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Nei centri di accoglienza di Gaza la privacy non è solo ridimensionata, ma completamente negata
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Rifugi e una toilette improvvisata allestita tra le tende. Foto dell'autore, utilizzata su autorizzazione.
di Marwa Rommaneh
Nelle prime ore del mattino, quando le scuole dovrebbero prepararsi ad accogliere gli studenti, i cortili sono invece affollati da gente che dorme per terra. Il trambusto inizia prima dell'alba e, poco a poco, si formano code davanti ai servizi igienici. Le scuole di Gaza non sono più luoghi di istruzione, ma centri di accoglienza per sfollati, in cui centinaia di famiglie condividono lo stesso spazio.
Nella prima settimana della guerra a Gaza [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] nell'ottobre 2023, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione (UNRWA) ha riferito che circa 218.600 sfollati avevano trovato riparo in 92 delle sue scuole sparse per la Striscia di Gaza, mentre molti altri cercavano rifugio nelle scuole pubbliche e in altri edifici. Con il passare del tempo, questi numeri sono aumentati e il sovraffollamento è diventato una realtà quotidiana radicata.
È facile rendersi conto, in questi contesti, che è venuto a mancare un elemento fondamentale: la privacy ha perso il suo posto nella quotidianità.
Tutto ciò che un tempo avveniva tra le mura domestiche adesso è sotto gli occhi di tutti. Cucinare, lavare, riposare e svolgere le faccende quotidiane: tutto si svolge in un unico spazio comune, alla vista di tutti. Non ci sono stanze, né porte chiuse, né angoli che offrano anche solo un momento di solitudine. La vita non scorre più in modo separato, ma in una costante sovrapposizione, dove i dettagli di ogni famiglia diventano parte di uno scenario collettivo ininterrotto.
La sovrapposizione non riguarda solo lo spazio fisico, ma anche l'impossibilità di stare da soli, anche solo per poco. Il silenzio si fa raro e il riposo diventa una pratica cauta, come se fosse una parentesi temporanea in un luogo che non concede stabilità.
Quando ho partecipato alle campagne di vaccinazione contro la poliomielite a Gaza, dove mi occupavo dell'inserimento dati e del supporto sul campo, il mio lavoro non si limitava alla sola dimensione amministrativa. Era un confronto quotidiano con quella realtà. Per raggiungere i bambini dovevo muovermi in spazi sovraffollati e lavorare in ambienti che non offrivano né comodità né privacy. Non c'era uno spazio dedicato all'interazione o all'assistenza; tutto avveniva in un contesto affollato, in cui i movimenti si intrecciavano di continuo con la vita quotidiana.
Con il passare del tempo, la mancanza di privacy non è più un aspetto secondario, ma parte integrante dell'esperienza di vita stessa. La vita è esposta, condivisa e sempre sotto gli occhi di tutti, e nulla rimane più “privato” nei termini in cui era inteso un tempo.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l'UNICEF hanno sottolineato le crescenti criticità sanitarie che gravano sui bambini di Gaza, in particolare la difficoltà di fornir loro assistenza sanitaria e di attuare campagne di vaccinazione in ambienti sovraffollati e con risorse limitate.
In questo contesto il sovraffollamento va oltre la semplice descrizione e diventa una condizione che influenza ogni aspetto: gli spostamenti, la comunicazione e persino le cure mediche. Ogni minimo dettaglio è vincolato dalla mancanza di spazio e dalla densità di persone, rendendo più complesse anche le attività più semplici.

Tende e rifugi per le famiglie sfollate a Gaza. Foto dell'autore, utilizzata con autorizzazione.
I bambini vivono questa realtà ogni giorno, spesso senza comprenderla appieno né riuscire ad adattarvisi. Mancano spazi dove giocare normalmente e un ambiente che dia loro un senso di sicurezza o di benessere. Le sfide sono ancora maggiori per i bambini con disabilità, costretti a vivere in condizioni che non rispecchiano i loro bisogni di base.
Nel 2024, secondo le stime di Save the Children, ogni mese circa 475 bambini gazawi hanno subito lesioni potenzialmente invalidanti a vita, come perdita di arti, deficit uditivi e gravi traumi oculari. Il sovraffollamento aggrava ulteriormente le difficoltà giornaliere, data l'assenza delle condizioni minime di sicurezza e privacy.
Nonostante si parli di “dopoguerra”, all’interno dei centri di accoglienza pare che ben poco sia cambiato. Persiste il sovraffollamento, lo spazio è sempre limitato e la vita quotidiana prosegue con le stesse routine che non lasciano margine alla sfera personale. Non c'è un vero e proprio ritorno alle proprie case, né alternative che offrano anche solo un minimo di comfort, ma solo il protrarsi delle medesime condizioni che, per quanto dure, sono ormai diventate la normalità.
