Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
A Gaza la guerra continua come una pratica amministrativa. I bombardamenti hanno lasciato il posto a un altro ritmo: quello dei valichi che aprono e chiudono e dei camion che passano oppure restano in attesa. Nelle ultime ore il Programma alimentare mondiale ha parlato di una riattivazione graduale del valico di Kerem Shalom per gli aiuti diretti alla Striscia. Graduale è la parola che racconta meglio la situazione: la sopravvivenza dipende da decisioni logistiche prese fuori da Gaza, da autorizzazioni che arrivano o restano sospese, da corridoi che esistono soltanto sulla carta finché qualcuno non li rende praticabili.
Mentre la Striscia resta appesa a questo equilibrio fragile, in Israele si consuma uno scontro istituzionale che riguarda il controllo della polizia. La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ha chiesto alla Corte suprema di valutare la rimozione del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, accusandolo di interferire con l’indipendenza delle forze dell’ordine. Ben-Gvir ha reagito accusandola di voler trasformare la polizia in una «Guardia rivoluzionaria sul modello iraniano». Il lessico è quello della guerra totale: chi prova a far valere regole viene dipinto come nemico interno.
Il conflitto arriva nel pieno della guerra regionale e rivela una frattura profonda nello Stato israeliano. Da una parte il governo rivendica il controllo politico degli apparati di sicurezza e pretende obbedienza. Dall’altra l’ufficio legale dello Stato parla di pressioni sulla catena di comando e di interferenze operative. È una lotta per il comando che si svolge lontano dal fronte, ma che decide anche come verranno gestite piazze, proteste, convogli, ordine pubblico.
Nel frattempo Gaza continua a vivere dentro una sospensione permanente. I tribunali discutono di poteri e competenze, i ministri rilanciano accuse. Nella Striscia la guerra si misura con un’altra unità: il numero di camion che riescono a passare ogni giorno dal cancello del valico, e con il tempo che serve a trasformare una promessa “graduale” in pane.
L’articolo La guerra a Gaza cambia armi, dalle bombe ai valichi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Ogni guerra viene raccontata come un affare lontano. I bombardamenti cadono su città con nomi che per molti europei restano geografia astratta mentre nei palazzi della politica si parla di deterrenza, sicurezza, equilibri strategici. Tutte parole vuote. Poi arrivano i conti e sono cifre che parlano italiano, europeo, domestico.
La guerra contro l’Iran è già diventata una tassa invisibile sulle nostre vite. Nel giro di pochi giorni il prezzo del gas in Europa è salito di oltre il 30% e il petrolio è tornato sopra gli 80 dollari al barile, trascinato dal rischio di blocco nello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui scorre circa il 20% del petrolio mondiale. Le borse hanno reagito con scosse immediate e gli economisti della Banca centrale europea avvertono che un conflitto lungo può riaccendere inflazione e rallentare la crescita.
Tradotto: bollette più care, trasporti più costosi, produzione industriale più fragile. La guerra entra nelle case e non c’è nessuna sirena che ci avvisa. C’è poi il costo che non compare nei grafici. Ogni escalation militare divora risorse pubbliche che finiscono nell’industria della difesa mentre sanità, scuola e welfare restano a fare i conti con bilanci sempre più tirati. La promessa è sempre la stessa: più armi per essere più sicuri. Eppure la storia (che studiano in pochi) racconta una sequenza diversa, fatta di spirali di riarmo che finiscono per produrre esattamente il conflitto che avrebbero dovuto evitare.
Nel frattempo l’opinione pubblica viene educata all’idea che il prezzo della guerra sia inevitabile, quasi naturale. Che la geopolitica funzioni così: qualcuno decide e altri pagano. Ma questa guerra non si combatte soltanto nel Golfo Persico: si combatte nelle nostre economie, nelle nostre priorità politiche, nel modo in cui i governi scelgono dove mettere le risorse. Ogni missile lanciato a migliaia di chilometri di distanza arriva anche sotto forma di bolletta, inflazione e diritti sociali compressi.
La guerra resta lontana finché qualcuno racconta che lo è. Poi arrivano i conti. E quelli, puntuali, arrivano sempre a casa nostra.
Buon mercoledì.
Mentre l’attenzione internazionale resta inchiodata alla guerra in Iran e al conflitto russo-ucraino, Emmanuel Macron sceglie la base sottomarina di Île Longue, in Bretagna, per annunciare un salto di qualità nella postura nucleare francese. Ieri il presidente ha dichiarato che la Francia aumenterà il numero delle testate e che non renderà più pubblici i dati complessivi dell’arsenale. Le cifre disponibili parlano di circa 290 testate, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, che collocano Parigi tra le due sole potenze nucleari europee insieme al Regno Unito.
