprire. Dalla forza espressiva del ritratto iperrealista alla delicatezza simbolica di una rosa eterna, il visitatore è chiamato a individuare ciò che unisce forme, emozioni e significati.
Un altro elemento centrale è il passaggio dall’ombra alla luce: la grafite, nella sua profondità essenziale, si trasforma progressivamente in colore, dando vita a un percorso narrativo che parla di rinascita, trasformazione e resilienza.
“IL FILO CONDUTTORE – L’essenza del legame” è dunque più di una mostra: è un invito a riconoscere le connessioni invisibili che ci attraversano e a ritrovare, nell’arte, un riflesso della propria storia.
Il pubblico è invitato a partecipare a questa esperienza unica, dove l’arte diventa linguaggio universale e spazio di condivisione emotiva.
| SCHEDA MOSTRA | |
| Titolo | “IL FILO CONDUTTORE – L’essenza del legame” |
| Artista | Rachele Deborah Materiale |
| A cura di | Rachele Deborah Materiale |
| Promotore | Associazione Borgo Accogliente ODV – Castrocielo |
| Patrocinio | Comune di Castrocielo |
| Sede espositiva | Monacato di Villa Eucheria, Via Giovenale snc |
| Criptoportico Ipogeo | |
| Luogo | Castrocielo (FR) |
| Data inaugurazione | 22-mag-26 |
| Orario inaugurazione | Ore 18:00 |
| Apertura al pubblico | 22 e 4 maggio 2026 |
| Orari di visita | Mattina: 10:00 – 12:00 |
| Pomeriggio: 15:00 – 19:00 | |


Comunicato Stampa: Errico Rosa
Chi è l’artista Rachele Deborah Materiale?

