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Il controllo delle donne viene spesso giustificato con motivazioni religiose
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Manifestazione di donne in Senegal contro la violenza sessuale del 2021. Screenshot del canale Le Dakarois 221 su YouTube.com
Scritto da Bowel Diop
In Senegal, una donna vittima di uno stupro può essere condannata per avere deciso di prendere il controllo della propria vita decidendo di abortire.
Al pari di molti altri paesi africani, il 27 dicembre 2024, il Senegal ha ratificato [fr, come tutti i link successivi, salva diversa indicazione], il Protocollo di Maputo, un trattato dell'Africa, destinato a promuovere e proteggere i diritti delle donne e delle minori africane. In base alle disposizioni dell'articolo 14, i Paesi firmatari hanno il dovere di:
(…) autoriser l’avortement médicalisé en cas d’agression sexuelle, de viol, d’inceste, ou lorsque la poursuite de la grossesse met en danger la santé mentale ou physique de la mère ou la vie de la mère ou du fœtus.
(…) autorizzare l'aborto farmacologico in caso di violenza sessuale, stupro, incesto o pericolo per la salute mentale o fisica della madre e del feto.
In Senegal, tuttavia, questo diritto è lettera morta. Le organizzazioni di difesa dei diritti umani, come la Federazione internazionale dei diritti umani (FIDH), la Lega senegalese dei diritti umani (LSDH) e l‘Incontro Africano per la Difesa dei Diritti Umani (RADDHO), una ONG nazionale con sede a Dakar, hanno denunciato il mancato rispetto degli impegni internazionali da parte dello stato. Nel loro rapporto “Doppia punizione”, pubblicato nel 2024, le tre organizzazioni segnalano che l'articolo 14 del Protocollo di Maputo non viene applicato nella legislazione nazionale e che, di conseguenza, le donne vittime di stupri o incesto, si vedono obbligate a portare a termine le loro gravidanze.
Gli articoli 305 e 305 bis del Codice Penale del Senegal vietano l'aborto, salvo che nei rarissimi casi di aborto terapeutico per salvare la vita della madre. Questa situazione spinge molte donne, comprese le vittime di strupro o incesto, a ricorrere pratiche clandestine, pericolose e spesso mortali.
L'estensione del fenomeno è confermata da Prison-Insideria, la piattaforma francese di raccolta e diffusione di informazioni sulle carceri di tutto il mondo, secondo cui il 46% delle donne detenute nel carcere Liberté VI in Senegal sono state condannate per infanticidio.
È difficile che il diritto all'aborto venga riconosciuto, non solo per motivi giuridici, ma anche per fattori socioculturali.
Le motivazioni religiose non sono quelle a cui ci si appella maggiormente per giustificare il divieto all'aborto: sebbene più del 95% della popolazione senegalese sia musulmana, il paese è una repubblica laica, come stabilisce il primo articolo della Costituzione:
La République du Sénégal est laïque, démocratique et sociale. Elle assure l’égalité devant la loi de tous les citoyens, sans distinction d’origine, de race, de sexe, de religion. Elle respecte toutes les croyances.
La Repubblica del Senegal è laica, democratica e sociale. Assicura l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di origine, razza, sesso e religione. Tutti i credi religiosi sono rispettati.
In un contesto laico, il dibattito dovrebbe rimanere rimanere confinato al campo medico e giuridico. In medicina, si parla prima di tutto di feto. Va sottolineato che in alcune tradizioni musulmane si ritiene che l'anima venga infusa 120 giorni dopo la formazione dell'embrione e che, pertanto, interrompere la gravidanza prima di tale periodo non equivalga a mettere fine a una vita.
In qualunque caso, la donna ha il diritto di decidere del suo corpo senza coercizione da parte della communità religiosa. L'argomentazione, secondo cui un bimbo non nato non ha voce, cancella il diritto di una donna a cui non è stato chiesto il consenso?
Perché sacrificare una vita cosciente, già ferita, per una potenziale vita? Questo ragionamento non regge quando si considera la dignità, la salute mentale e fisica della donna. Il diritto a decidere autonomamente del proprio corpo dovrebbe avere la precedenza. Chiedere a una vittima di stupro o incesto di portare a termine la sua gravidanza indesiderata in nome di “un valore sociale” è ipocrita, una violenza e profondamente ingiusto.
Un altro argomento citato frequentemente in riferimento all'aborto è la tradizione. Ma quale “moralità” si vuole realmente proteggere? Se proteggere la “moralità” significa controllare il corpo di una donna, allora tale morale dovrebbe essere messa da parte. La vera “moralità” da proteggere è la dignità e la libertà delle donne, non il conservatorismo patriarcale.
