Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Le parole pronunciate da Donald Trump sulla Groenlandia hanno smesso da tempo di sembrare una boutade. Tra il 6 e il 7 gennaio, la Casa Bianca ha chiarito che l’acquisizione dell’isola «è una priorità di sicurezza nazionale» e che «l’opzione militare resta sul tavolo». Una dichiarazione attribuita ufficialmente alla portavoce dell’amministrazione e rilanciata dalle agenzie internazionali, che ha prodotto un cortocircuito senza precedenti dentro l’Alleanza atlantica.
C’è un piccolo non trascurabile particolare: la Groenlandia è territorio autonomo del Regno di Danimarca, Stato membro dell’Unione europea e della Nato. La minaccia di un alleato contro un altro alleato incrina il presupposto politico dell’Occidente: l’intangibilità dei confini interni allo spazio euro-atlantico. Bruxelles ha reagito con una dichiarazione di principio sul rispetto dell’integrità territoriale danese e sull’applicazione dei principi della Carta Onu. Una presa di posizione necessaria, scontata, ma formulata in termini difensivi, quasi notarili, per evitare lo scontro frontale con Washington. A vederla da fuori sembra la stessa reazione che l’Ue ebbe quando Trump cominciò a minacciare dazi e la conclusione di quella vicenda non lascia certo ben sperare.
In questo equilibrio fragile, come spesso accade, l’Italia continua ad essere uno dei punti più scoperti. Giorgia Meloni ha aderito alla dichiarazione congiunta dei leader europei ribadendo che la Groenlandia «appartiene al suo popolo» e che la sicurezza dell’Artico va garantita «insieme alla Nato e agli Stati Uniti». Una formula che prova a tenere insieme tutto ma che evita accuratamente di nominare il nodo politico: la minaccia americana. Ed è un silenzio che pesa, soprattutto alla luce della postura apertamente atlantista rivendicata dal governo italiano in ogni dossier internazionale.
L’imbarazzo non è solo italiano. Alla Nato, fonti diplomatiche citate da Politico descrivono un clima di paralisi: l’articolo 5 è pensato per rispondere a un’aggressione esterna, non per gestire l’ipotesi di una pressione militare interna all’alleanza. Il segretario generale evita commenti diretti, mentre a porte chiuse cresce il timore che la crisi groenlandese renda esplicita una frattura strutturale tra potenza egemone e alleati.
Sul piano politico interno l’opposizione italiana ha colto subito la contraddizione. Dal Partito democratico al Movimento 5 Stelle, le dichiarazioni parlamentari parlano di «balbettii», «assenza di una condanna chiara», «sudditanza diplomatica». La maggioranza risponde minimizzando, definendo le uscite di Trump «provocatorie» e confidando che «prevarranno le ragioni dell’Occidente unito». È la linea dell’attesa che però lascia l’Italia senza voce propria proprio mentre l’architettura euro-atlantica viene messa alla prova.
Il contesto strategico rende la questione ancora più esplosiva. Scioglimento dei ghiacci, rotte artiche, terre rare, competizione con Russia e Cina: la Groenlandia è un nodo centrale della nuova geopolitica globale. La cleptocrazia americana punta a molto di più. Trump lo rivendica apertamente, arrivando a sostenere che «nessuno combatterà contro gli Stati Uniti per la Groenlandia». Una frase che, letta a Bruxelles e a Roma, suona come un test di resistenza politica più che come un’analisi militare.
La crisi non riguarda solo un’isola lontana. Riguarda la credibilità dell’Unione europea come spazio politico e quella della Nato come alleanza basata su regole condivise. E riguarda l’Italia, costretta a scegliere se continuare a nascondersi dietro formule prudenti o riconoscere che, quando è l’alleato a minacciare l’ordine comune, il silenzio diventa una posizione politica. Pochi mesi fa la presidente del Consiglio disse in Parlamento che «chi tenta di scavare un solco tra l’Europa e gli Usa indebolisce l’Occidente». E ora che gli Usa si vogliono mangiare un pezzo d’Europa
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Rafah resta chiuso. Un valico trasformato in leva politica: se una salma non viene restituita, il confine non si apre. Il messaggio passa dai canali ufficiali israeliani e diventa subito pressione negoziale. Nel frattempo, sul terreno, la vita continua a cedere per dettagli che dettagli non sono. A ovest di Gaza City una tenda crolla, un muro improvvisato cede, una donna muore tre giorni dopo il matrimonio. Un incidente, dicono. In realtà è la misura di cosa significhi vivere appesi a ripari che riparo non sono. Anche l’Onu lo scrive senza retorica: le tende offrono protezione temporanea. Qui il tempo è finito da mesi.
