Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Tre milioni di lavoratori riqualificati, 264.480 nuovi posti negli asili nido, un mercato del lavoro modernizzato. Il Pnrr aveva messo queste cifre nelle sue promesse occupazionali. Il conto, a ridosso di agosto 2026, parla una lingua diversa.
Il Piano ha smesso di essere notizia. La presidenza del Consiglio rivendica il 79% delle risorse incassate, sopra la media europea del 60%. Dentro quelle percentuali ci sono le Missioni 4 e 5, quelle dedicate al lavoro e all’inclusione, e lì la storia è più scomoda.
Il programma Garanzia Occupabilità Lavoratori era il cuore della riforma: 4,6 miliardi per riorganizzare i Centri per l’Impiego. A dicembre 2025 il Governo ha annunciato 3 milioni di beneficiari, il 103% dell’obiettivo. Vale la pena capire come.
Nella fase iniziale, il sistema considerava «beneficiario raggiunto» chiunque avesse sottoscritto un Patto di Servizio, anche senza aver avviato attività concrete. La Commissione europea ha imposto criteri più stringenti nel 2024. Poi, negli ultimi sei mesi del 2025, quelli decisivi per la milestone, il Governo ha reintrodotto per decreto il vecchio sistema. La soglia europea è stata centrata. L’impatto sul lavoro reale è altra cosa.
La componente formativa è il punto più debole. A ottobre 2025 risultavano spesi 550 milioni su 4,6 miliardi disponibili: il 13% del totale. Gli enti privati hanno convogliato gli utenti verso corsi generalisti o sulla sicurezza obbligatoria, tutti contabilizzati nei target europei.
La geografia del fallimento è precisa. In Sicilia il tasso di conversione si ferma al 56%: di oltre 127.000 giovani targettizzati, meno di 53.000 hanno trovato un collocamento. Per il 2026 la Regione riceve 8,3 milioni di euro, contro i 44 del biennio precedente. La regione con la disoccupazione strutturale più alta d’Italia viene definanziata per l’incapacità dei propri uffici.
Il piano per gli asili nido è stato riscritto due volte. Il target iniziale prevedeva 264.480 nuovi posti. L’inflazione post-Ucraina ha fatto saltare i quadri economici. La Commissione ha rifiutato di coprire spese operative e interventi senza incremento netto dei posti. Gli enti del Mezzogiorno hanno ritirato i progetti per incapacità di sostenere i costi futuri. Il target è stato tagliato a 150.480 posti.
L’Ufficio Parlamentare di Bilancio stima che mancheranno circa 17.400 posti rispetto al nuovo obiettivo già ridotto. Il 96,6% dei comuni sotto i 500 abitanti resterà senza asilo pubblico; la Sicilia raggiungerà al massimo il 24% di copertura, lontana dalla soglia del 33%. Le mense scolastiche seguono la stessa traiettoria: a fine 2025 risulta erogato il 25% delle risorse, con 82 cantieri su 265 in scadenza ancora privi di rendicontazione.
Su tutto questo si stende la questione più politicamente rilevante. L’art. 47 del Decreto-Legge 77/2021 imponeva a ogni bando Pnrr di riservare il 30% delle assunzioni a giovani e donne. I dati dell’Autorità Nazionale Anticorruzione documentano che nel 64% dei bandi quell’obbligo è stato aggirato. Le stazioni appaltanti hanno invocato la «scarsa occupazione femminile nel settore» per non assumere donne nei cantieri finanziati per ridurre il divario di genere.
Le opposizioni accusano il Governo di mascherare con gli occupati formali la crescita del precariato e il tasso di inattività salito al 33,5%. Il 9 marzo 2026 la FLC CGIL ha proclamato lo sciopero del comparto Conoscenza: nella lista delle motivazioni, il fallimento delle misure per l’infanzia e le clausole di parità sistematicamente eluse.
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C’è un momento in cui la parola “moderato” (o “riformista”) smette di significare qualcosa e diventa un costume da indossare nei giorni in cui fa comodo. Italia Viva, Azione e Sinistra per Israele — censori di ogni slogan nelle piazze pacifiste — hanno partecipato a un evento romano a favore di Trump e Netanyahu organizzato dall’associazione Setteottobre.
Sul palco, Ciro Principe ha scandito “Bibi! Bibi! Bibi!” col pubblico, celebrato l’uccisione di Khamenei come restituzione di un favore vecchio di 2.500 anni e chiuso così: «Non rompete più il cazzo agli ebrei». Ivan Scalfarotto era presente, poster “Viva lo Shah” sullo sfondo. Alla stessa piazza c’era anche Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo in quota Pd, partito che non aveva aderito. A titolo personale, si dirà. Come se la presenza di una dem lì non avesse peso.