La vera questione è il patriarcato che continua a essere alla base della decisione di ciò che le donne debbano fare del loro corpo. La forza di questa ideologia è tale che alcune donne la difendano, comprese quelle istruite. Ciò prova fino a che punto la cultura patriarcale è interiorizzata anche da coloro che dovrebbero smantellarla.
In Africa, le argomentazioni contro l'aborto sono spaventosamente simili e direttamente legate a tre ambiti: religione, tradizioni e “valori africani”. Si indeboliscono intorno al divieto di uccidere, che è presente in tutte e tre le religioni monoteiste, ovvero intorno all'idea che la pratica sia importata, sia aliena alla cultura locale e che minacci l'ordine morale tradizionale, che valorizza invece la maternità, vista come una benedizione. Un'altra argomentazione attuale è che il feto, innocente e indifeso, non può essere ritenuto responsabile delle circostanze della gravidanza.
Tuttavia, questi discorsi si basano fondamentalmente su emozioni, tabù, una forma di conservatorismo e quasi mai sulla scienza, i diritti fondamentali né sulla realtà della violenza sessuale. In Senegal, JGEN, una ONG che si batte contro la violenza di genere, ha moltiplicato le sue iniziative perché cessi la criminalizzazione delle vittime di stupro e incesto nel rispetto del Protocollo di Maputo.
Come donna, sono a favore del diritto all'aborto senza condizioni perché ritengo che ogni donna debba potere decidere liberamente ciò che è meglio per il suo corpo, la sua vita, la sua salute e il suo futuro. Nel caso di stupro o incesto in particolare, scegliere non dovrebbe essere un lusso, ma un diritto.
I giornalisti in prima linea e in esilio condividono lo stesso impegno per la verità
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Una giornalista durante un'intervista. Immagine per gentile concessione di ExileHub.
Exile Hub è uno dei partner di Global Voices nel Sud-est asiatico, nato in seguito al colpo di Stato del 2021 in Myanmar, con l'obiettivo di sostenere giornalisti e difensori dei diritti umani. Una versione editata di questo articolo [en, come tutti i link successivi] viene riprodotta in seguito a un accordo di collaborazione sui contenuti.
Alcuni se ne sono andati per sopravvivere. Altri sono rimasti per testimoniare. Insieme, fanno in modo che la storia continui a essere raccontata.
Per i giornalisti del Myanmar, questa non è più una scelta tra professione e sicurezza; è un negoziazione quotidiana tra sopravvivenza e responsabilità.
In occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa, celebrata a maggio, il significato stesso di “libertà di stampa” appare sempre più fragile. Da quando la crisi politica in Myanmar si è inasprita, i giornalisti sono stati oggetto di arresti, sorveglianza e dello smantellamento sistematico dei media indipendenti. Per molti, l’esilio è diventato l’unico modo per continuare a svolgere il proprio lavoro e sopravvivere.
Eppure, altri hanno deciso di restare.
Che si tratti di riportare notizie dalla prima linea o dall'estero, i giornalisti del Myanmar continuano a dare risalto alle voci e ai temi che più contano sul campo.
Il panorama mediatico del Myanmar ha subito un drammatico crollo. Le testate giornalistiche indipendenti sono state chiuse, le licenze revocate e i giornalisti arrestati in base a leggi arbitrarie.
Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), il Myanmar rimane uno dei Paesi in cui si registra il maggior numero di giornalisti incarcerati. Nel frattempo, Reporter senza frontiere (RSF) continua a classificare il Paese come uno dei più pericolosi per i professionisti dell'informazione. All'interno del Paese, raccontare la verità può portare alla reclusione o a conseguenze ancora più gravi.
Ecco perché molti giornalisti sono costretti a fuggire oltre confine per continuare a svolgere il proprio lavoro in condizioni frammentarie e spesso precarie.
“Adesso sono al sicuro, ma mi sento lontano dalla realtà sul campo. Ogni storia richiede uno sforzo maggiore e comporta rischi più elevati”, ha confessato un giornalista in un’intervista.
L’esilio sta rimodellando il giornalismo. I reporter fanno affidamento su reti clandestine, comunicazioni criptate e verifiche di seconda mano. La distanza complica l’accesso alle informazioni, mentre le preoccupazioni per la sicurezza rimangono sempre presenti.
Per molti non c'è una redazione, ma solo una videocamera, un portatile, stanze condivise e connessioni internet instabili.
Eppure, il lavoro prosegue.
Mentre molti giornalisti sono stati costretti all’esilio, altri sono rimasti.
Htet, borsista del programma Critical Voices e giornalista che opera dall’interno del Myanmar, continua il suo lavoro nelle zone di conflitto attivo, dove i rischi sono immediati e costanti.
“Se non riportiamo ciò che accade da qui, la realtà sul campo scompare”.
Il suo lavoro si svolge in condizioni estremamente restrittive. La minaccia della violenza o dei bombardamenti è sempre presente. Fare reportage significa spesso muoversi in territori e situazioni complesse e militarizzate, sotto sorveglianza e con reti di comunicazione inaffidabili.
