Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
A Qabatiya, in Cisgiordania, un ragazzo di sedici anni viene ucciso durante un raid. L’esercito israeliano parla di un gesto minaccioso. Un video di sorveglianza racconta altro: Rayyan Mohammad Abu Mualla cammina, poi cade. Le immagini smentiscono la versione ufficiale. Succede spesso che la verità emerga per incidente, quando una telecamera resta accesa. Succede meno spesso a Gaza, dove lo sguardo viene sistematicamente respinto.
Mentre un filmato incrina una dichiarazione, Gaza continua a vivere senza immagini sufficienti. La parola “tregua” circola nelle capitali, ma sul terreno resta una formula astratta. I negoziati promettono una seconda fase a inizio 2026, dicono i mediatori. È un calendario diplomatico. Intanto il tempo reale è quello dei raid che proseguono, dei corpi che non tornano, delle famiglie che aspettano.
La tregua raccontata fuori è una pausa amministrativa. Dentro, Gaza è un luogo dove la scuola è sparita per centinaia di migliaia di bambini, al terzo anno senza istruzione formale. Dove le chiese diventano rifugi e il Natale si celebra sotto protezione armata, con la consapevolezza che basta poco perché la protezione svanisca. La normalità ridotta a eccezione.
Ogni volta che un video smonta una versione ufficiale, il problema si sposta altrove: quante storie restano invisibili perché non c’è una telecamera, perché l’accesso è negato, perché il racconto arriva filtrato? L’assedio funziona anche così: comprimendo lo sguardo, rallentando la verifica, rendendo ogni morte una cifra.
La politica internazionale continua a parlare di fasi, di tavoli, di date future. Gaza resta inchiodata al presente. Un presente fatto di fame, macerie e silenzio. Quando la tregua diventa una parola che non ferma i fatti, resta solo la cronaca dei dettagli che sfuggono. E ogni dettaglio, quando emerge, pesa come un atto d’accusa.
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Lunedì Giorgia Meloni, dal Comando operativo di vertice interforze, ha legato per l’ennesima volta la pace alla deterrenza militare. Una forza «credibile», ha detto, serve a «tenere lontana la guerra». È la stessa formula che accompagna da mesi l’aumento delle spese per la difesa e il racconto di una sicurezza fondata sull’equilibrio armato. È la formula magica che piace all’Ue.
Il problema è che la deterrenza, fuori dal linguaggio politico, è da tempo un concetto instabile. Richard Ned Lebow e Janice Gross Stein, in un saggio pubblicato su World Politics nell’aprile 1990, la definiscono una «variabile dipendente elusiva» e osservano che le analisi empiriche «dedicano attenzione insufficiente alla validità e all’affidabilità dei dati». Ne deriva, spiegano, una difficoltà strutturale nel dimostrare che l’assenza di un conflitto sia effettivamente causata dalla deterrenza.
Nello stesso anno, Paul Huth e Bruce Russett, sempre su World Politics, mettono in guardia da conclusioni automatiche. «Fra gli studiosi manca un consenso su come testare in modo sistematico le ipotesi sulla deterrenza», scrivono, mostrando come gli esiti delle crisi dipendano anche da fattori difficilmente controllabili: percezioni dei leader, credibilità politica, pressioni interne, possibilità di arretrare senza pagare costi simbolici eccessivi. E qui, sulla percezione e sulla credibilità dei leader non serve aggiungere altro.
Anche il terreno spesso indicato come prova definitiva, quello nucleare, presenta crepe documentate. Nina Tannenwald, in un articolo pubblicato su International Organization nel 1999, ricostruisce l’emergere di «una proibizione normativa sull’uso delle armi nucleari», spiegando che il mancato impiego dal 1945 si lega anche a stigma morale e costi reputazionali. Attribuire il non-uso esclusivamente alla deterrenza militare, avverte, rischia di semplificare il quadro.
Una cautela simile emerge in ambiti istituzionali. Michael J. Mazarr, in uno studio del 2018 per la RAND Corporation, sottolinea che la deterrenza «dipende in modo decisivo dalla motivazione dell’aggressore» e opera in un contesto segnato da psicologia, errori di calcolo e politica interna. Trattarla come un meccanismo automatico, scrive, porta a sottovalutare la probabilità di fallimenti.
Insomma, la deterrenza è un argomento efficace nei discorsi pubblici, molto meno una garanzia. Funziona come titolo di apertura ma convince inevitabilmente con la possibilità di errore. E quando l’errore arriva, la spiegazione è già pronta.
Buon martedì.
A Gerusalemme Est la polvere arriva prima delle parole. A Silwan un edificio residenziale viene abbattuto, decine di persone costrette a lasciare casa, ruspe e agenti a fare da cornice. È una scena che sembra periferica rispetto a Gaza e invece la spiega. L’assedio esce dalla Striscia e diventa metodo: demolire, spostare, registrare, revocare. Tutto con moduli, ordinanze, comunicati. Nelle stesse ore, a Gaza, l’emergenza umanitaria viene ricondotta a una questione amministrativa. Medici Senza Frontiere avverte che le nuove regole di registrazione imposte da Israele mettono a rischio la presenza delle Ong dal primo gennaio. Senza licenza, senza accesso. Senza accesso, senza cure.
Sembra un dettaglio tecnico, produce amputazioni, infezioni, reparti chiusi. Intanto le agenzie Onu rilanciano un dato che pesa come una sentenza: oltre centomila bambini rischiano la malnutrizione acuta nei prossimi mesi. La fame come effetto collaterale di una firma. Il controllo passa anche dai corpi. Dal carcere di Damon arrivano denunce sulle detenute palestinesi: perquisizioni violente, umiliazioni, rimozione forzata dell’hijab. La disciplina si fa gesto fisico, esposizione pubblica, punizione simbolica. Casa e corpo, la stessa grammatica. A Silwan si rade al suolo un edificio, a Damon si spezza una persona. Cambia il luogo, resta il dispositivo.
Sul fondo, la regione trattiene il respiro. Israele informa Washington di possibili mosse iraniane mascherate da esercitazioni militari. La tensione sale, i vertici parlano di deterrenza, di scenari. È il rumore geopolitico che copre tutto il resto e rende normale l’anomalia: mentre si invocano equilibri regionali, l’assedio quotidiano procede senza ostacoli. Si continua a discutere di fasi, di tregue, di calendari. Sulla carta. Sul terreno avanza un’altra fase, già operativa: demolizioni, permessi revocati, aiuti condizionati, carceri come laboratori di controllo. Oggi la notizia sta qui. La tregua resta una bozza, l’assedio resta un sistema. E la polvere di Silwan arriva prima delle spiegazioni.
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