La tregua raccontata come tregua convive con l’incendio come normalità. Un quadcopter colpisce un generatore su un tetto, un edificio residenziale prende fuoco nel quartiere di Al-Tuffah. Un generatore: elettricità, acqua, sopravvivenza minima. Il bersaglio è tecnico, l’effetto resta civile.
La stessa logica attraversa i luoghi del sapere. A Birzeit, in Cisgiordania, le forze israeliane entrano nel campus universitario durante le lezioni. Gas, proiettili, arresti. A Gaza le università sono macerie, in Cisgiordania diventano obiettivi. L’istruzione trattata come una minaccia da contenere.
Poi c’è il fronte dei testimoni. A Medici Senza Frontiere viene imposto di fermare le attività a Gaza. La motivazione ufficiale parla di “neutralità”, di un report che accusa l’organizzazione di usare parole considerate politiche: genocidio, apartheid, fame come arma. Il linguaggio diventa prova d’accusa.
Lo stesso schema vale per i giornalisti. La stampa internazionale resta fuori da Gaza per “ragioni di sicurezza”, mentre i reporter palestinesi continuano a morire uno dopo l’altro.
Valichi chiusi, tende che crollano, università invase, ONG fermate, giornalisti respinti. L’assedio funziona anche così: restringendo lo spazio, il tempo e le parole. Finché raccontare diventa un atto da autorizzare.
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Bir Zeit, mattina. Dentro l’università. Le lezioni in corso. I blindati entrano nel campus, i lacrimogeni riempiono i viali, i colpi partono. La Mezzaluna Rossa conta undici feriti: cinque colpiti da proiettili veri, quattro intossicati dal gas, due caduti durante la fuga. È la Cisgiordania, oggi. Un’università trattata come un obiettivo. Il luogo in cui si forma il futuro trasformato in teatro operativo.
Nello stesso giorno, a Gerusalemme, lo Stato di Israele difende davanti alla Corte Suprema il divieto di accesso dei media internazionali a Gaza. La motivazione resta la stessa: sicurezza. Vale anche durante la tregua. Vale anche mentre si dice che il cessate il fuoco è in corso. Così il quadro si compone: colpire chi studia e impedire a chi racconta di entrare. Territorio e narrazione tenuti insieme, sotto controllo.
A Gaza, intanto, la tregua ha un bilancio che non assomiglia a una tregua. Dall’11 ottobre, secondo fonti mediche locali, i morti sono 424 e i feriti 1.199. I soccorritori parlano di corpi ancora sotto le macerie, ambulanze bloccate, protezione civile che arriva tardi perché spesso non arriva affatto. Un bambino di otto anni muore con il padre nel crollo di un edificio già colpito. La tregua lascia intatti i danni, li fa solo cedere con più lentezza.
L’Unione europea prova a rientrare in scena con una dichiarazione: chiede a Israele di consentire l’accesso alle Ong, di garantire aiuti “salvavita”, di tenere conto dell’inverno, delle scuole chiuse, degli ospedali al minimo. Parole scritte mentre, sul terreno, l’accesso resta selettivo e l’informazione resta fuori.
E poi c’è la mappa che si muove. I blocchi di cemento della cosiddetta “yellow line” lungo la costa di Gaza che, secondo reporter palestinesi, vengono spostati in avanti. Centimetri alla volta. Senza annunci. Senza conferenze stampa. Il genocidio che continua anche quando si chiama tregua, fatto di campus occupati, telecamere spente e confini che avanzano in silenzio.
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Tutto nel giro di poche ore. Ieri negli Usa si celebrava l’anniversario dell’assalto dei trumpiani a Capitol Hill: cinque anni fa lo sconfitto Donald Trump sguinzagliava i suoi seguaci per provare a rovesciare il risultato delle democratiche elezioni statunitensi. Cinque anni dopo quel cencio imperialista e psicopatico vorrebbe insegnare al mondo cosa sia la democrazia, con il diritto internazionale impiastricciato sotto le sue suole.
È il nuovo mondo, quello dell’imperialismo cleptocratico che scalda i cuori dei cialtroni innamorati della forza. E nell’anniversario di Capitol Hill il Dipartimento di giustizia americano registra una clamorosa marcia indietro sulla dubbia accusa nei confronti del leader venezuelano Nicolás Maduro che l’amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno per preparare il terreno per rimuoverlo dal potere: guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles.