Eppure la vicinanza offre qualcosa che l'esilio non può dare: l'accesso diretto agli eventi in corso, alle comunità e alle verità che altrimenti potrebbero passare inosservate.

Un giornalista al lavoro in condizioni precarie. Immagine per gentile concessione di ExileHub.
I giornalisti che si trovano in Myanmar e quelli in esilio restano strettamente legati. I primi forniscono resoconti di prima mano, spesso correndo grandi rischi personali. I secondi diffondono, verificano e garantiscono che le notizie raggiungano il pubblico di tutto il mondo.
Mon, un giornalista in esilio di 39 anni che ora vive a Mae Sot, racconta: “Contiamo gli uni sugli altri. Senza di loro, le nostre storie non raggiungerebbero il mondo. Senza di noi, alcune storie non esisterebbero”.
Insieme formano una redazione distribuita, che opera oltre i confini, sotto pressione, ma con un impegno condiviso verso la verità.
I giornalisti — sia quelli che hanno scelto di continuare a lavorare dall’interno del Myanmar sia quelli che sono stati costretti ad andarsene — devono affrontare sfide sia strutturali che personali.
Mon ha dichiarato: “A volte mi sento in colpa per essermene andato. Ma se smetto di fare reportage, allora a cosa è servito tutto ciò che abbiamo perso? Ho lasciato la mia casa, la vita che avevo costruito. Ma ora non voglio lasciare questa storia”.
Molti affrontano instabilità economica, incertezza sul proprio status legale e un accesso limitato a sistemi di sostegno a lungo termine.
In un momento in cui i giornalisti vengono messi a tacere, le loro voci continuano a farsi sentire oltre i confini.
Attraverso la campagna “Only My Voice Left” (Resta solo la mia voce) di Exile Hub, i giornalisti del Myanmar, sia in esilio che all'interno del Paese, raccontano le loro storie con le loro stesse parole. Queste testimonianze, che mettono in luce le difficoltà dei professionisti dell'informazione, spesso nascoste, costituiscono esse stesse atti di resistenza.
Ogni voce ci ricorda che dietro ogni titolo c’è una storia umana di perdita, coraggio e determinazione a continuare, come racconta un difensore dei diritti umani: “Anche se mi viene tolto tutto, la mia voce rimane.”
Il futuro resta incerto. Molti giornalisti non sanno se e quando potranno fare ritorno a casa. Altri continuano a lavorare in condizioni che cambiano di giorno in giorno. Eppure, il loro impegno non viene meno.
In occasione della Giornata mondiale della libertà di stampa 2026, ExileHub chiede più di un semplice riconoscimento.
Chiediamo collettivamente protezione per i giornalisti a rischio e sostegno duraturo per i giornalisti in esilio e quelli che operano all'interno del Paese.
Perché quando i giornalisti vengono messi a tacere, le società perdono non solo le informazioni, ma anche la verità, la responsabilità e la possibilità di ottenere giustizia.
La misura è stata duramente criticata dagli esperti
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Immagine realizzata da Global Voices.
La gestione del presidente di El Salvador, Nayib Bukele [it], si è contraddistinta per l'adozione di misure che cercano di limitare le libertà fondamentali dei cittadini, censurare il dibattito aperto e inclusivo su temi di interesse pubblico, la libertà di espressione, associazione e assemblea, oltre a un'eccessiva ingerenza nel regolare funzionamento degli organismi statali. La situazione è ulteriormente peggiorata a partire da marzo 2022 con la dichiarazione di uno stato di emergenza [es, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione], all'inizio della durata di un mese, ma che poi è stato prorogato ripetutamente fino al 25 maggio 2024.
Come si vive lo Stato di eccezione in El Salvador? Come sono stati colpiti la popolazione e la gestione istituzionale dei diritti umani?
Nel 2019, la campagna presidenziale dell'allora primo ministro – ora presidente – fu marcata da discorsi colmi di promesse in merito al fatto che si avrebbe prestato attenzione e dato un'effettiva soluzione ad alcuni dei problemi sociopolitici del paese. Questo includeva un'ampia agenda incentrata sulla continuità del processo di giustizia transitoria in corso per rendere conto delle gravi violazioni dei diritti umani, risarcire le vittime e fare luce sulla verità di quanto avvenuto tra il 1980 e il 1992, periodo nel quale lo Stato fu immerso in un complesso conflitto armato interno che lasciò un'eredità di più di 75.000 civili morti per mano dell'esercito e delle forze paramilitari.
Tuttavia, da quando ha assunto la carica, nessuna di queste misure si è materializzata e i sopravvissuti e le loro famiglie lottano ancora per essere riconosciuti e ottenere giustizia e risarcimenti.
