Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
La guerra agghinda le parole, da sempre. Ogni volta qualche aggettivo si svuota un po’ di più del suo significato originale per ammansire la realtà finché non bastano più gli occhi per osservarla.
L’attacco israeliano in combutta con gli Stati Uniti che ha incendiato il Medio Oriente viene definito su alcuni giornali come “legittimo”. Legittimo lo dice anche il dizionario, dovrebbe voler dire che è fatto seguendo la legge eppure qui non c’è nessuna norma che sancisce il diritto di ammazzare anche il peggiore dei tiranni.
Ogni volta nella storia una guerra non è mai chiamata guerra: è sempre una risposta a un pericolo o a una provocazione. Se la minaccia non è dimostrabile allora la si chiama attacco preventivo, una sorta di legittima difesa senza bisogno nemmeno dell’offesa. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ieri si è addirittura superato: ha spiegato che l’attacco Usa era preventivo perché Israele aveva intenzione di bombardare l’Iran e l’Iran “avrebbe immediatamente reagito contro di noi, e non avremmo potuto restare fermi ad assorbire il colpo prima di rispondere”. Che agli Usa spettasse scongiurare l’attacco israeliano è un’ipotesi che non ha nemmeno sfiorato la Casa bianca.
A proposito, certi spudorati giornaletti stanno versando litri di inchiostro per invitare all’esultanza. Dicono che un’eventuale liberazione dall’oppressione di donne e bambini. La liberazione degli oppressi è il claim anche dei liberali e di qualche infiltrata nel Partito democratico. Tutto bello, tutto vero, se non fosse che i presunti liberatori dovrebbero essere quel governo di Israele che verrà condannato dalla storia e dal loro dio per la sistematica strage proprio di donne e di bambini che ha perpetrato (e perpetra ancora) nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.
Senza vergogna, i signori della guerra.
Buon martedì.
Ci risiamo. Washington torna a parlare di “liberare” uno Stato dalla tirannia e questa volta tocca all’Iran. È un lessico che abbiamo già sentito. Prima Baghdad, poi Tripoli, poi Caracas. Ogni volta la promessa è la stessa: democrazia, diritti, futuro ma ogni volta la sequenza reale racconta ben altro.
In Venezuela, ad esempio, la rimozione di Nicolás Maduro all’inizio del 2026, attraverso un’operazione militare statunitense dai contorni giuridici simili a quelli di queste ore, è stata presentata come l’alba di una nuova stagione. Nei giorni successivi Donald Trump ha rivendicato l’intenzione di “governare il Venezuela”. Poi sono iniziati i tavoli veri: negoziati con figure di continuità dell’apparato chavista, accordi sulle concessioni petrolifere, rassicurazioni alle major energetiche. La transizione democratica è rimasta sullo sfondo.
La dinamica è stata lineare: sostituzione del leader sgradito, permanenza di gran parte delle strutture di potere, priorità alla stabilità estrattiva. La coalizione democratica guidata da María Corina Machado, pur forte di un riconoscimento internazionale, è stata marginalizzata mentre Washington trattava con Delcy Rodríguez e con gli attori ritenuti affidabili per garantire continuità contrattuale. La libertà evocata nei comunicati è diventata una cornice retorica. Sul terreno invece si è consolidato un regime ibrido, curiosamente compatibile con gli interessi energetici occidentali.
Anche l’Italia si è appiattita su quella traiettoria. Antonio Tajani ha parlato di “occasione storica” e la fase post-regime è stata raccontata come stagione di normalizzazione. Poi in Parlamento le informative si sono concentrate sui margini per tutelare i crediti e sugli spazi per rafforzare la presenza italiana nel settore energetico. Le ricostruzioni diplomatiche citano vertici a Washington fra governo italiano, amministrazione Trump e grandi attori del petrolio per “mettere in sicurezza” contratti e infrastrutture. In quel quadro diritti, riforme e giustizia di transizione restano semplicemente delle variabili laterali.
Il secondo capitolo riguarda i migranti. Per anni la retorica statunitense aveva legato la “liberazione” del Venezuela alla fine dell’esodo. È accaduto l’opposto. Con il “big, beautiful bill” approvato in luglio, quasi 50 miliardi di dollari sono stati destinati al muro e miliardi aggiuntivi a politiche restrittive. La chiusura dell’app della Customs and Border Protection ha eliminato uno degli ultimi canali per fissare appuntamenti d’asilo. Migliaia di venezuelani sono rimasti bloccati in Messico.