Macron collega esplicitamente la decisione al «crescente e proliferante ambiente pericoloso», evocando il Medio Oriente e l’instabilità globale. L’operazione viene presentata come adeguamento tecnico alla minaccia. Nei fatti introduce una discontinuità politica: meno trasparenza, più testate, una dottrina ribattezzata «dissuasione avanzata» che prevede anche “dispiegamenti circostanziali” in altri Paesi europei, con l’ultima parola che resta all’Eliseo. La scelta di interrompere la comunicazione pubblica sui numeri dell’arsenale segna un arretramento rispetto agli standard di prevedibilità che avevano accompagnato, almeno formalmente, il controllo degli armamenti in Europa dopo la Guerra fredda.
La tradizione francese della force de frappe ha sempre rivendicato autonomia decisionale. Il passaggio annunciato a Île Longue apre invece alla costruzione di un ombrello a trazione francese. Otto Paesi avrebbero manifestato interesse a ospitare forze aeree strategiche: Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. La logica richiama il nuclear sharing statunitense, con una differenza sostanziale: l’iniziativa parte da una capitale europea che propone di estendere la propria deterrenza come garanzia continentale, mantenendo però il controllo politico esclusivo, quindi il potere di decidere tempi, soglie e scenari.
Contestualmente Parigi e Berlino istituiscono un «gruppo direttivo nucleare di alto rango» per coordinare la deterrenza, con la partecipazione convenzionale tedesca alle esercitazioni francesi già entro l’anno. Sullo sfondo si muove il programma European Long-range Strike Approach (ELSA), che punta allo sviluppo di capacità missilistiche a lunga gittata insieme anche al Regno Unito. La dimensione nucleare si integra così con quella convenzionale, dentro una traiettoria di riarmo che negli ultimi mesi ha visto diversi Stati europei approvare piani per decine di miliardi di euro.
Il Trattato di non proliferazione consente ai cinque Stati riconosciuti di mantenere arsenali atomici, impegnandoli però a negoziare il disarmo. L’aumento delle testate e la fine della comunicazione pubblica sui numeri si collocano in tensione con quello spirito. Resta poi il tema dei dispiegamenti in Paesi non nucleari, già controverso nel caso statunitense, che riapre interrogativi sulla compatibilità sostanziale con gli articoli I e II del Trattato.
Sul piano interno, le reazioni francesi risultano contenute: Marine Le Pen critica l’idea di condivisione europea ma sostiene la linea del riarmo; Jean-Luc Mélenchon chiede approfondimenti pur definendo la scelta «una buona decisione». L’Italia osserva senza esporsi e non compare tra i Paesi interessati, nonostante partecipi già al nuclear sharing statunitense con le basi di Ghedi e Aviano, segnale di una prudenza che evita frizioni con Washington e con la catena di comando Nato.
Il contesto bellico offre a Macron una cornice favorevole. La guerra diventa argomento politico che comprime il dissenso e trasforma un salto strategico in atto di responsabilità istituzionale. In un’Unione che discute di autonomia strategica, la proposta francese consolida un primato nazionale dentro un’Europa che accelera sul riarmo. L’asticella si alza: più investimenti militari, maggiore integrazione tra capacità convenzionali e nucleari, meno spazio per un confronto pubblico su dottrina, limiti e controlli democratici. È qui che il bellicismo galoppante diventa fatto: l’emergenza fa da acceleratore, la deterrenza da cornice, l’opacità da metodo. E la sicurezza, anziché essere discussa, viene rimessa a un dispositivo sempre più potente e sempre meno verificabile.
L’articolo Corsa al riarmo, Macron aumenta l’arsenale nucleare: la guerra in Medio Oriente spinge la deterrenza francese in Europa sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Mentre i titoli scorrono verso Teheran e le mappe si allargano, Gaza viene richiusa dentro il suo perimetro. I valichi serrati, il carburante contato in ore, l’acqua razionata. Israele annuncia una riapertura “graduale” di Kerem Shalom, coordinata con il centro americano per gli aiuti. Graduale significa camion contingentati, liste approvate, attese. Significa trasformare un diritto umanitario in concessione amministrativa.
Le agenzie parlano di generatori quasi fermi negli ospedali, di impianti idrici che funzionano a intermittenza, di panifici che sospendono perché la farina resta bloccata oltre la frontiera. Due litri d’acqua al giorno in alcune aree. Il mercato reagisce prima ancora dei comunicati: i prezzi salgono appena circola la voce di una chiusura. La fame anticipa la politica.
Gerusalemme offre un’altra scena. Al-Aqsa chiusa per giorni consecutivi in pieno Ramadan, accessi limitati per ragioni di sicurezza. Il luogo sacro svuotato diventa messaggio di sovranità. La gestione dell’ordine pubblico coincide con la gestione del conflitto. Le autorità parlano di emergenza, i fedeli trovano cancelli.
In Cisgiordania, intanto, la cronaca resta minuta e costante. Qaryut, due fratelli uccisi, coloni armati, soldati presenti. La violenza si consuma sotto protezione, mentre l’attenzione internazionale guarda altrove.
La guerra regionale assorbe lo sguardo e consente un’amministrazione per sottrazione dentro Gaza. Si chiude, si riapre a metà, si pesa ogni sacco di farina come se fosse favore. La popolazione conta i giorni di scorte e le ore di corrente. La diplomazia discute equilibri strategici, a Rafah si discute di acqua potabile. È una differenza di scala che racconta tutto.