Questo, insieme all'implementazione di permanenti riforme legali e regressive nell'ambito dei diritti umani, ha scatenato una crisi allarmante caratterizzata da abusi e da un uso smisurato della violenza da parte delle autorità. Negli ultimi anni sono emerse diverse denunce in relazione a casi di trattamenti crudeli, inumani e degradanti contro le persone incarcerate, morti occorse sotto custodia dello stato, intimidazioni giudiziarie contro giornalisti e difensori dei diritti umani e l'assenza di indagini per identificare gli autori di queste atrocità e fare luce sull'ubicazione delle vittime di questi abusi.
Come risultato di questa complessa situazione, diverse organizzazioni locali hanno manifestato la loro preoccupazione indicando che, nonostante il fatto che lo Stato di eccezione non rispetti i requisiti richiesti dagli standard internazionali per questa misura, lo stesso è stato prorogato in maniera continuativa per due anni per raggiungere un obiettivo: l'eradicazione delle bande e del crimine organizzato.
Il regime di Bukele ha anche colpito fortemente le persone che vivono in situazioni di povertà, in particolare quelle che hanno un basso livello di istruzione e impieghi precari e che abitano nelle zone stigmatizzate a causa dell'esclusione sociale o del controllo di gruppi armati
Allo stesso modo, sono stati colpiti giornalisti, mezzi di comunicazione indipendenti, attivisti, difensori dei diritti umani e dirigenti dei sindacati come conseguenza di un quadro legislativo che dà una parvenza di legalità alle limitazioni di un insieme di diritti e garanzie giudiziarie che, secondo gli standard e strumenti internazionali in merito alla protezione dei diritti umani, non possono essere oggetto di alcuna restrizione.
Una delle principali sfide che affronta El Salvador è la difficile crisi della sicurezza pubblica in conseguenza della lotta tra le autorità e le bande locali che si contendono il controllo del traffico e il micro-traffico.
Il 26 marzo 2022 il paese ha raggiunto una cifra record di 62 assassinii in un giorno dopo mesi di relativa riduzione dei livelli di violenza delle 62 maras, nome con il quale si definiscono le organizzazioni criminali attive nel territorio salvadoregno. Come conseguenza, il presidente Bukele prese la decisione radicale di dichiarare lo stato di emergenza nazionale, un pretesto perché certe libertà costituzionali potessero essere limitate.
Questa decisione è sfociata nell'adozione di un approccio sostanzialmente punitivo per affrontare l'insicurezza e la criminalità legata soprattutto ai gruppi criminali. Sono stati anche implementati modelli di cattura e detenzione di massa, oltre alla precarizzazione del contesto penitenziario, che ha dato luogo a un allarmante sovraffollamento nelle carceri.
In modo particolare, preoccupano le condizioni precarie di detenzione affrontate, nel paese, dalle persone private della libertà personale, tra le quali si possono citare, ad esempio, il sovraffollamento, la scarsa assistenza medica, l'alimentazione insufficiente, la restrizione nell'uso e consumo di acqua potabile, l'assenza di contatto con il mondo esterno causata dalla sospensione delle visite e telefonate, le cattive condizioni igieniche, il cattivo trattamento come i pestaggi e l'utilizzo di gas al peperoncino, oltre al ricorso eccessivo all'isolamento come forma di punizione per i reclusi.
Molte delle politiche governative rappresentano un passo indietro in materia di diritti umani. Settori della società civile hanno documentato un aumento considerevole delle azioni che violano la libertà di espressione e associazione. Le principali vittime di queste azioni sono state giornalisti, attivisti, sindacalisti e capi delle comunità, causando un ambiente ostile per l'esercizio di questi diritti fondamentali.
È stato anche registrato un aumento dei discorsi stigmatizzanti nelle reti social diretti contro le persone che difendono i diritti umani, i giornalisti e i mezzi di comunicazione indipendenti. Questi provengono dalle più alte autorità dello Stato, che hanno usato le risorse e i mezzi statali in modo improprio, estendendo le proprie intimidazioni e restrizioni agli ambienti virtuali.
L'aumento delle manifestazioni sociali e delle proteste convocate e organizzate da numerosi collettivi sociali, movimenti organizzati di vittime, sindacati e capi delle comunità per denunciare violazioni dei diritti umani nel quadro del regime di eccezione e reiterare le richieste per il rispetto dei diritti economici, sociali e culturali e la difesa della terra hanno provocato un'ondata di interferenze nell'esercizio di questo diritto, restrizioni alla libera circolazione attraverso blocchi o controlli e punti di accesso a certe aree per impedire la partecipazione dei cittadini.