Come racconta un’inchiesta del Guardian a Vallejo, a Città del Messico, oltre duecento persone vivono in baracche di pallet e plastica lungo un binario ferroviario, senza acqua corrente né servizi adeguati. Edicson Parra, partito nell’agosto 2024 con moglie e quattro figli, lavora in un cantiere per 20 dollari al giorno. «Il sogno americano è una menzogna», racconta. Angela Ortegana Garboza ha attraversato il Darién subendo violenze. Andrés Castro ha perso una gamba tentando di salire sulla “Bestia”. Hanno creduto alla promessa di una svolta politica a Caracas. Hanno trovato un limbo strutturale, fatto di attese, sgomberi annunciati, frontiere chiuse.
Mentre le famiglie attendono uno sgombero, a Washington e nelle capitali europee si discute di greggio, crediti, quote di mercato. Il diritto internazionale, invocato con fermezza in altri teatri, è stato piegato a un’operazione unilaterale priva di mandato Onu. Nei primi giorni molte testate italiane hanno celebrato la “fine del dittatore” ma poi l’attenzione è scivolata altrove, insieme alle domande sulla legalità dell’intervento e sulla sorte dell’opposizione democratica.
È questo il precedente che pesa quando si evoca l’Iran. L’idea che il cambio di regime possa essere un atto chirurgico, separato dalle conseguenze sociali, dalle fratture istituzionali, dagli interessi economici in gioco. L’esperienza venezuelana mostra una sequenza diversa: intervento, riallineamento energetico, stabilizzazione autoritaria, crisi migratoria permanente.
Se l’obiettivo dichiarato è la democrazia, servono elezioni libere, giustizia di transizione, garanzie costituzionali, tutela dei diritti e un calendario vincolante. Se invece la priorità resta la sicurezza delle forniture e la gestione dei flussi, allora il copione è già scritto. Caracas offre un laboratorio recente e documentato. Prima di parlare di Teheran, conviene studiarlo senza slogan e senza amnesie selettive.
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La guerra che si allarga verso Teheran stringe di nuovo la Striscia. I valichi restano chiusi, i camion fermi, il carburante razionato. Israele motiva la decisione con esigenze di sicurezza mentre le sirene suonano a Beer Sheva e nel sud. Gaza intanto scivola fuori dall’inquadratura pubblica, come se l’emergenza potesse attendere la fine di un altro fronte.
Nei mercati la tensione si misura a chili di farina. Le famiglie comprano quello che trovano, accumulano, calcolano i giorni. Le organizzazioni umanitarie parlano di scorte che coprono poche settimane; alcune cucine comunitarie riducono le porzioni. Il carburante è la soglia decisiva: senza diesel si fermano i generatori degli ospedali, gli impianti di desalinizzazione, le pompe delle fognature. La crisi umanitaria procede per sottrazione, toglie pezzi ogni giorno.
Dal lato israeliano la postura è quella di un Paese sotto attacco. Scuole chiuse, mobilitazione, dichiarazioni ufficiali che collegano la chiusura dei varchi alla guerra con l’Iran. È una catena lineare: escalation regionale, priorità militari, blocco dei passaggi. In mezzo restano due milioni di persone già stremate da mesi di bombardamenti e assedio.
Pochi giorni fa si parlava di ricostruzione e di fondi promessi. Oggi la misura concreta sono i camion che non entrano e le cisterne che si svuotano. Ogni tregua che dipende da un cancello resta sospesa alla decisione di chi controlla quel cancello. Gaza vive così, appesa a un interruttore esterno. E quando il conflitto cambia scala, la Striscia torna a essere una variabile subordinata, un corridoio logistico dentro una guerra più grande.
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La maggioranza ha fermato la proposta di quattro mesi di congedo parentale paritario per i padri e l’aumento dell’indennità al 100 per cento per tre mesi da utilizzare entro i primi sei anni di vita del bambino. La Ragioneria generale dello Stato ha sollevato obiezioni sui costi prima ancora dell’esame parlamentare. Il risultato è che l’Italia resta ancorata a un impianto che, sulla carta, consente la condivisione, nella pratica continua a scaricare la cura sulle madri.