Deborah si definisce così su instagram:
Mi chiamo Deborah per altri anche Rachele! Eh già, ho due nomi, e la mia vita è un intreccio di colori, suoni e visioni. Il progetto Deb Full Art non è nato in un laboratorio, ma in un luogo molto più profondo: nella mia necessità di trasformare le emozioni in qualcosa di tangibile e vibrante.
La mia formazione non è stata a senso unico: mi sono nutrita di arte e musica, due mondi che per me parlano la stessa lingua. Se la musica è il ritmo del mio cuore, il disegno è il modo in cui respiro.
La mia formazione accademica in arte e musica non rappresenta solo dei titoli, ma la struttura stessa del mio modo di creare.
Per anni ho affinato la mia tecnica nel disegno iperrealista, cercando la perfezione in ogni sguardo e in ogni sfumatura. Ma sentivo il bisogno di portare quell’arte fuori dalle cornici, di renderla parte della vita di tutti i giorni.
La mia evoluzione mi ha spinto a guardare oltre il foglio bianco. Volevo che la bellezza fosse tattile, quotidiana, eterna. Per questo ho unito la tecnica iperrealista a processi complessi e affascinanti.
È così che è nata la mia esplorazione della sublimazione artigianale e della lavorazione della resina.
Oggi, i miei disegni – dai personaggi che hanno popolato i nostri sogni ai ritratti più intimi – prendono vita su ceramica, su metallo, su vetro.
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Entrambe le nazioni sono segnate da crisi insanabili che potrebbero minare la democrazia stessa: la lucidità e la stabilità non sono mai sembrate così lontane.
Una delle caratteristiche del vivere alla fine di un’era è che alcuni eventi del presente sembrano già reperti futuri, cose che ci si aspetta di vedere in un libro di storia scolastico o in un documentario tra molti anni. Ecco la visita di Stato di Re Carlo negli Stati Uniti nel 2026, proprio tra i capitoli sulla guerra all’Iran e la crisi energetica globale. Ecco l’immagine dell’intera costellazione di Trumpland, intenta a cenare con ravioli alle erbe primaverili e sogliola.
Osservate questa interessante antichità dell’epoca: i piatti d’oro, segno universale di un regime al culmine dell’eccesso. E lì vedete il dignitario straniero, che pronuncia un discorso che all’epoca sembrava una coraggiosa rivelazione della verità, ma che, come tutti sappiamo ora, non era altro che ingenua messa in scena mentre il mondo intero vacillava sull’orlo del precipizio.
Tutti i protagonisti della crisi che ha segnato la fine di un’era erano presenti , opportunamente riuniti in un unico luogo per illustrare alle generazioni future come si è arrivati a questo punto e per mano di chi. I finanziatori, i Lord Haw-Haw, i figli d’arte, i traditori. Sette ospiti di Fox News, sette membri della famiglia Trump, Jeff Bezos, Tim Cook e – una piccola sorpresa per Trump, appassionato di golf – il campione del Masters, Rory McIlroy, che il presidente ha fatto alzare in piedi per metterlo in mostra, interrompendo il suo discorso di stato per dire: “Congratulazioni! Sono molto orgoglioso di te”. Se si voleva un’istantanea delle forze che sostengono l’amministrazione Trump, indifferenti alle sue colossali violazioni, eccola qui: media aziendali finanziati da miliardari, grandi aziende tecnologiche, private equity e star semplicemente felici di essere così vicine a tanto potere.
Uno degli aspetti più sconcertanti delle crisi è quanto di tutto continui come se nulla fosse, come il potere americano mantenga una forza di attrazione così immensa che, persino quando Trump si abbandona a ogni sorta di comportamento squilibrato o minaccia di annientare un’intera civiltà , i comodi protocolli di rispetto e cordialità statale permangono.
E santo cielo, alcuni ne furono contenti – per la possibilità di credere, per un attimo, che la Casa Bianca non fosse caduta nel baratro. Il giorno dopo, quasi l’intera prima pagina del sito web del New York Times era dedicata alla visita, alle battute e al decoro del re, al menù, alla lista degli invitati e all’itinerario di Carlo. E guardate il nostro prezioso bipartitismo ! Rinato ancora una volta per un breve istante, mentre il re viene accolto, come in una famiglia in cui una coppia in lite fa fronte comune per gli ospiti, e per una sera può sembrare che non siano irrimediabilmente inconciliabili.
E che ” sottili repliche ” ben orchestrate da parte del re.
A coloro che nel Regno Unito temono costantemente che la relazione speciale si stia deteriorando, non temete, perché sotto un certo aspetto gli Stati Uniti risponderanno ancora alle vostre chiamate. Una monarchia antica e ricca, la più famosa al mondo, può ancora conferire una certa credibilità a un paese che si è da tempo allontanato dal suo dominio. Un paese con un establishment politico che si vantava di essere diventato un colosso democratico in soli 250 anni, sostenuto da una costituzione e dalla separazione dei poteri – eppure ora è un luogo in cui il presidente è impegnato in una battaglia con la magistratura e lancia guerre contro il potere legislativo. Un paese che un tempo era avvolto dalla retorica di una città splendente sulla collina e dalle norme della convenzione dell’élite educata, ma che ora è intriso di indignità, sospetti di insider trading , teppismo e sangue.
Ma la visita reale è stata anche un esercizio di riabilitazione reciproca per due paesi che si avventurano nell’ignoto, aggrappandosi alle glorie del passato.
Si percepisce già come un retaggio del passato, poiché entrambe le istituzioni, la presidenza e la monarchia, sono al punto più basso. Il contesto è inevitabile, ma al tempo stesso assolutamente da evitare. Un’intera categoria di persone macchiata dai legami con Jeffrey Epstein. Uno scandalo che continua a minacciare la presidenza e che ha già mietuto le vittime di un principe e dell’ambasciatore britannico negli Stati Uniti, e che minaccia ancora, con le sue ripercussioni, di far cadere il primo ministro britannico. Quando si affronta un contesto del genere, bisogna certamente agire con estrema delicatezza.
Il sostegno alla monarchia è ai minimi storici
Soprattutto tra i giovani. L’indice di gradimento di Trump è crollato al livello più basso del suo mandato. I due Paesi, al di là delle delusioni nei confronti delle rispettive leadership, elette e non, si avviano verso un futuro incerto, senza una seria opposizione a Trump all’orizzonte e con un governo laburista alle corde. Ecco come Stati Uniti e Regno Unito si aggrappano all’eredità, alla reputazione e ai tesori del passato.
C’era qualcosa di patetico e al tempo stesso comprensibile nell’impazienza di aggrapparsi a questi residui.
Sui giornali britannici, Carlo è stato definito autore di una ” lezione magistrale di diplomazia “, di un ” discorso storico ” a difesa della NATO e di un “restauro della relazione speciale”. Persino gli europei si sono lasciati travolgere, con Le Monde che ha annunciato come Carlo avesse impartito a Trump una “lezione di democrazia”, in una visita che “ha un peso simbolico per tutti gli europei impegnati nello stato di diritto e nella preservazione di relazioni equilibrate con gli Stati Uniti”.
È difficile accettare la realtà che ormai sono troppi i tempi: che né l’Europa né il Regno Unito abbiano alcuna influenza su Trump; che lo stato di diritto sia stato fatto a pezzi non solo dal presidente degli Stati Uniti, ma anche da un genocidio a Gaza che questi illustri superiori hanno avallato o lasciato impunito. Charles non era un saggio rappresentante di una vecchia civiltà vitale in una nuova che aveva perso la testa, ma un emissario di coloro che ancora non riescono a riconoscere quanto la combinazione dei propri fallimenti e dell’egemonia incontrastata degli Stati Uniti abbia segnato la fine del loro ordine basato sulle regole.
Cosa succederà dopo?
La traiettoria è verso ulteriori problemi, piuttosto che verso la tranquillità; la possibilità di una guerra prolungata contro l’Iran e un’ulteriore destabilizzazione del Medio Oriente, shock energetici globali, forse persino lo sfaldamento della NATO e il crollo della democrazia americana stessa. Ecco perché questa visita reale sembra un’interruzione in una narrazione, un colpo di scena che gli osservatori del futuro vedranno come il momento in cui era chiaro che qualcosa stava finendo e nessuno all’epoca lo sapeva. Non biasimo coloro che si sono sentiti rinvigoriti dal fatto che un re europeo abbia reso credibile, per un prezioso istante, che la sanità mentale e la stabilità fossero ancora a portata di mano. Forza, dico io. Tenetevi stretto questo ricordo, ricordatelo. Perché il capitolo sta per finire.
Fonte: TheGuardian, Nesrine Malik






Ecco la visita di Stato di Re Carlo negli Stati Uniti nel 2026, proprio tra i capitoli sulla guerra all’Iran e la crisi energetica globale. Ecco l’immagine dell’intera costellazione di Trumpland, intenta a cenare con ravioli alle erbe primaverili e sogliola. Osservate questa interessante antichità dell’epoca: i piatti d’oro, segno universale di un regime al culmine dell’eccesso. E lì vedete il dignitario straniero, che pronuncia un discorso che all’epoca sembrava una coraggiosa rivelazione della verità, ma che, come tutti sappiamo ora, non era altro che ingenua messa in scena mentre il mondo intero vacillava sull’orlo del precipizio.
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