Allo stesso modo è stato osservato un cambiamento nell'approccio della Polizia Nazionale Civile per quanto riguarda le proteste pacifiche. Nel passato, questo organismo si preoccupava di proteggere e facilitare l'esercizio di questi diritti fondamentali. Tuttavia, attualmente è evidente una tendenza verso una visione del ruolo della polizia orientata a intimidire, controllare e, in ultima istanza, frustrare la partecipazione delle persone a questo tipo di azioni collettive. Ancora più preoccupante è l'aumento delle azioni penali o amministrative contro individui che partecipano alle proteste, specialmente quelle convocate e capeggiate da organizzazioni sindacali in difesa dei diritti lavorativi dei loro iscritti.
In definitiva, il complesso panorama che attraversa il paese centroamericano lascia intravedere la necessità urgente di adottare una serie di politiche pubbliche incentrate sui diritti umani. Come affermano diverse organizzazioni che lottano per i diritti umani, incluse Human Rights Watch e Cristosal, con una serie di raccomandazioni contenute nei loro Rapporti sulla situazione dei diritti umani in El Salvador, le autorità devono intraprendere riforme legali integrali in accordo con le organizzazioni della società civile che diano priorità alla riabilitazione e al reinserimento sociale, al posto dell'attuale approccio punitivo. È fondamentale rafforzare l'indipendenza del potere giudiziario e garantire il giusto processo a tutti i cittadini. Inoltre, El Salvador deve promuovere la trasparenza e la responsabilità delle forze di sicurezza per creare fiducia tra i cittadini.
Nel 2026 un litro di miele si venderà tra i 10 e i 12 dollari, rispetto ai 7 dollari del 2025
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Apicoltori accanto a un alveare. Screenshot dal canale YouTube di Groupe Academia RD Congo.
Questo articolo [fr, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] di Elisha Kindy è stato pubblicato originariamente su IciCongo il 20 marzo 2026. Global Voices lo riproduce in virtù di un accordo editoriale.
Il cambiamento climatico ha un impatto negativo [en] sulle specie umane, animali e vegetali in tutto il mondo: è il caso della Repubblica Democratica del Congo, dove gli alveari si stanno inaridendo. Gli alveari svolgono un ruolo vitale per la sicurezza alimentare, non solo nel paese ma in tutto il continente.
Nel Nord Kivu, regione situata nell'est della Repubblica Democratica del Congo, nella città di Butembo, il cambiamento climatico colpisce direttamente il settore dell’apicoltura: gli alveari ormai producono a malapena e la produzione di miele è in forte calo. Inoltre, gli alberi non fioriscono. Questa situazione mette gli apicoltori in una condizione di precarietà preoccupante.
A Ndando, a circa dieci chilometri a sud di Butembo, dagli alveari non proviene alcun suono. Il noto apicoltore Mwanzi Zephanie, con una tuta da lavoro che lo copre dalla testa ai piedi e con un machete e una sega al fianco, offre una visita guidata ai suoi alveari. Ma il primo è vuoto, come anche il secondo e i successivi. L'apicoltore parla con amarezza:
C’est la première année que cela se produit, à cause du dérèglement climatique. Avant, le miel était abondant, surtout à partir du quatrième mois de l’année jusqu’au mois de juillet. Mais cette année, tout a changé. Des insectes inconnus attaquent les ruches et certaines abeilles finissent par s’en aller. Conséquences : le miel devient de plus en plus rare.
È il primo anno in cui si verifica, a causa del cambiamento climatico. Prima, il miele era abbondante, soprattutto a partire dal quarto mese dell’anno fino a luglio. Ma quest’anno tutto è cambiato. Insetti sconosciuti attaccano gli alveari e alcune api se ne vanno. Di conseguenza, il miele diventa sempre più scarso.
Da più di 30 anni, Mwanzi Zephanie si prende cura di circa dieci alveari. Vive di questo mestiere, che rappresenta il suo orgoglio e la sua identità. Ma ora non c’è più nulla per nutrire le colonie di api: né fiori né nettare, solo le conseguenze visibili di piogge irregolari, di siccità prolungate e di un clima diventato imprevedibile.
Il calo della produzione di miele si ripercuote direttamente sui mercati intorno a Butembo. Un litro di miele che nel primo semestre del 2025 veniva venduto a 7 dollari, nel primo semestre del 2026 viene contrattato tra i 10 e i 12 dollari, secondo i rivenditori. Questa inflazione indebolisce i consumatori: il miele, apprezzato per le sue virtù nutritive e terapeutiche, diventa un prodotto di lusso.
Vutsapu Michaël, presidente del consiglio di amministrazione dell’ONG Academia Group, organizzazione che promuove l’apicoltura e tutela l’ambiente nella regione, commenta:
Le climat ne nous laisse plus le choix.
Il clima non ci lascia altra scelta.
In questo articolo di IciCongo, possiamo comprendere in che modo le aziende di telecomunicazioni e l’insicurezza incidano sulle api nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
Preoccupato, Vutsapu Michaël suggerisce un cambiamento urgente:
Nous assistons à la disparition progressive des fleurs mellifères. Si rien n’est fait, l’apiculture va disparaître. Il est urgent de repenser nos pratiques et de préparer les producteurs aux exigences du climat actuel.