Stefano Parisi, presidente di Setteottobre, ha chiesto una coalizione per «spazzare via» il regime degli ayatollah: niente negoziati, niente diritto internazionale, solo intervento militare perché, dice, senza le bombe il nazismo non sarebbe stato sconfitto.
Inneggiare a Netanyahu ha lo stesso valore morale di inneggiare a Putin. Entrambi capi di governo sotto cui si consumano massacri documentati, entrambi nel mirino delle istituzioni internazionali, entrambi difesi da chi ha scelto l’alleato sopra il diritto. Chi li acclama non è moderato.
La domanda è per Elly Schlein. Come si fa finta di niente quando una tua parlamentare sale sul palco accanto a chi invoca il premier di un governo accusato di genocidio? E con questi cosiddetti moderati – quelli di “Viva lo Shah” e “Bibi! Bibi! Bibi!” – su quale base si costruisce un’alleanza
Buon giovedì.
Dal 1° luglio 2026 l’adesione alla previdenza complementare diventa automatica per i neoassunti del settore privato. La novità è contenuta nella legge di Bilancio 2026 e riguarda chi è alla prima occupazione: iscrizione d’ufficio al fondo previsto dal contratto collettivo applicato in azienda, con 60 giorni per scegliere diversamente. Se non si esercita alcuna opzione, il Tfr maturando – circa il 6,91% della retribuzione annua lorda – confluisce nel fondo insieme al contributo del datore di lavoro e a quello del lavoratore stabilito dal Ccnl.
Il governo presenta la misura come un passo avanti per rafforzare il secondo pilastro previdenziale e ampliare la platea degli iscritti. I sindacati leggono invece un intervento che modifica gli equilibri costruiti in vent’anni di contrattazione collettiva, incidendo su una quota di salario differito. Il punto che accende lo scontro riguarda la portabilità del contributo datoriale, destinata a ridisegnare i rapporti tra fondi negoziali e prodotti finanziari di mercato.
La legge consente, dopo almeno due anni di adesione, di trasferire la propria posizione individuale verso fondi aperti o piani individuali pensionistici mantenendo il contributo dell’azienda. In altre parole, il flusso contrattuale può seguire il lavoratore anche fuori dal fondo negoziale di riferimento. È un cambio di paradigma: il contributo datoriale, finora ancorato al perimetro collettivo, diventa trasferibile verso prodotti di mercato offerti da banche e assicurazioni.
Per la Cgil si tratta di salario differito conquistato con il contratto nazionale, dunque parte integrante della retribuzione. Gianluca Torelli, responsabile previdenza complementare della confederazione, parla di rischio di indebolimento dei fondi negoziali e di spostamento di risorse verso intermediari finanziari privati. Anche Assofondipensione esprime contrarietà, sottolineando che la natura mutualistica e senza scopo di lucro dei fondi chiusi ha garantito costi tra i più bassi del sistema e governance paritetica tra rappresentanti dei lavoratori e delle imprese.
La differenza di commissioni pesa nel lungo periodo. Su orizzonti di trent’anni, scarti anche contenuti possono tradursi in migliaia di euro in meno di prestazione integrativa. È un effetto cumulativo che riguarda soprattutto chi ha carriere continue e versamenti costanti, mentre per chi alterna periodi di lavoro e inattività l’impatto può essere ancora più marcato.
La riforma interviene mentre aumentano gli oneri regolatori. L’articolo 29 del decreto Pnrr richiede maggiori risorse ai fondi per finanziare la vigilanza Covip, mentre la legge di Bilancio 2026 innalza le sanzioni fino a 500 mila euro. Nello stesso tempo si amplia la deducibilità fiscale dei contributi, portando il tetto a 5.300 euro annui dal 2026. Una leva che favorisce soprattutto chi dispone di redditi medio-alti e capacità di versamento aggiuntivo, lasciando ai margini chi fatica a destinare ulteriori quote di salario alla previdenza complementare.
Sul versante degli investimenti, con l’adesione automatica le risorse vengono indirizzate verso linee con profili di rischio differenziati in base all’età, superando il conferimento di default nei comparti garantiti. L’obiettivo dichiarato è aumentare i rendimenti attesi nel lungo periodo attraverso strategie cosiddette “life cycle”. Resta l’esposizione alla volatilità dei mercati, che incide in modo diverso a seconda della carriera e della continuità contributiva.