Per “dopoguerra”, in un contesto del genere, non si intende una nuova fase, ma un prolungamento di ciò che l'ha preceduto. Le stesse code, gli stessi spazi condivisi e la stessa sensazione che la vita scorra costantemente in piena vista degli altri. È come se il tempo si fosse fermato nel momento dello sfollamento, senza offrire alle persone una concreta possibilità di recuperare alcunché delle loro vite precedenti.
Una tale continuità implica non solo condizioni immutate, ma anche il loro radicamento profondo. A lungo andare la mancanza di privacy non sarà più temporanea, bensì una condizione permanente che ridefinirà il modo in cui le persone si rapportano allo spazio e a sé stesse.
Lo sfollamento non comporta solo perdere la propria casa, ma anche tutto il proprio stile di vita, lo spazio che un tempo custodiva i piccoli dettagli della quotidianità e dava alle persone la semplice rassicurazione che una fetta della loro vita appartenesse solo a loro.
Abitare in centri di accoglienza non significa solo viverci temporaneamente, ma trovarsi in una nuova dimensione caratterizzata da un perpetuo sovraffollamento. La mancanza di privacy, col passare del tempo, smette di essere un fenomeno temporaneo e diventa un aspetto della quotidianità, una dinamica che ridefinisce il rapporto tra le persone, lo spazio e la vita stessa.
Non sono solo i muri a scomparire, ma anche quei confini che un tempo davano alla vita il suo senso più semplice: poter avere uno spazio tutto proprio, per quanto piccolo, dove nessuno ti osserva.
Tra il 2021 e il 2025, oltre 221 milioni di persone sono state colpite da eventi climatici estremi in Africa
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Fotomontaggio effettuato con Canva Pro, con screenshot dal video “Riscaldamento globale : che avvenire per l'Africa ?” [fr] da YouTube de France24. Uso ammesso.
Nel Togo settentrionale gli agricoltori non parlano più di stagioni ma di sorprese: le piogge arrivano nel momento meno prevedibile, e scarseggiano quando i semi sono già stati piantati. I raccolti muoiono e le famiglie preferiscono migrare. Secondo l'Agenzia nazionale metereologica del Togo, l'anno 2024 é stato contrassegnato da severe crisi di siccità che hanno provocato enormi perdite di raccolto, a causa delle quali molti agricoltori non sono stati in grado di rimborsare i prestiti ricevuti.
Ma il Togo non è il solo. Secondo il rapporto dell’organizzazione metereologica mondiale sullo stato del clima in Africa 2024, nel Corno d'Africa inondazioni e smottamenti hanno causato il decesso di centinaia di persone e la migrazione di oltre 700 000 altre verso Kenya, Tanzania e Burundi tra marzo e maggio 2024. Secondo un’analisi [en] della rivista indiana Down To Earth, basata sui dati mondiali sulle catastrofi (EM-DAT), il periodo 2021-2025 è stato il più deleterio in Africa degli ultimi quindici anni: oltre 221 milioni di persone [en] sono state colpite da eventi climatici estremi; i decessi legati alle catastrofi sono più che triplicati rispetto al periodo precedente [en].
Nel frattempo, a migliaia di chilometri, le diplomazie discutono leggi i cui effetti si potranno vedere solo tra anni su questi territori assetati. Questa distanza tra l'urgenza del territorio e la lentezza dei negoziati è ciò che l'Africa deve impegnarsi a colmare, non appena prenderà il via la COP 31. Il continente emette il minor quantitativo al mondo di gas che contribuiscono all'effetto serra, ma resta quello che ne subisce le conseguenze maggiori. Questa fondamentale ingiustizia deve tradursi in rivendicazioni precise, presentate con una voce univoca ed una strategia ben studiata.
Questa conferenza avrà luogo in un contesto particolare. Gli Stati Uniti, secondo emettitore mondiale, hanno ufficialmente ritirato l'adesione dalla Convenzione di Parigi nel gennaio 2026, annunciando il ritiro anche dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici [it] (CCNUCC), indebolendo la struttura multilaterale del clima. Al contempo, gli ultimi tre anni consecutivi sono stati i più caldi mai registrati, e le proiezioni prevedono un riscaldamento di 2,8°C entro il 2100, quasi il doppio dell’obiettivo di Parigi.
Questa realtà significa che milioni di persone in più verranno esposte all'insicurezza alimentare, all'aumento del livello delle acque, alle epidemie vettoriali ed alle migrazioni forzate. Mentre la Turchia accoglierà fisicamente la conferenza, l'Australia assumerà la presidenza delle trattative, una struttura diplomatica inedita nella storia della COP. Per l'Africa questa particolare struttura è un'opportunità: l'Australia, impegnata dalle domande dei piccoli stati isolani e dei pesi vulnerabili, può essere un alleato naturale se il continente saprà creare una buona coalizione.