In Italia il congedo di maternità obbligatorio dura cinque mesi, con indennità di norma pari all’80 per cento della retribuzione. Per i padri il congedo obbligatorio resta di dieci giorni lavorativi intorno alla nascita. Dopo questa fase, il congedo parentale arriva fino a sei mesi per ciascun genitore, con un massimo complessivo di dieci mesi, elevabili a undici se il padre si assenta per almeno tre mesi. Dal 2025–2026 l’indennità riconosce tre mesi all’80 per cento e, per il resto, il 30 per cento della retribuzione media; la fruizione si estende fino ai quattordici anni del figlio.
Quando l’indennità scende al 30 per cento, la famiglia fa i conti. I differenziali salariali di genere trasformano la decisione in un automatismo: spesso si assenta chi guadagna meno, nella maggior parte dei casi la madre. Così il congedo diventa un acceleratore di disuguaglianze: interruzioni più frequenti, avanzamenti rallentati, salari che perdono terreno. Nel linguaggio quotidiano significa settimane che si allungano in assenze difficili da sostenere; nel linguaggio del lavoro significa rinunce e part-time dopo la nascita. L’assenza di una quota lunga e ben retribuita riservata ai padri mantiene intatto l’equilibrio tradizionale nella divisione dei compiti familiari.
Il confronto europeo è netto. La direttiva Ue 2019/1158 sul work-life balance fissa standard minimi: dieci giorni di paternità e quattro mesi di congedo parentale individuale per genitore, con due mesi riservati a ciascuno e retribuzione adeguata definita dagli Stati. Molti Paesi hanno usato quel minimo come leva: quote personali per i padri, indennità alte, periodi lunghi. L’Italia resta vicina al minimo, mentre altrove il congedo diventa un diritto individuale dei padri, con un disegno che lega esplicitamente politica familiare e mercato del lavoro.
In Spagna il “permiso por nacimiento y cuidado” arriva a 19 settimane per ciascun genitore, pagate intorno al 100 per cento della base retributiva di sicurezza sociale: il periodo resta personale e, se un genitore lo lascia inutilizzato, quel tempo si perde. In Portogallo il congedo iniziale prevede 120 giorni al 100 per cento o 150 giorni all’80, con estensione fino a 180 giorni in caso di effettiva condivisione, mantenendo un’indennità tra l’83 e il 90 per cento. In Francia la paternità è stata portata a 28 giorni e il governo ha aperto il cantiere di un ulteriore congedo di nascita di due mesi per ciascun genitore dal 2027.
Nei Paesi nordici la logica è più esplicita. In Svezia i genitori hanno 480 giorni per figlio e 90 giorni riservati a ciascun genitore. In Norvegia si sceglie tra 49 settimane a salario pieno o 59 settimane all’80 per cento, con quote individuali. La quota personale spinge l’uso da parte dei padri e consolida nel tempo una distribuzione più equilibrata del lavoro di cura.
Il divario italiano riguarda durata, retribuzione e disegno. Dieci giorni obbligatori per i padri restano una soglia simbolica; tre mesi all’80 per cento rappresentano un passo, però isolato in un impianto che torna presto al 30 per cento. La distanza dall’Europa si misura in buste paga e scelte di vita: chi può permetterselo compra tempo, chi resta senza margini rinuncia. Nei sistemi che hanno investito di più, l’occupazione femminile cresce e la penalizzazione di carriera si attenua; dove l’indennità è bassa, la condivisione resta episodica.
Anche la questione demografica si intreccia con questo quadro: sostenere economicamente i primi anni di vita significa ridurre l’incertezza che accompagna la decisione di avere figli. In Italia il congedo parentale resta una tutela esistente ma fragile, formalmente ampia e sostanzialmente limitata nella sua capacità di riequilibrare davvero tempi, redditi e opportunità.
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Ci siamo. Il centrodestra ha depositato alla Camera una proposta di legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza alla lista o coalizione che superi il 40 per cento, con possibile ballottaggio tra il 35 e il 40 per cento. Nel testo base mancano le preferenze: l’elettore vota il simbolo, l’ordine di elezione lo decidono le segreterie. Liste bloccate, candidati scelti dall’alto, Parlamento di “nominati”. È una legge elettorale che Meloni e Salvini avrebbero odiato, fino a qualche settimana fa: è la fotografia ricostruita anche da Pagella Politica.