La contesa riguarda quindi la natura stessa della previdenza complementare italiana. Da un lato un modello fondato sulla contrattazione collettiva, sulla governance condivisa e su economie di scala che comprimono i costi. Dall’altro un mercato più aperto alla competizione tra banche e assicurazioni, con maggiore libertà individuale e maggiore peso delle reti commerciali. Il 1° luglio 2026 segnerà l’avvio operativo di questa nuova fase. Gli effetti sul sistema si misureranno nel tempo, quando sarà chiaro quanta parte del salario differito avrà cambiato destinazione e quali soggetti avranno beneficiato maggiormente di questa redistribuzione silenziosa di risorse previdenziali. La direzione però è già chiara.
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L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha diviso le capitali europee. In molti governi è arrivata la consueta formula diplomatica: appelli alla prudenza, richiami alla de-escalation, frasi calibrate per evitare attriti con Washington. Da Madrid è arrivata una risposta diversa. Pedro Sánchez ha scelto un registro politico e istituzionale che in Europa si ascolta raramente: una condanna esplicita dell’azione militare e una rivendicazione dell’autonomia decisionale del proprio Paese.
Nel discorso pronunciato alla Moncloa il presidente del governo spagnolo ha ricostruito il precedente storico che pesa ancora sulla politica internazionale occidentale. «Ventitré anni fa un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente che doveva eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, portare la democrazia e garantire la sicurezza globale. In realtà produsse l’effetto opposto». Sánchez ha ricordato le conseguenze di quella guerra: «un drastico aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria e un aumento generalizzato dei prezzi dell’energia». Il messaggio è diretto. Gli interventi militari presentati come soluzione finiscono spesso per moltiplicare le crisi che dichiarano di voler risolvere.
Alla critica politica Sánchez ha affiancato atti concreti. Il governo spagnolo ha vietato alle forze armate statunitensil’utilizzo delle basi di Rota e Morón per operazioni collegate all’attacco contro l’Iran. Si tratta di infrastrutture strategiche per il transito militare americano nel Mediterraneo. La decisione ha un significato operativo preciso: impedire che il territorio spagnolo venga utilizzato in una guerra che Madrid considera illegittima sul piano del diritto internazionale.
La posizione spagnola si fonda su una distinzione che il premier ha ripetuto più volte: «Si può essere contrari al regime iraniano e allo stesso tempo rifiutare un intervento militare ingiustificabile». Nel suo intervento ha aggiunto un passaggio che risponde direttamente alle critiche arrivate da Washington: «Ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza o credere che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership».
Sánchez ha collegato questa linea ai principi costituzionali e alla Carta delle Nazioni Unite, sostenendo che «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità». Il governo spagnolo ha poi chiesto apertamente a Stati Uniti, Israele e Iran di fermarsi prima di un’escalation regionale.
La crisi iraniana ha prodotto un paradosso politico dentro l’Unione europea. La parola “sovranismo” è stata monopolizzata negli ultimi anni dalle destre nazionaliste. Il comportamento dei governi racconta una storia diversa. Il leader che ha esercitato la sovranità nel senso più concreto del termine è il socialista spagnolo.
Sánchez ha deciso che la Spagna non parteciperà a un conflitto che considera contrario al diritto internazionale e potenzialmente dannoso per la sicurezza europea. La scelta protegge anche interessi materiali evidenti. Un conflitto esteso nel Golfo Persico minaccia direttamente l’economia europea attraverso i prezzi dell’energia e la sicurezza delle rotte commerciali.
La posizione italiana segue una traiettoria opposta. Roma ha reagito all’attacco con dichiarazioni prudenti che evitano una condanna dell’azione militare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ammesso in Parlamento che l’Italia ha scoperto l’operazione a fatto compiuto. Le basi statunitensi presenti sul territorio italiano sono state poste in stato di allerta per ragioni di sicurezza. L’episodio descrive un rapporto di dipendenza strategica che contrasta con la retorica dell’autonomia nazionale.
In questo quadro la risposta di Sánchez assume un valore politico più ampio. Il premier spagnolo ha difeso la legalità internazionale, ha rivendicato il diritto del proprio Paese di decidere come utilizzare il proprio territorio e ha trasformato la memoria dell’Iraq del 2003 in una lezione di politica estera.