Assistiamo alla scomparsa progressiva dei fiori melliferi. Se non facciamo nulla, l’apicoltura è destinata a scomparire. È urgente ripensare le nostre pratiche e preparare i produttori alle esigenze del clima attuale.
Secondo quanto afferma, le organizzazioni e le ONG che potrebbero intervenire hanno difficoltà a fornire consulenza alle comunità, e spiega:
Aujourd’hui les pépinières forestières sont aussi affectées. Mais les formations sur le changement climatique coûtent de plus en plus cher, et les sensibilisations sur cette question demeurent insuffisantes.
Oggi anche i vivai forestali sono colpiti. Ma l’avanzare del cambiamento climatico costa sempre di più, e la consapevolezza su questo aspetto resta ancora insufficiente.
Nonostante questa crisi, Vustapu Michaël raccomanda di riforestare gli alberi melliferi, soprattutto la caliandra, la grevillea [it] e l’eucalipto mellifero [it]. Secondo quanto afferma:
Ces arbres résistent mieux aux variations climatiques et fournissent un nectar régulier.
Questi alberi resistono meglio alle variazioni climatiche e forniscono un nettare abituale.
L’ambientalista incoraggia gli apicoltori locali a seguire una formazione in apicoltura moderna e sostiene che gli alveari tradizionali sono meno resistenti alle perturbazioni climatiche:
Les ruches modernes protègent mieux les colonies d’abeilles et améliorent la production. Les apiculteurs doivent se conformer aux cycles climatiques plutôt qu’aux saisons habituelles, afin d’éviter des pertes inutiles.
Gli alveari moderni proteggono meglio le colonie di api e migliorano la produzione. Gli apicoltori devono adattarsi ai cicli climatici piuttosto che alle stagioni abituali, per evitare perdite inutili.
Così propone di frenare la deforestazione, limitare la pratica dei roghi, ripristinare le zone umide e proteggere le specie locali.
In questo articolo IciCongo racconta cosa accade quando il miele diventa motivo di tensione nell’est della Repubblica Democratica del Congo.
Tuttavia, per soddisfare la domanda di legna da ardere, di legname da segagione e di materiali da costruzione, le piantagioni di eucalipto, molto diffuse nella regione, vengono abbattute sempre di più.
L’ingegnera forestale Gloire Mulondi, docente presso la Facoltà di Scienze Agronomiche dell’Università Cattolica di Graben a Butembo (Nord Kivu), lamenta:
Cette coupe massive prive également les abeilles d’une ressource essentielle : le nectar.
Questo colpo massiccio priva anche le api di una risorsa essenziale: il nettare.
Oltre agli effetti del cambiamento climatico, i conflitti armati nel Nord Kivu hanno generato una crescente insicurezza nelle zone di produzione del miele e e favoriscono i movimenti massicci di popolazione. Come sottolinea un produttore, anche questo costituisce un fattore determinante: le ostilità impediscono ai produttori, che temono per la propria sicurezza, di accedere liberamente alle zone di produzione.
L'ex prigioniera politica Maria Kolesnikova propone di negoziare con Lukashenko, ma molti dissentono
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Screenshot dell'intervista di Maria Kalesnikava con Yury Dud, acquisita dal canale YouTube di Yury Dud. Uso consentito.
Durante la recente liberazione di prigionieri politici bielorussi [en, come tutti i link seguenti, salvo diversa indicazione], negoziato dagli Stati Uniti nel dicembre 2025, sono state scarcerate personalità politiche di spicco detenute durante le proteste bielorusse del 2020, tra cui Maria Kalesnikava [it].
Kalesnikava è stata per lungo tempo la seconda personalità politica di spicco, dopo Sviatlana Tsikhanovskaya [it], una delle figure simboliche dei movimenti di protesta e delle forze dell'opposizione bielorusse. Ha iniziato a occuparsi di politica poco prima delle elezioni presidenziali del 2020, entrando nel team della campagna politica del banchiere e filantropo Viktor Babariko [it], considerato il principale rivale di Lukashenko nelle imminenti elezioni. Nel giugno 2020, come ci ricorda Meduza [ru], un mese e mezzo prima delle elezioni, Viktor Babariko e suo figlio Eduard furono arrestati. Ed è allora che Kalesnikava è diventata il volto della campagna di Babariko, alleandosi con Sviatlana Tsikhanouskaya, l'unica candidata dell'opposizione ammessa a candidarsi. Insieme, hanno girato tutto il paese organizzando raduni politici (autorizzati come parte della campagna politica ufficiale).