L’Africa affronta quattro sfide principali. Prima battaglia, trasformare il Nuovo obiettivo collettivo quantificato sulla finanza del clima (NCQG), adottato dalle parti nel novembre 2024, in finanziamenti effettivi. L'accordo punta a mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari americani entro il 2035 [en] per i paesi in via di sviluppo, con una base di 300 miliardi all'anno stanziati dai paesi sviluppati. In teoria, è un passo avanti. Nei fatti, la storia recente invita alla prudenza.
L'obiettivo precedente di 100 miliardi di dollari annuali, promesso a Copenaghen nel 2009 per il 2020, non è stato raggiunto che nel 2022, quindi due anni dopo la scadenza, e con una proporzione prevalente basata sul meccanismo del prestito. I paesi africani hanno però valutato il proprio fabbisogno climatico in 2.800 miliardi di dollari per il periodo 2020-2030, con un deficit di 2.500 miliardi che deve venire coperto dalla comunità internazionale. Lo scarto tra le promesse e le effettive necessità rimane pertanto ancora enorme.
Ad Antalya l'Africa dovrà esigere tre cose concrete: che il NCQG venga attuato secondo la data concordata, che la percentuale di sovvenzioni venga significativamente aumentata rispetto ai prestiti, e che vengano messi in atto meccanismi di controllo trasparenti ed indipendenti.
Seconda battaglia: rendere l'adattamento una priorità nel budget. Ma ottenere in anticipo finanziamenti non sarà sufficiente, se questi finanziamenti andranno a finanziare le voci di cui l'Africa ha meno bisogno. I finanziamenti climatici storicamente hanno favorito l'attenuazione a svantaggio dell'adattamento. In 7 anni, il 59% dei finanziamenti approvati dal fondo verde per il clima in Africa hanno riguardato progetti di attenuazione, contro il solo 41% a favore dell’adattamento. Questo squilibrio è tanto più paradossale considerando che l'Africa, minima emettitrice, ha bisogno in primo luogo di adattarsi agli effetti di un cambiamento climatico che non ha causato.
Alla COP31 l'Obiettivo globale di adattamento dovrà entrare nella fase attiva. Il che significa che non sarà più sufficiente affermare che l'adattamento è una priorità: bisognerà misurare concretamente il sostegno pervenuto alla popolazione e correggerne lo squilibrio. L'Africa deve chiedere che almeno un 50% dei finanziamenti climatici sia destinato all'adattamento, secondo quanto concordato negli Accordi di Parigi. Senza di ciò, gli agricoltori del Togo settentrionale continueranno ad attendere piogge che non verranno più, mentre i fondi climatici finanzieranno progetti di energia rinnovabile nei paesi meglio dotati.
Terza battaglia : legare i Contributi determinati al livello nazionale di terza generazione (CDN 3.0) al finanziamento condizionale. La questione dei finanziamenti porta naturalmente a quella degli impegni nazionali. La nuova generazione di contributi determinati a livello nazionale, i CDN 3.0, sarà al centro delle discussioni di Antalya. Sottoposti nel 2025 per il periodo fino al 2035, costituiscono il terzo ciclo di revisione previsto dagli Accordi di Parigi, ed obbligano ogni paese ad incrementare progressivamente il proprio livello di ambizione climatica.
Questa volta, la posta in gioco è particolarmente alta: il bilancio mondiale della COP 28 ha rivelato che gli impegni attuali restano assolutamente insufficienti per mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5°C. Di conseguenza ogni paese dovrà sottoporre dei piani di azione rivisti, più ambiziosi e più concreti. Per gli stati africani questa richiesta è politicamente e tecnicamente delicata: impegnarsi in ambizioni elevate senza avere la garanzia dei finanziamenti che le renderanno possibile significa prendere un impegno la cui realizzazione dipende interamente dalla volontà di altri.
Prendiamo ad esempio il Togo : i suoi CDN rivisti prevedono una riduzione del 50,57% delle emissioni entro il 2030, ma esclusivamente con un sostegno internazionale. Senza un finanziamento esterno, questo impegno crolla al 20,51 %. Non si tratta di mancanza di volontà politica: è il riflesso di una realtà economica strutturale condivisa dalla quasi totalità dei paesi africani. Esigere dei CDN ambiziosi senza garantire i finanziamenti condizionali che li rendono possibili, è come chiedere a qualcuno di correre una maratona senza scarpe.
Ad Antalya l'Africa deve far inserire nelle definizioni finali un rapporto esplicito e stringente tra il livello di ambizione dei CDN e la garanzia di finanziamenti condizionali corrispondenti. L'ambizione non può essere unilaterale.
Quarta battaglia: Avere un peso nella governance climatica mondiale. Queste tre battaglie non possono essere vinte se non nel caso in cui l'Africa abbia un peso effettivo nelle decisioni. Il 2026 è un anno di svolta per il continente nell'architettura climatica mondiale. La COP 32 avrà luogo nel 2027 in Etiopia, e offrirà al continente una presidenza che si deve preparare fin da ora. È il momento di consolidare le coalizioni, affinare le posizioni comuni e dimostrare che l'Africa può negoziare, e non solo testimoniare.