Il risultato è un ribaltamento simbolico dentro l’Europa contemporanea. Il sovranismo gridato nei comizi resta una parola. Il sovranismo praticato nelle decisioni di governo oggi parla spagnolo.
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Siamo gli sgoccioli. Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati entra nelle settimane decisive con un equilibrio che pochi mesi fa sembrava improbabile. Le ultime elaborazioni sui sondaggi indicano un margine minimo tra i due fronti: il Sì si colloca attorno al 51 per cento, il No al 49. Uno scarto che rientra interamente nei margini statistici delle rilevazioni e che trasforma la consultazione in una competizione apertissima.
L’analisi elaborata da Lorenzo Ruffino sulla base di decine di rilevazioni degli ultimi mesi mostra con chiarezza la traiettoria del consenso. A metà novembre il Sì oscillava intorno al 57 per cento. All’inizio di gennaio aveva toccato il 60. Da quel momento è iniziata una discesa progressiva: 55 per cento a inizio febbraio, 52,5 a metà mese, fino al 51 registrato nei dati aggiornati ai primi giorni di marzo. La distanza tra i due fronti si è quindi ridotta settimana dopo settimana.
Il dato che emerge dall’aggregazione delle rilevazioni è costruito su circa sessanta sondaggi realizzati da quindici istituti diversi tra ottobre 2025 e febbraio 2026. Il modello utilizzato assegna un peso maggiore ai sondaggi più recenti e a quelli con campioni più ampi, evitando che oscillazioni marginali vengano interpretate come cambiamenti politici reali. In questo quadro la curva del consenso mostra un movimento continuo che favorisce il fronte del No.
La dinamica del resto segue uno schema frequente nelle consultazioni referendarie. La mobilitazione contro una riforma tende a risultare più semplice rispetto alla mobilitazione a favore e l messaggio di opposizione intercetta con maggiore facilità gli elettori indecisi nelle ultime settimane di campagna. Secondo Ruffino il rafforzamento del No si spiega anche con una campagna elettorale più attiva da parte delle opposizioni, mentre sul fronte favorevole alla riforma la mobilitazione del centrodestra appare più debole e meno centrata.
Le simulazioni statistiche utilizzate per stimare l’esito del voto restituiscono una fotografia altrettanto incerta. Applicando una simulazione Monte Carlo su 50 mila scenari possibili, il modello assegna al Sì una probabilità di vittoria del 54,5 per cento contro il 45,5 del No. In termini concreti significa che su venti scenari simulati undici portano alla vittoria del Sì e nove al successo del No. Il vantaggio esiste ma è sempre più fragile.
L’elemento che rende la previsione ancora più instabile riguarda l’affluenza alle urne. Nei referendum la partecipazione varia in modo significativo e questo modifica la composizione dell’elettorato effettivo. Alcuni istituti hanno simulato scenari diversi proprio a partire da questo fattore.
Secondo una rilevazione YouTrend del 27 febbraio, con una partecipazione intorno al 46 per cento il No arriverebbe al 53,1 per cento dei voti. Con un’affluenza più alta, intorno al 55 per cento, l’esito si avvicinerebbe a un perfetto equilibrio. Una simulazione realizzata da BiDiMedia nello stesso periodo colloca invece il Sì in vantaggio in tutte le ipotesi di partecipazione, tra il 51 e il 52,5 per cento, pur registrando un aumento degli indecisi con il crescere dell’affluenza.
Proprio la quota di elettori indecisi rappresenta uno dei fattori più difficili da stimare. Alcune rilevazioni indicano percentuali superiori al 20 per cento, altre scendono sotto il 10. Differenze che dipendono dal metodo con cui gli istituti classificano chi dichiara incertezza o chi afferma di avere ancora dubbi sulla partecipazione al voto.
L’esperienza dei referendum italiani suggerisce però prudenza nell’interpretare i sondaggi. Nel referendum costituzionale del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi, le rilevazioni avevano individuato il fronte vincente ma avevano sottostimato l’ampiezza del risultato finale. Il No ottenne il 59 per cento dei voti con un’affluenza del 65 per cento.
Oggi la fotografia è diversa. Il Sì mantiene un vantaggio minimo mentre il trend delle ultime settimane favorisce il No. Con l’avvicinarsi del divieto di pubblicazione dei sondaggi e con una quota rilevante di elettori ancora indecisi, la fase finale della campagna referendaria diventa decisiva. In una consultazione che fino a poche settimane fa sembrava già scritta, i numeri raccontano una partita ancora completamente aperta, se non addirittura invertita.
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