Per anni Giorgia Meloni ha costruito la propria identità politica sull’attacco frontale a questo impianto. Il 21 marzo 2014, intervenendo alla Camera contro una riforma che riproduceva il Porcellum, affermava: «Le preferenze sono il sistema che meglio consente l’esercizio della sovranità da parte del popolo». Nello stesso periodo denunciava i «parlamentari nominati» che «non rispondono agli italiani che li eleggono ma al capo che li nomina». Il 9 ottobre 2017 ribadiva che «le liste bloccate fanno schifo». Il 24 settembre 2020 Fratelli d’Italia pubblicava una nota dal titolo inequivocabile: «No alle liste bloccate, sì alle preferenze». La cancellazione dei nominati veniva indicata come linea di demarcazione tra rappresentanza autentica e politica di palazzo.
In quelle prese di posizione il tema era presentato come principio, non come dettaglio tecnico. Le preferenze venivano descritte come argine alla cooptazione, le liste bloccate come dispositivo che altera il rapporto tra eletti ed elettori. La retorica insisteva sulla sovranità popolare compressa dai vertici di partito.
Oggi la riforma sostenuta dal suo partito reintroduce proprio quel meccanismo. Nessuna preferenza sulla scheda. Liste territoriali bloccate. Ordine deciso dai vertici. Secondo ricostruzioni di stampa, Lega e Forza Italia hanno opposto una contrarietà netta alle preferenze, mentre Fratelli d’Italia ha evocato possibili emendamenti successivi senza modificare il testo depositato. Il risultato è un compromesso che lascia intatto il cuore del sistema: controllo centrale delle candidature e premio di maggioranza che rafforza la coalizione vincente.
Matteo Salvini non ha una traiettoria diversa. Nel 2015, commentando la fiducia posta dal governo Renzi sull’Italicum, parlò di precedenti che «ritornano al ventennio e alla legge Acerbo», evocando l’ombra di una deformazione autoritaria della rappresentanza. Dopo il referendum sul taglio dei parlamentari, nel settembre 2020, dichiarò «basta alle liste bloccate» e si disse pronto a votare «in tre secondi» una legge come quella regionale, con preferenze e indicazione chiara del vincitore la sera stessa del voto.
Quelle parole collocavano la legge elettorale nel perimetro delle garanzie democratiche. Pochi giorni dopo, però, ammise che si poteva andare alle urne anche con il Rosatellum, che le liste bloccate le prevede. Oggi definisce la nuova proposta «fatta bene» e rivendica l’esigenza di stabilità. Il lessico cambia insieme alla posizione istituzionale.
Il confronto tra dichiarazioni passate e testo attuale mostra una torsione evidente. Ieri le liste bloccate venivano associate a un Parlamento piegato ai capi partito. Oggi diventano architrave di un sistema che concentra nelle segreterie la selezione dei candidati. Ieri le preferenze erano descritte come strumento essenziale di sovranità popolare. Oggi scompaiono dal progetto di riforma. Ieri il premio di maggioranza imposto dagli avversari evocava paragoni storici pesanti. Oggi un premio analogo viene presentato come garanzia di governabilità.
Il nodo riguarda anche il contesto politico. La soglia del 40 per cento, combinata con il premio e con liste bloccate, consegna alla coalizione vincente un controllo ampio dei seggi. In una fase in cui i sondaggi segnalano una competizione più stretta e in cui incombono appuntamenti referendari, la riforma incide sugli equilibri futuri. La selezione dei candidati torna a dipendere dalla fedeltà ai vertici più che dal radicamento territoriale.
La legge elettorale è il dispositivo che traduce i voti in seggi e determina l’equilibrio tra rappresentanza e stabilità. Cambiare posizione è legittimo ma farlo senza riconoscere la distanza tra le parole pronunciate per un decennio e il testo sostenuto da Palazzo Chigi e dal Viminale apre una frattura politica. La bandiera contro i “nominati” ha accompagnato l’ascesa di Meloni e Salvini. La riforma attuale ripristina quel modello. I fatti restano agli atti.
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