Iniziative in tal senso sono già state prese e testimoniano una presa di coscienza in crescita. Dal 9 al 13 febbraio 2026, a Dakar, l'Istituto africano di sviluppo economico e di pianificazione (IDEP) ed il Centro d'eccellenza per la leadership e la guida per lo sviluppo dell'Africa (CELMAD) hanno formato diplomatici ed alti funzionari di 14 paesi africani sulla diplomazia climatica ed economica, strutturata specificamente in preparazione della COP 31 . Karima Bounemra Ben Soltane, Direttrice dell'IDEP, sottolinea che:
L'Afrique fait face à un paradoxe : des émissions minimales, un impact maximal. Cette formation est un investissement dans les diplomates qui transformeront notre vulnérabilité en plaidoyer.
L'Africa si trova di fronte ad un paradosso [en] : minime emissioni, massimo impatto. Questa formazione è un investimento nei diplomatici che trasformeranno la nostra vulnerabilità in difesa.
In questo incontro ogni decisione o compromesso avrà conseguenze dirette su milioni di vite che non vengono rappresentate ai tavoli delle trattative.
L'Africa non manca di legittimità, argomenti o dati per difendere un'agenda ambiziosa alla COP 31, ma, quello che forse le è mancato, è il coordinamento. Ad Antalya, come altrove, l'Africa non può più permettersi di arrivare a mani vuote.
Le organizzazioni di controllo della stampa chiedono un'indagine indipendente completa sulla questione
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

La prigione di Bomana a Port Moresby. Immagine tratta da un video del servizio su YouTube di TVWAN Online. Uso autorizzato.
Rebecca Kuku, esperta giornalista della Papua Nuova Guinea, ha spiegato di essere stata aggredita da guardie carcerarie nel centro di detenzione preventiva di Bomana dopo aver raccontato delle condizioni di vita dei reclusi. Il fatto ha allarmato i media locali che hanno chiesto un'indagine immediata e hanno incalzato le autorità affinché venga rispettata la libertà di stampa.
Kuku e altri giornalisti locali hanno informato che più di 50 prigionieri sono stati oggetto di aggressioni da parte delle guardie carcerarie, ma che queste hanno negato ogni addebito e hanno spiegato di aver solo cercato di evitare un tentativo di fuga.
In risposta al servizio, il primo ministro della Papua Nuova Guinea, James Marape, ha detto [en, come tutti i link seguenti, salvo diversa indicazione] che i prigionieri devono essere trattati con umanità.
Even in prison, human rights must be respected and those responsible for managing detainees must act within the law. Allegations of excessive force or mistreatment must be fully and independently examined.
Anche in prigione devono essere rispettati i diritti umani e i responsabili della sorveglianza dei detenuti devono agire secondo la legge. Le accuse di uso eccessivo della forza o maltrattamenti devono essere indagate totalmente e in modo indipendente.
Il 27 febbraio, quando Kuku ha visitato l'Ufficio del Servizio Carcerario a Port Moresby, ha spiegato di essere stata inizialmente aggredita verbalmente; in seguito è stata colpita alla spalla e i funzionari l'hanno minacciata per il suo reportage.
The National, diario online nel quale lavora Kuku, ha detto che le autorità devono controllare i funzionari che aggredirono la giornalista.
For warders to now assault a journalist is reprehensible and does nothing to improve the image of the service. We are fully supporting our journalist in filing a criminal assault case. We are calling on the Correctional Service command to look into this and discipline the officers responsible. We have lodged a complaint with the Correctional Service management.
È riprovevole che ora le guardie carcerarie aggrediscano una giornalista e questo non aiuta per nulla a migliorare l'immagine del servizio. La giornalista ha il nostro totale appoggio nel caso intenda presentare una denuncia per aggressione fisica. Chiameremo la persona a capo del Servizio Carcerario perché apra un'indagine su questo caso e punisca gli ufficiali responsabili. Presentiamo un reclamo contro l'amministrazione del Servizio Carcerario.
Kuku ha segnalato il tentativo di macchiare la sua reputazione nelle reti social e insiste nel rimarcare di non aver fatto nulla di male informando su quanto successo.
The pictures and videos were sent to all media houses [by inmates]. Similar reports were published/reported by all media houses.
Instead of blaming the media for doing our job, you should instead carry out an internal investigation and find out how these prisoners have access to mobile phones in the first place
Mainstream media is not a PR, we are not here to report the good only or write however way you want us to write news.
Our job is to tell it as it is. Whether it’s good or bad!
[I detenuti] inviarono le foto e i video a tutti i media. I media pubblicarono articoli simili.
