Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Dodici versamenti in contanti, una ricerca su Google, una biancheria trasportata di notte in un corridoio sorvegliato. Non è un romanzo. Sono le anomalie documentate dall’FBI attorno a Tova Noel, l’agente penitenziaria che per ultima vide Jeffrey Epstein in vita il 9 agosto 2019 al Metropolitan Correctional Center di New York, ricostruite dal Telegraph in un’inchiesta pubblicata l’8 marzo 2026 sulla base dei documenti del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, DoJ.
Il DoJ ha rilasciato il 5 e il 6 marzo nuovi atti nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, la legge firmata da Donald Trump il 19 novembre 2025 che obbliga alla pubblicazione di tutti gli atti non classificati relativi al finanziere condannato per traffico sessuale di minori. Il Telegraph li ha analizzati mettendo insieme pezzi rimasti separati per anni.
Epstein fu trovato impiccato alle 6:30 del 10 agosto 2019. La morte fu classificata come suicidio. Noel e il collega Michael Thomas furono licenziati e accusati di aver falsificato i registri: le telecamere avevano mostrato che i due non avevano controllato Epstein per otto ore, nonostante la cella fosse a quattro metri e mezzo dalla loro postazione. Le accuse penali furono poi archiviate. Nessun processo.
Secondo quanto ricostruito dal Telegraph, nel novembre 2019 Chase Bank trasmise all’FBI un rapporto di attività sospetta sul conto di Noel. I documenti DoJ mostrano dodici versamenti in contanti ad ATM iniziati nell’ottobre 2018, per almeno 11.880 dollari totali. Il più consistente, 5.000 dollari, fu depositato il 30 luglio 2019, dieci giorni prima della morte del detenuto. Noel aveva cominciato a lavorare nell’Unità di Isolamento dove Epstein era ristretto il 7 luglio 2019. A Noel non fu mai chiesto conto di questi versamenti durante le sue audizioni giurate.
Lo stesso mattino del decesso, i registri forensi dell’FBI mostrano che Noel cercò “latest on Epstein in jail” alle 5:42 e di nuovo alle 5:52. Meno di quaranta minuti dopo, alle 6:30, fu Thomas a trovare il corpo. Era l’unica ricerca evidenziata nell’esame forense di 66 pagine sui computer dell’ufficio. Nella deposizione giurata al DoJ nel 2021, Noel dichiarò: «Non ricordo di averla fatta», aggiungendo che un articolo avrebbe potuto apparire automaticamente nel browser. Quando le fu mostrato il registro, insistette che fosse inaccurato.
Il Telegraph segnala che un briefing interno dell’FBI identifica per la prima volta con un nome la figura ripresa dalla videosorveglianza alle 22:40 del 9 agosto, mentre trasportava qualcosa verso il corridoio della cella di Epstein. «Un agente penitenziario, ritenuto essere Tova Noel, trasportò biancheria o indumenti verso il livello L», si legge nel documento. Fu l’ultima volta in cui qualunque agente si avvicinò a quell’ingresso. Epstein fu trovato impiccato con strisce di tessuto arancione. Nella sua deposizione, Noel aveva dichiarato: «Non ho mai distribuito biancheria, mai». Non sapeva nemmeno, disse, come mai Epstein avesse della biancheria in più nella cella.
Il referto ufficiale non è mai stato modificato. La classificazione come suicidio regge, formalmente. Quello che i file costruiscono è altro: una guardia che nega la ricerca Internet malgrado i log, che nega la biancheria malgrado le riprese, che riceve contanti nel periodo in cui viene assegnata alla cella del detenuto più famoso d’America, e non viene mai interrogata su questo in sede giurata. Lo Stato ha archiviato le accuse senza processo e ora pubblica documenti che quella stessa archiviazione non giustifica.
Il rilascio dei file non è un gesto di apertura: è il risultato di una legge approvata con 427 voti contro uno alla Camera dei Rappresentanti, con una maggioranza bipartisan che misura quanto profonda sia diventata la sfiducia nell’apparato. La trasparenza imposta per legge non è la stessa cosa della trasparenza scelta. La differenza, qui, si conta in anni di domande rimaste senza risposta.
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Un cerimonia accademica può essere un atto politico. Ieri a Firenze, nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, il presidente Sergio Mattarella ha ritirato una laurea honoris causa dalla Scuola di scienze politiche Cesare Alfieri e ne ha approfittato per ricordare che Alexis de Tocqueville aveva già immaginato questo preciso momento storico: un futuro «oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». Non lasciamo che accada, ha detto. Parole calibrate ma non ermetiche. Basta scavare solo un po’.