Le elezioni presidenziali bielorusse del 2020 si sono tenute il 9 agosto. Lukashenko è stato eletto Presidente; Tsikhanouskaya è stata obbligata a fuggire [ru] in Lituania; sono scoppiate imponenti manifestazioni, poi soppresse dalle forze armate bielorusse. Nel settembre 2020, le forze di sicurezza hanno tentato di deportare Kalesnikava in Ucraina ma lei ha stracciato il passaporto proprio al confine, come ci racconta Meduza [ru]. Kalesnikava è stata arrestate condannata a 11 anni di carcere per il presunto tentativo di prendere il potere.
Kalesnikava e Babariko hanno scontato la pena in condizioni estremamente dure [ru], isolati dal mondo esterno, sotto pressione delle autorità carcerarie e senza adeguato accesso all'assistenza medica. È stato riportato che l'anziano Babaiko sia stato picchiato, ricoverato in ospedale e trasferito in una cella di punizione. Anche Kalesnikova è stata ricoverata in ospedale durante la detenzione.
La liberazione di Kalesnikova e Babariko ha suscitato entusiasmo, seguito subito dopo da controversie.
Il problema è che Maria Kalesnikava ha rilasciato dichiarazioni che vanno contro le “tradizionali” politiche sia dell'opposizione bielorussa all'estero che dei politici dell'Unione europea.
Il 19 gennaio 2026, in un'intervista con il Financial Times, ha dichiarato: “Più l'Europa isola la Bielorussia e più spinge il paese verso l'area di influenza russa, rendendo la Bielorussia meno sicura e meno prevedibile per l'Europa”. Questa affermazione è in linea con la sua argomentazione più generale secondo cui l'Unione europea dovrebbe aprire un canale di comunicazione con Lukashenko. “Lukashenko è una persona pragmatica. Capisce il linguaggio degli affari. Se è pronto a fare concessioni in ambito umanitario in cambio di una riduzione delle sanzioni, tra cui il rilascio di prigionieri e l'autorizzazione all'ingresso di media indipendenti e ONG in Bielorussia, sarebbe opportuno parlarne”, ha affermato. Kalesnikava
Il 3 febbraio, durante la riunione [ru] con il Primo Ministro lituano, Kalesnikova ha invitato a favorire la mobilità dei cittadini bielorussi tra Lituania e Bielorussia, evidenziando l'importanza di un maggiore movimento di persone verso l'Europa e proponendo il ripristino del servizio ferroviario passeggeri lungo la tratta Minsk–Vilnius, nonché quello degli autobus. Il Primo Ministro Inga Ruginienė ha risposto dicendo che al momento non ne vedeva l'opportunità [ru]. Nello specifico ha affermato:
It is understandable that the opposition wants to give people in Belarus moreche opportunities to see a different system, a democratic system, but for now we definitely do not see opportunities to allow more travel. We do not yet see opportunities to make relations warmer, while we see an unequivocal position from Belarus: hybrid attacks, balloons, our carriers not getting their vehicles back.
È comprensibile che l'opposizione voglia offrire al popolo bielorusso l'opportunità di conoscere un sistema diverso, ossia un sistema democratico, ma per il momento non vediamo l'opportunità di consentire maggiori spostamenti. Non intravediamo ancora l'opportunità di migliorare i rapporti fintanto che la Bielorussia continua a mantenere una posizione inequivocabile con attacchi ibridi, palloni aerostatici e sequestri dei veicoli dei nostri vettori.
In un'intervista con un famoso giornalista russo in esilio, Yury Dud, Maria Kalesnikova ha spiegato perché ritiene che sia necessario dialogare con Lukashenko. “Se il dialogo è servito a liberare persone, significa che abbiamo ottenuto un buon risultato. Se continuare a dialogare potrebbe mettere fine alla repressione e alla punizione di chiunque esprima liberamente la propria opinione, potremmo parlare di un ottimo risultato”, ha ribadito.
History has never seen eternal dictators, right? But it has happened before that dictators were followed by scorched earth. Why do we need scorched earth? We don't need it. We need people to feel free, to be able to strive for that
Nella storia non ci sono mai stati dittatori eterni. Ma in passato è già accaduto che i dittatori abbiamo fatto terra bruciata. Perché fare terra bruciata? Non ce n'è bisogno. Vogliamo che la gente sia libera e dobbiamo lottare per ottenere questo risultato.
La posizione di altri personaggi politici bielorussi in esilio, tra cui Tsikhanovskaya, è sempre stata contraria a qualsiasi forma di dialogo con Lukashenko. Inoltre, come fa notare il Financial Times, l'approccio di Klesnikava è contrario all'attuale politica dell'Unione europea, che consiste nel mantenere i contatti con le forze democratiche bielorusse in esilio, ridurre al minimo le interazioni il regime di Lukashenko, mantenere in vigore le sanzioni economiche e vietare il traffico aereo, oltre a inasprire le regole per il rilascio di visti a cittadini bielorussi.