Al posto di dare la colpa ai media per fare il loro lavoro, dovrebbero condurre un'indagine interna per scoprire come fanno questi prigionieri ad avere accesso ai cellulari.
I media tradizionali non sono relazioni pubbliche, non siamo qui per dare solo le buone notizie o per scrivere come voi volete si faccia.
Il nostro lavoro consiste nell'informare sui fatti così come sono, si tratti di buone o cattive notizie!
Il consiglio dei media della Papua Nuova Guinea esige che la polizia conduca un'indagine completa e indipendente sull'aggressione ai danni di Kuku. Il presidente, Neville Choi, condanna l'attacco e la minaccia contro uno dei suoi componenti e ha affermato che i giornalisti in Papua Nuova Guinea “devono essere rispettati per il fatto di informare ed educare il pubblico su quanto succede attorno a lui”.
Ha aggiunto che un cittadino può presentare un reclamo formale in forma scritta e può informare il Consiglio dei media quando non è soddisfatto di un servizio o abbia le prove che un giornalista è stato costretto a scrivere una storia.
Il presidente del Pacific Freeom Forum, Robert Iroga delle Isole Salomone, lo ha descritto come un “attacco importante contro la libertà di stampa e la sicurezza dei giornalisti che fanno il loro lavoro”.
No journalist should ever face intimidation or physical harm for reporting on matters of public interest.
Ms Kuku has filed a statement to Police and authorities must act swiftly to identify those responsible. This will demonstrate that such behaviour has no place within state institutions.
We also commend the National team and all editors and publishers who take swift action and call out these threats to their front line staff, particularly women journalists who are often targeted with specific verbal abuse, shaming and sexualised threats in ways that men do not suffer.
Nessun giornalista dovrebbe affrontare minacce né aggressioni fisiche per aver informato su fatti di interesse pubblico.
La signora Kuku ha richiesto alla Polizia e alle autorità di agire rapidamente e identificare i responsabili. Questo dimostrerà che questo tipo di comportamenti non ha posto all'interno delle istituzioni governative.
Lodiamo inoltre la squadra del The National e tutti gli editori e redattori che si sono attivati rapidamente segnalando le minacce contro i loro collaboratori, in particolare contro le giornaliste, che normalmente sono oggetto di abusi verbali, umiliazioni e minacce sessuali come invece non capita agli uomini.
A maggio 2025 la Papua Nuova Guinea è alla 78° posizione (su 180 paesi) nella classifica mondiale della libertà di stampa di Reporter senza Frontiere. L'associazione ha informato che, nel paese, i giornalisti “hanno ricevuto intimidazioni, minacce dirette, censure, richieste e tentativi di corruzione che hanno trasformato il giornalismo in una professione pericolosa”.
#PNG: CPJ calls on authorities in Papua New Guinea to thoroughly investigate and hold accountable the correctional service officers who allegedly assaulted journalist Rebecca Kuku. Attacks on the media undermine the public’s right to information.https://t.co/hTTWdP8vbS… pic.twitter.com/0FKNH3tTp7
— CPJ Asia (@CPJAsia) March 2, 2026
Comitato per la Protezione dei Giornalisti
La presunta aggressione alla giornalista Rebecca Kuku da parte di funzionari del servizio penitenziario è un richiamo preoccupante all'ostilità che continuano ad affrontare i giornalisti in Papua Nuova Guinea. Le autorità devono esigere assunzioni di responsabilità da parte dei colpevoli e inviare un chiaro messaggio sul fatto che non sarà tollerata alcuna violenza contro i giornalisti.Beh Lih Yi
Direttore regionale, Asia-Pacifico
———–
Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti incalza le autorità della Papua Nuova Guinea perché indaghino accuratamente e perché obblighino le guardie carcerarie che pare abbiano aggredito la giornalista Rebecca Kuku ad assumersi le proprie responsabilità. Gli attacchi ai media indeboliscono il diritto pubblico all'informazione.
In che modo la ricchezza globale sta cambiando l'accesso all'acqua a Guanacaste, in Costa Rica?
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Una foto aerea di Guanacaste, Costa Rica. Immagine tratta da una foto di Jean Paul Montanaro presso Pexels. Utilizzo gratuito.
Quando si pensa a un paese tropicale e costiero come la Costa Rica, la scarsità d'acqua non è solitamente la prima cosa che viene in mente. Eppure, Guanacaste, la provincia nord-occidentale del Paese, che prende il nome dall'albero nazionale, è la regione più arida. Amata per le sue spiagge di sabbia nera e i suoi aridi paesaggi tropicali, questa regione potrebbe facilmente essere scambiata per una parte delle Isole Canarie.
Il bilancio ambientale della Costa Rica offre un significativo motivo per festeggiare. Più del 25% del suo territorio è protetto [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] grazie a parchi nazionali e riserve, e il Paese si è posto obiettivi ambiziosi per raggiungere il 100% di energia elettrica da fonti rinnovabili, sostenuto da un modello energetico pubblico consolidato. A un esame più attento, tuttavia, la realtà è ben diversa.