Il governo che siede a Palazzo Chigi ha garantito intanto immunità a Benjamin Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale, la CPI, per crimini di guerra e contro l’umanità. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiuso la questione con una formula: «Le immunità vanno rispettate». Il diritto internazionale, evidentemente, come dice Tajani “vale fino a un certo punto”, quello oltre il quale scomoda alleanze che conviene non disturbare.
E poi c’è il Board of Peace, l’organismo creato da Donald Trump per gestire il futuro di Gaza fuori dall’Onu. L’Italia ci va, ha annunciato Meloni, ma «solo come osservatori», formula che peraltro lo statuto del Board non prevede nemmeno. Un’adesione sostanziale protetta da un velo di prudenza costituzionale. Sedersi al tavolo di chi smantella il multilateralismo, in qualunque veste, è una scelta che produce effetti.
Mattarella ha citato ieri la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi». Parole pronunciate all’università, con il governo che nel frattempo le smentisce in tempo reale.
Buon mercoledì.
A dicembre 2025, il generale Eyal Zamir, Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, ha visitato Gaza e definito la Linea Gialla «una nuova linea di confine». Il testo del cessate-il-fuoco del 10 ottobre, siglato da Qatar, Egitto, Turchia e Stati Uniti, usa la parola «temporanea». La parola «confine» non compare.
Secondo immagini satellitari analizzate da AP e Christian Science Monitor, i blocchi di cemento giallo vengono spostati di notte, talvolta centinaia di metri oltre le mappe firmate, senza preavviso. A dicembre Haaretz aveva già documentato il riposizionamento verso ovest. Al Jazeera e UNRWA stimano che Israele controlli il 53-58 per cento della Striscia, incluso l’unico valico con l’Egitto. Due milioni di persone occupano il perimetro «sicuro», che si restringe settimana dopo settimana.
Da ottobre 2025, AP documenta almeno 80 palestinesi uccisi nei pressi della Linea Gialla, tutti definiti dal portavoce IDF «terroristi che si erano avvicinati alle forze». L’ufficio ONU per il coordinamento umanitario certifica che in molte zone la linea non è segnata fisicamente: nessun cartello, nessun avviso. I residenti la navigano a memoria, per suono. Chi era a cinquanta metri dal limite ieri si trova già nella zona di fuoco libero oggi.
Il 9 marzo 2026, un raid israeliano ha colpito l’area dell’Università Al-Azhar, nella Gaza City occidentale, in zona formalmente palestinese. Tre uomini sono morti. I funerali si sono svolti all’ospedale Al-Shifa. Era il giorno in cui ogni dispaccio inseguiva missili su Tehran.
Il cessate-il-fuoco non è mai stato sospeso né concluso. Funziona come cornice che certifica la pace mentre produce lo spostamento di un confine che nessun accordo ha autorizzato. Zamir lo chiama confine. Il testo firmato lo chiama ancora temporaneo.
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Il 7 marzo, su un’emittente siciliana, Giusi Bartolozzi – capo di gabinetto di Nordio, indagata con lui per la vicenda Almasri – ha detto a voce alta quello che il governo ha sempre lasciato intendere tra le righe: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Ha aggiunto di avere un’inchiesta in corso e di essere pronta a lasciare il Paese se il referendum non passa.
La macchina delle smentite si è messa in moto: del resto va così ogni volta che qualcuno in questa maggioranza si lascia andare e dice ciò che la narrazione ufficiale si sforza di nascondere.
Di precedenti ce ne sono. Il 30 gennaio 2025, nel pieno della bufera Almasri, Meloni aveva elencato la magistratura tra i soggetti tenuti a realizzare il «disegno» del governo, accanto alle forze dell’ordine: una concezione della giustizia come braccio esecutivo dell’esecutivo, non come potere indipendente. Nordio aveva già ammesso in Parlamento a marzo 2025 che la riforma «non influisce sull’efficienza della giustizia» – confessando che l’obiettivo è altrove: certamente lontano dalla tutela dei cittadini.
Va letta nel suo contesto, quella frase: una funzionaria indagata, in servizio attivo, che fa campagna referendaria per una riforma costruita nel ministero di cui è braccio destro. In qualunque democrazia ordinata, quella scena non sarebbe possibile.
Allora la domanda va rivolta anche a chi, in buona fede, ritiene utile la separazione delle carriere: è possibile affidare una riforma costituzionale così delicata a chi la usa come strumento di rivalsa Chi risponde di sì dovrebbe spiegare come si separa una riforma da chi la porta avanti. In questo caso, non si può.