La testata Belsat [ru], che attualmente lavora dalla Polonia, ha pubblicato [ru] le opinioni di altri bielorussi in esilio.
Il politico Pavel Latushko [it], che è stato il Ministro della cultura bielorusso prima del 2020, ha affermato che l'approccio proposto da Kalesnikava [ru] escluderebbe le forze democratiche bielorusse dal dialogo tra Minsk e Bruxelles.
Il politico Anatoly Lebedko ha evidenziato che [ru], durante gli oltre 30 anni del regime di Lukashenko, gli europei hanno ripetutamente tentato di dialogare con lui, proponendogli non solo una riduzione delle sanzioni ma anche investimenti. Niente di tutto questo ha mai portato ad alcun cambiamente e si è concluso più o meno nella stessa maniera: proteste divampate in tutta la Bielorussia seguite da una violenta repressione da parte di Lukashenko, con incarcerazioni dei dimostranti, poi rilasciati in cambio di un allentamento delle restrizioni da parte dei paesi occidentali.
Molti altri commentatori, come ricordato da Meduza [ru], hanno espresso le loro opinioni sui canali social. L'attivista ed ex-prigioniero politico Nikolai Dedok [ru], il rappresentante dell'associazione di opposizione dei funzionari di sicurezza bielorussi BelPol Vladimir Zhigar [ru] e l'ex-amministratore del fondo BySol, che ha fornito assistenza alle vittime della repressione, Andrei Strizhak [ru], hanno fatto notare che l'Europa ha ufficialmente interrotto il dialogo con Minsk non solo a causa della repressione dopo le proteste del 2020, ma anche in conseguenza della complicità del paese con la Russia dopo l'invasione su vasta scala dell'Ucraina nel febbraio 2022.
Nello specifico, Dedok ha dichiarato:
Dialogue with a dictator in itself is not yet a disaster. Especially if it is currently impossible to isolate him completely. And of course it is important for us to free our people, who are increasingly dying in prisons. The only question is on what terms this will be done. The position ‘free political prisoners at any cost’ is clearly a losing one, at least because recruiting new ones for Lukashenko is a matter of days. Therefore, the best dialogue with a villain always comes after pressure has been increased.
Dialogare con un dittatore non è in sé ancora un disastro, soprattutto quando è attualmente impossibile isolarlo completamente. Ed è ovvio che per noi sia importante liberare il nostro popolo, i cui rappresentanti stanno morendo sempre più numerosi in carcere. L'unica questione è semmai quali sono i termini. L'idea di ‘liberare i prigionieri politici ad ogni costo’ è chiaramente destinata a fallire perchè Lukashenko ne imprigionerebbe altri nel giro di pochi giorni. Quindi, il modo migliore per dialogare con un “antagonista” è farlo dopo aver aumentato le pressioni.
L'osservatore politico di Radio Liberty, Valery Karbalevich ha riferito a Belsat [ru] che il disaccordo sull'approccio più efficace da adottare con Lukashenko, ovvero inflessibile (come quello europeo) o flessibile (come quello dell'attuale amministrazione Trump), non è nuovo e si è solo intensificato nel tempo. Queste le sue parole:
Perhaps with the release of Viktor Babariko and Maria Kolesnikova, this current [in favor of negotiations] will become even stronger. But to what extent does it influence Europe’s position? I would not yet say that it does.
Forse con la liberazione di Viktor Babariko e Maria Kolesnikova, la corrente in favore delle negoziazioni si rafforzerà. In che misura influenzerà la posizione dell'Europa? Al momento direi che non ha alcuna influenza.
Il regime bielorusso non è troppo tenero con gli oppositori. Viasna, il movimento bielorusso per la difesa dei diritti umani ha descritto le orribili condizioni a cui sono sottoposti i dissidenti politici nel centro di detenzione temporanea (Akrescina) in attesa di giudizio. Riferiscono che le condizioni di detenzione ad Akrescina equivalgono a tortura. I detenuti vengono tenuti in condizioni disumane senza accesso a prodotti per l'igiene o ad abiti puliti per tutta la durata dei loro 28 mesi di custodia.
Benché sostenga l'ultimo rilascio di prigionieri politici bielorussi, Human Rights Watch fa notare che in Bielorussia ci sono ancora oltre 1100 persone in carcere per avere semplicemente esercitato pacificamente i propri diritti.
Tra loro ci sono il membro del consiglio direttivo dell'organizzazione per la difesa dei diritti umana Viasna e il difensore dei diritti umani Valiantsin Stefanovic; l'attivista e coordinatore dei volontari di Viasna Marfa Rabkova; e Nasta (Anastasia) Lojka, una famosa difensore dei diritti umani. Tutti sono stati condannati a pene carcerarie draconiane nella Bielorussia di Lukashenko.
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