Guanacaste è una regione caratterizzata da foreste tropicali secche, dove le temperature possono raggiungere i 35 gradi durante la stagione secca, che in genere va da dicembre ad aprile. In passato, gran parte della regione è stata trasformata in pascoli per l’allevamento del bestiame, causando una diffusa deforestazione dovuta al disboscamento e all’uso del fuoco per mantenere i terreni da pascolo. Di conseguenza, le foreste tropicali secche sono diventate uno degli ecosistemi più minacciati dei tropici. La storica emarginazione ha comportato anche una presenza statale relativamente limitata e istituzioni di pianificazione più deboli nella regione, il che può rendere difficile l'applicazione delle normative ambientali e delle restrizioni urbanistiche.

Un'immagine della regione di Guanacaste in Costa Rica. Licenza CC BY-SA 3.0, presso Wikimedia Commons.
Anche se negli ultimi decenni la copertura forestale è stata ripristinata, all'orizzonte si profilano sempre nuove pressioni. Adesso investitori immobiliari e acquirenti stranieri sono in cerca di terreni costieri per fini speculativi e per le seconde case. A partire dalla pandemia da COVID-19 (anche prima, ma soprattutto da allora), la regione era riconosciuta per la sua comunità dei nomadi digitali, e quelli che chiamo, con una certa ambivalenza, migranti per scelta di vita. Si tratta di persone piuttosto benestanti provenienti da paesi ricchi (specialmente nell'America del nord) che vivono stabilmente nella regione oppure possiedono una seconda casa e trascorrono almeno una parte dell'anno al sole.
Lungo la costa di Guanacaste, e in città come Tamarindo e Nosara, oltre il 60% delle case restano libero per sei mesi all'anno o più; un tasso di sfitto causato dal boom immobiliare che posiziona la regione uno dei luoghi in cui la speculazione cresce più rapidamente. Oltre a rendere le case meno accessibili per i residenti locali (che i costruttori riconoscono come “opportunità”) genera un'impatto pericoloso sia per l'ambiente che l'economia locale. Allo stesso tempo, l'isolamento storico della regione ne accresce oggi l'attrattiva per gli imprenditori edili e per chi si trasferisce in cerca di uno stile di vita diverso

Una foto aerea di Tamarindowiki del 2007. Licenza CC BY-SA 3.0, presso Wikimedia Commons.
Le case al mare “isolate”, le ville “appartate” o gli appartamenti con vista sull’oceano esercitano un forte fascino per l’esclusività del rifugio che offrono, consentendo ai residenti di vivere lontani dalle pressioni e dalla routine dei loro paesi d’origine, pur partecipando ai flussi globali di ricchezza e consumo.
Economicamente e socialmente isolato dalle comunità circostanti, i complessi turistici in stile enclave assumono la forma di quartieri recintati, resort di lusso e case vacanza che funzionano come spazi autonomi.
A Guanacaste, le ville collinari e le abitazioni con vista sull'oceano incarnano questo modello. La loro progettazione degli spazi offre occasioni di interagire con la popolazione locale, in quanto molte case sono costruite su colline o vicino alla costa, lontano dai villaggi dove originariamente viveva la popolazione. Sebbene questi sviluppi creino alcuni posti di lavoro nel settore dei servizi, come giardinieri, addetti alle pulizie, guardie di sicurezza e camerieri, gran parte dei profitti generati da queste strutture finisce poi all'estero.

Una villa isolata sul fianco di una collina in Costa Rica. Screenshot da YouTube.
Queste relazioni sociali globali ineguali sono particolarmente evidenti nel divario economico tra gli stranieri benestanti che vivono a Guanacaste e i migranti nicaraguensi, il cui lavoro indispensabile è alla base dei settori dell'edilizia e dei servizi.
Le politiche volte ad attrarre i superricchi e gli investimenti stranieri hanno alimentato uno sviluppo edilizio residenziale rapido e spesso non regolamentato. Nonostante la provincia sia geograficamente ampia, questa crescita si è concentrata lungo la fascia costiera. Insieme, queste pressioni hanno trasformato l'accesso all'acqua nel problema ambientale della regione più urgente.
Le residenze lussuose generano non solo cambiamenti del paesaggio e dell'economia locale, ma sovraccaricano il sistema idrico. Guanacaste è sempre stata una regione tropicale arida, caratterizzata da lunghi periodi di siccità e variazioni stagionali, ma il cambiamento climatico sta intensificando queste condizioni, a esercitare una pressione ancora maggiore su un ecosistema già arido.