Buon martedì.
“Circa 130 persone” è il numero che Guido Crosetto ha scelto di inserire in un comunicato stampa apparso sulla pagina del Ministero della Difesa il 7 marzo. Non è un dato tecnico: è la misura dell’audience. Davanti a quei centotrenta rappresentanti dell’industria della difesa, il ministro ha tenuto un discorso rubricato come “riunione d’emergenza”, con la richiesta esplicita di agire “oltre i normali canoni commerciali”.
In un’economia di mercato, le aziende rispondono agli azionisti e firmano contratti con tempistiche definite. Chiedere loro di andare “oltre” significa subordinare la logica commerciale alla logica dell’urgenza statale. È di fatto la struttura di una mobilitazione industriale, decisa prima che il Parlamento sapesse.
Nove giorni prima, mentre Usa e Israele lanciavano l’operazione Epic Fury contro l’Iran, il ministro si trovava a Dubai in vacanza. Ha dovuto rientrare su un aereo militare, e in Parlamento ha dichiarato: «Avrò sbagliato come ministro, chiedo scusa». La riunione d’emergenza del 7 marzo è insieme risposta operativa alla crisi e risposta comunicativa alla polemica.
C’è un dato che non compare nella nota: nessun Paese europeo era stato informato dell’attacco prima che gli aerei fossero in volo. Lo ha detto Crosetto davanti alle Commissioni parlamentari. Insomma, il conflitto era iniziato a nostra insaputa.
La richiesta di segnalare disponibilità nella “difesa aerea” trova spiegazione nelle scorte. L’Italia disponeva di cinque batterie Samp-T, sistema missilistico terra-aria e unico europeo capace di intercettare missili balistici. Una ceduta all’Ucraina, una in manutenzione, una in Estonia. Se ne dovesse inviare una quarta ai Paesi del Golfo ne resterebbe una sola per il territorio nazionale.
Il passaggio più rilevante del comunicato non riguarda i sistemi d’arma. Riguarda le regole. Crosetto scrive che “è fondamentale ridurre al minimo gli impedimenti e le procedure burocratiche che sempre meno si sposano con esigenze che non possono aspettare e che incidono negativamente sull’efficienza e, in ultima analisi, sulla sicurezza stessa del Paese”. Lo scrive in una nota pubblica, davanti all’industria privata.
Le “procedure burocratiche” negli appalti della difesa includono verifica parlamentare, gare a evidenza pubblica, controlli della Corte dei Conti e dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Definirle “impedimenti” significa spostare il potere di decisione dai circuiti democratici al tavolo tra vertici militari e amministratori delegati. Così il Parlamento serve solo per ratificare dopo, svuotato della sua funzione.
Chi sedeva a quel tavolo il 7 marzo ha un curriculum specifico. Dal 2014 al 2022 Crosetto è stato presidente dell’Aiad, Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza di Confindustria. Nello stesso periodo era Senior Advisor di Leonardo, principale contraente pubblico della difesa. Nel 2020 era diventato presidente di Orizzonte Sistemi Navali, joint venture tra Fincantieri e Leonardo. Prima di giurare da ministro ha lasciato gli incarichi.
La retorica del comunicato trova applicazione nella riforma della Legge 185 del 1990, in discussione alla Camera nelle stesse settimane. Il disegno di legge, già approvato al Senato, cancella dalla Relazione annuale al Parlamento la tabella sulle “banche armate”: l’elenco degli istituti di credito coinvolti nell’export di armamenti, norma ottenuta dalla società civile negli anni Ottanta. Cancellarla mentre la spesa militare tocca i 33,9 miliardi certificati dall’Osservatorio Milex – massimo storico, più 45% nell’ultimo decennio – e mentre il Gcap (il programma di collaborazione internazionale che coinvolge Italia, Regno Unito e Giappone con l’ambizione condivisa di sviluppare un sistema aereo di nuova generazione entro il 2035) vede i costi triplicare da 6 a 18,6 miliardi, segue una logica: più soldi, meno tracce.
La riunione del 7 marzo segnala all’industria che i contratti arriveranno. Segnala all’opinione pubblica che il ministro è operativo. Quello che non dice è chi controlla, con quale procedura e a quale prezzo.
L’articolo Difesa, la riunione d’emergenza convocata da Crosetto pone una domanda: chi vigila sui contratti miliardari con l’industria militare? sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
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