Anche le parole aiutano: “sicurezza”, “gradualità”, “coordinamento”. Rendono accettabile l’idea che una frontiera decida chi mangia oggi e chi domani. Dentro questa normalità forzata ogni giorno diventa procedura, ogni ferito pratica, ogni bambino cifra da aggiornare.
L’articolo La guerra si allarga, il perimetro di Gaza si stringe sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Mentre i raid statunitensi e israeliani aprono un nuovo fronte sull’Iran e la risposta iraniana investe basi Usa nel Golfo, a Bruxelles la crepa passa dalle dichiarazioni. Chi parla per l’Europa quando la crisi corre più veloce dei comunicati?La sequenza delle prime ore è diventata un fatto politico e rivela una Unione che reagisce a scatti, con centri diversi che cercano la stessa inquadratura.
La ricostruzione di Politico descrive una partenza in ordine sparso. L’Alto rappresentante Kaja Kallas diffonde per prima una dichiarazione centrata sulla diplomazia e annuncia l’esplorazione di soluzioni negoziali. Poco dopo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa escono con un testo congiunto che invoca «massima moderazione». Sempre secondo la stessa ricostruzione, nel fine settimana manca un contatto diretto tra Kallas e von der Leyen, mentre proseguono telefonate e scambi con capitali e attori regionali. Lo scarto tra tempi e voci produce una risposta in parallelo, percepibile anche fuori dalla “bolla” di Bruxelles, proprio mentre l’escalation rischia ricadute su rotte, energia, sicurezza interna e protezione dei cittadini europei nell’area.
Il nodo riguarda i confini di potere più che lo stile. La diplomazia “classica” ricade nell’orbita dell’Alto rappresentante e del Servizio europeo per l’azione esterna. La Commissione rivendica però la gestione di ciò che una crisi trascina con sé: «emergenze, aiuti, sostegno ai nostri cittadini, conseguenze per le catene di approvvigionamento, chiusure dello spazio aereo, migrazioni, cyber», elenca un funzionario citato da Politico. La riunione straordinaria dei ministri degli Esteri, riferisce l’articolo, fatica a produrre una linea pienamente condivisa e lascia la regia in una zona ambigua. Da qui la mossa della Commissione: convocare il “Security College”, un meccanismo creato a inizio mandato con funzione soprattutto politica e ora usato come coordinamento pratico.
C’è poi la struttura che sposta il baricentro. Nel secondo mandato von der Leyen ha rafforzato la presa della Commissione sulla regione attraverso la creazione di una Direzione generale per Medio Oriente, Nord Africa e Golfo (Dg Mena), legata al portafoglio della commissaria Dubravka Šuica. Una fonte della Commissione sempre citata da Politico indica Dg Mena come snodo «centrale» sul dossier Iran. Sul piano politico, l’attrito diventa pubblico: Marie-Agnes Strack-Zimmermann parla di «rivalità» e di competenze «sempre bilanciate con difficoltà». Nel Parlamento, Dan Barna chiede che l’Alto rappresentante venga messo in condizione di esercitare il proprio ruolo. E Nacho Sánchez Amor riassume l’effetto esterno: partner e governi spesso faticano a capire a chi rivolgersi davvero a Bruxelles.
La frizione istituzionale pesa perché l’Ue arriva a questa crisi già sotto stress, tra guerra in Ucraina e sovrapposizione di emergenze. In questo quadro l’Unione cerca di restare allineata a Washington e al tempo stesso di apparire capace di iniziativa. Qui c’è il cambio di passo comunicativo: von der Leyen si proietta come regista, moltiplica messaggi e contatti, prova a occupare lo spazio della “linea” mentre Kallas lavora sul terreno diplomatico con il Consiglio Affari esteri. La stessa discussione interna viene descritta come ossessionata da protocollo e base giuridica: chi parla, con quale titolo, per conto di quale istituzione.
Ecco l’erosione: la credibilità geopolitica si misura sulla chiarezza della catena decisionale tanto quanto sul contenuto. Un funzionario europeo citato da Politico lo dice in modo secco: la rilevanza europea passa dall’unità. Quando invece le istituzioni procedono affiancate, i partner vedono un soggetto che dispone di strumenti economici e regolatori, ma fatica a trasformarli in una voce riconoscibile nelle crisi ad alta intensità. Il Medio Oriente torna a bruciare, Bruxelles invoca moderazione e diritto internazionale, però la simultaneità delle voci restituisce un’Unione che appare più somma di apparati che centro di decisione. Finché la regia resterà contesa, ogni emergenza esterna continuerà a diventare anche una prova interna di coesione.
L’articolo La guerra in Iran apre una crepa a Bruxelles: scontro Kallas-von der Leyen sulla politica estera Ue sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
... | 315 | 320 | 325 | 330 | 335 | 340 | 345 | 350 | 355 |...
AgoraVox Italia