Queste pressioni non sono state accompagnate da un'efficace gestione delle risorse idriche. Per anni, le istituzioni pubbliche non dispongono di dati attendibili sulla quantità d'acqua che le falde acquifere costiere di Guanacaste sono in grado di fornire in modo sostenibile, mentre migliaia di pozzi prelevano quantità sconosciute dal sottosuolo. Ricerche dimostrano che diverse falde acquifere lungo la costa del Pacifico sono già state usate eccessivamente o contaminate dall'acqua di mare, in particolare nelle zone caratterizzate da un intenso sviluppo turistico e residenziale.
La speculazione immobiliare ha anche messo a rischio l'accesso all'acqua potabile delle comunità costiere. In alcuni casi, ha consentito concessioni fondiarie discutibili in zone costiere pubbliche come la zona Maritime Terrestrial [es], una striscia di terreno protetta dalla legge destinato ad uso pubblico, e contribuito alla distruzione di ecosistemi di mangrovie per fare spazio a progetti edilizi su larga scala.
Mentre i grandi alberghi e i complessi residenziali di lusso spesso si assicurano un accesso costante all'acqua, le comunità locali devono affrontare sempre più spesso situazioni di carenza e restrizioni. A partire dal 2020, le costruzioni in Costa Rica hanno formalmente riconosciuto l'accesso [en] all'acqua potabile come diritto umano fondamentale, eppure in luoghi come Guanacaste, le comunità sostengono che la rapida espansione del turismo e lo sviluppo immobiliare sta verificando come tale diritto venga applicato nella pratica. Un’ indagine sulla qualità dell'acqua negli acquedotti di Guanacaste, pubblicata nel marzo 2026, sottolinea come la mancanza di investimenti nelle infrastrutture idriche abbia contribuito al deterioramento della qualità dell'acqua nella regione. Secondo l'autorità di regolamentazione dei servizi pubblici ARESEP, dozzine di acquedotti mostrano segni di contaminazione [es], incluse le coliformi fecali, spesso riconducibili all'obsolescenza delle infrastrutture e alle limitate capacità tecniche e finanziarie dei gestori idrici locali.
In questo contesto di infrastrutture sovraccariche e investimenti disomogenei, l'acqua è diventata sempre di più una risorsa strategica legata al turismo e gli interessi immobiliari. In alcune comunità, il controllo sulle infrastrutture idriche si è spostato dai residenti verso soggetti privati, alimentando i timori di espropriazione. Il confine tra fornitura pubblica e controllo privato è stato ulteriormente offuscato dal ricorso del governo ai finanziamenti privati per i sistemi idrici, rafforzando l'influenza dei promotori immobiliari sulle risorse locali e alimentando la sfiducia su chi, in ultima analisi, regoli l'accesso all'acqua.
A quanto pare, i costruttori non sono così buoni vicini. A partire dai primi anni 2000, l'espansione del turismo e sviluppo residenziale ha causato ripetutamente conflitti [en] tra comunità, investitori e autorità statali in merito all'accesso all'acqua.
In tutta la provincia di Guanacaste sono sorti conflitti simili ovunque il turismo e l'espansione residenziale abbiano registrato la crescita più rapida. Nella comunità rurale di Sardinal, il progetto di prelevare l'acqua da una falda acquifera interna per rifornire gli alberghi e le abitazioni della zona costiera ha scatenato proteste dopo che i residenti hanno scoperto che il progetto era andato avanti a loro insaputa. A Potrero, una comunità costiera tradizionalmente dedita alla pesca è diventata una rinomata destinazione turistica, le pressioni esercitate dai costruttori immobiliari e le autorità statali hanno minacciato l'autonomia di un acquedotto gestito da tempo dalla comunità [es], facendo temere che l'acqua locale potesse essere dirottata verso progetti di lusso. Nel caso della falda acquifera di Nimboyores a Santa Cruz, il governo ha intenzione di sfruttarlo (presentato come una risposta alla carenza idrica nella regione) ha dato il via a anni di resistenza della comunità, mentre i residenti sostenevano che il vero problema non risiedesse nella carenza locale, bensì nella crescente domanda generata dal turismo e dallo sviluppo immobiliare.
Più di recente, la comunità costiere di Marbella è diventato un altro punto nevralgico nella guerra dell'acqua. Gli interessi immobiliari prendono il controllo degli acquedotti rurali mentre pozzi installati illegalmente sono stati realizzati all'interno di complessi residenziali per rifornire le seconde case. Le autorità hanno identificato un gran numero di pozzi non autorizzati nell'area, acrescedo così la preoccupazione per l'esaurimento delle falde acquifere e la salinizzazione. Nonostante le sentenze dei tribunali e le inchieste dei media che hanno messo in luce irregolarità nell'uso del suolo e nel prelievo idrico, i lavori di costruzione sono proseguiti e i membri della comunità che si oppongono ai progetti denunciano atti di intimidazione. Come risposta, i residenti locali hanno organizzato [en] per difendere il loro diritto all'acqua contro quello che definiscono un modello di sviluppo estrattivo che privilegia l'edilizia di lusso rispetto all'accesso ai servizi di base.
Le difficoltà che Guanacaste deve affrontare non sono un caso isolato. Un report pubblicato, in vista della Conferenza delle Nazioni Unite sull'acqua del 2026, intitolata Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era (Il fallimento idrico globale: vivere al di là delle nostre risorse idriche nell'era post-crisi), si avverte che le falde acquifere di tutto il mondo si stanno avvicinando a un punto di rottura dopo decenni di estrazione intensiva, a cui si aggiungono l'inquinamento e l'aumento della domanda causato.
In un'epoca caratterizzata da un'intensa mobilità transnazionale, la distribuzione diseguale dei diritti e delle esperienze nelle comunità ospitanti riflette dinamiche sottostanti di potere e privilegio che richiedono un'analisi più approfondita.
La responsabilità dei capi religiosi nella lotta contro l'estremismo violento
pubblicato in origine su Global Voices in Italiano

Screenshot dal canale Youtube Deutsche Welle's YouTube channel
Diversi fattori come la Storia della regione, la sua geografia, politica ed economia sono stati identificati come elementi che giocano un ruolo fondamentale nell'emergente violenza estremista nel Sahel [it] e nell'Africa occidentale.
Per estremismo violento s'intende qualsiasi dottrina intransigente di cui i seguaci rifiutano qualunque moderazione o altra alternativa contraria alla loro filosofia. Più precisamente, questo estremismo può assumere diverse forme, tra cui quella politica, economica, sociale o religiosa.
In seguito all'ondata dei movimenti per l'indipendenza nel 1960, [fr, come i link seguenti, salvo diverse indicazioni] molte nazioni africane si sono trovate a dover governare i loro affari prima che un sistema democratico potesse essere instaurato. Tuttavia, tali paesi non avevano previsto le varie forme di estremismo, risultato di alcuni fattori tra cui le diversità delle religioni e delle etnie nella regione,una minaccia per la convivenza pacifica. Infatti, in Africa coesistono 2000 gruppi etnici. [en]
In un'intervista con Global Voices (GV) sulla responsabilità dei capi religiosi nella lotta contro l'estremismo violento, Michel Alopko, segretario generale del Quadro di Consultazione delle Confessioni Religiose del Benin, spiega che l'estremismo violento è spesso caratterizzato da “una deviazione linguistica,”
Diversi gruppi, che siano religiosi, politici, ambientali, etno-nazionalisti, possono tutti portare all'estremismo violento. Secondo il professor Jocelyn Bélanger, esperto dei processi di radicalizzazione, “Il fattore principale che spinge una persona a far parte di gruppi radicalizzati è la sofferenza sociale.”
Perciò, nel processo di radicalizzazione violenta, l'ideologia emerge solamente dopo il momento in cui l’ individuo diventa parte del grruppo. Secondo Bélanger, “L'educazione religiosa tradizionale sarebbe addirittura un controindicatore” nel processo di radicalizzazione.
Nel Sahel, diversi fattori potrebbero contribuire all'emergere e alla diffusione dell'estremismo violento: come ad esempio la marginalizzazione di certi gruppi etnici rispetto ad altri, la diseguaglianza, la discriminazione, la cattiva interpretazione dei precetti religiosi, in particolare nella religione islamica e quella cristiana, la cattiva gestione delle risorse pubbliche, la corruzione, i diritti civilie le libertà negati, poche opportunità di lavoro e scarsi mezzi di sostentamento.
L'attuale segretario generale delle Nazioni Unite illustra tramite un tweet che diversi fattori potrebbero essere la causa della diffusione del terrorismo:
« Le terrorisme resserre son emprise en traquant et en exploitant les faiblesses et l’instabilité des systèmes politiques, économiques et sécuritaire ».
—@antonioguterres s'exprimant sur la lutte contre le terrorisme et prévention de l'extrémisme violent. https://t.co/zwS8srnL2c pic.twitter.com/Wo7KEZV61G
— Nations Unies (ONU) (@ONU_fr) March 29, 2023
“Il terrorism0 ottiene un punto di appoggio sfruttando la vulnerabilità e l'instabilità, presenti nella politica, nell'economia, e nei sistemi di sicurezza.” ù
@antonioguterres si concentra sulla lotta contro il terrorismo e la prevenzione dell'estremismo violento.
In quest'altro tweet, l'attivista Jeunesse Wakanda condivide la sua opinione sulla correlazione esistente fra la religione e l'estremismo violento:
Ce qui était valide en août 2018 dans ces images, l'est toujours aujourd'hui. L'extrémisme violent est une notion qu'on nous a parachuté car la religion en Afrique est pacifique. pic.twitter.com/xzHvpq3REr
— Jeunesse Wakanda #Afrique #Soutien
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