Tutta feccia buona per la propaganda. Ora il “cartello di Maduro” per cui si sono strappati le vesti Meloni e i suoi compari è diventato un “sistema di patronato” e una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro della droga. A loro interesserà pochissimo: essere ignoranti in diritto consente illimitata felicità ignorante. Interesserà poco anche a coloro che intravedevano María Corina Machado alla guida del Venezuela: alla Casa Bianca la fresca vincitrice del Nobel per la pace “non gode di sufficiente rispetto” per guidare il Paese. Carta straccia anche le previsioni di qualche liberale nostrano. Parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, Donald Trump ha annunciato che incontrerà presto le compagnie petrolifere. Questo conta, solo questo. Che gliene fotte del ripristino della democrazia e del diritto.
Buon mercoledì.
C’è un imbarazzo che nessun comunicato di Palazzo Chigi riesce a dissimulare, un vuoto pneumatico tra la “storica posizione dell’Italia” e la realtà dei fatti che si è consumata a Caracas. Mentre il mondo osserva attonito il blitz delle forze speciali statunitensi che ha prelevato, impacchettato e spedito a New York un capo di Stato straniero, il governo italiano si è esibito in una acrobatica contorsione diplomatica. La nota ufficiale della Presidenza del Consiglio, e le successive dichiarazioni del Ministro degli Esteri Tajani, definiscono l’azione “legittima” in quanto “intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi”. È la dottrina della “sicurezza nazionale” estesa fino a comprendere qualsiasi cosa disturbi il sonno di Washington. Meloni, nel suo atlantismo senza se e senza ma, si ritrova così a dover riscrivere i manuali di giurisprudenza per compiacere il nuovo inquilino della Casa Bianca, Trump.
Eppure, la carta parla chiaro. Come ha spiegato con cristallina precisione Marina Castellaneta, ordinaria di Diritto internazionale, sulle colonne del Corriere della Sera, quanto accaduto è una “grave violazione del diritto internazionale, una forma di aggressione a uno Stato sovrano”. L’articolo 2, paragrafo 4 della Carta Onu è una norma cogente: il divieto dell’uso della forza è inderogabile, salvo legittima difesa per un attacco armato già sferrato. Il narcotraffico, sventolato da Trump e ripreso a pappagallo da Roma come casus belli, non è una motivazione valida: esistono convenzioni Onu, esiste la cooperazione giudiziaria, non i Navy SEALs che sfondano le porte di un palazzo presidenziale. Quello di Maduro, tecnicamente, non è un arresto: è un sequestro di persona.
Ma se la postura prona di Meloni era prevedibile, lo spettacolo più interessante lo offrono le macerie del cosiddetto Terzo Polo. È qui, tra i banchi di chi si autodefinisce liberale e garantista, che il governo trova la sua stampella più solida, senza nemmeno dover offrire un sottosegretariato.
Renzi, intervistato dal Quotidiano Nazionale, ammette con un cinismo disarmante che il diritto internazionale è ormai una “pia illusione” sostituita dalla “legge del più forte”, ma liquida la questione: “È la fine di un regime, questo è sicuro. Il Venezuela senza Maduro sarà un Paese migliore”. Sulla stessa linea Gelmini (Noi Moderati), per la quale l’operazione “non ha forse rispettato i canoni del diritto internazionale ma può aprire le porte a una transizione democratica”. Il fine giustifica i mezzi, il garantismo vale a targhe alterne. Ecco i perfetti alleati di Meloni: pronti a sacrificare lo Stato di diritto sull’altare della realpolitik e dell’allineamento atlantico, fornendo quella copertura “moderata” che rende digeribile l’illegalità internazionale.
Dall’altra parte della barricata, le opposizioni provano a tenere il punto. Il Movimento 5 Stelle, con gli eurodeputati Gaetano Pedullà e Andrea Della Valle, parla esplicitamente di “neocolonialismo energetico” e chiede che Meloni riferisca in Aula, definendola “cheerleader di Trump”. La preoccupazione non è solo per Caracas. Se la “minaccia alla sicurezza nazionale” giustifica l’invasione, cosa dire delle mire di Trump sulla Groenlandia, territorio della Danimarca (Ue e Nato)? Fratoianni (AVS) denuncia l’incredibile silenzio del governo italiano sulle “minacciose farneticazioni” verso un partner europeo.
Il Partito Democratico, con Boldrini, attacca duramente le parole di Tajani: “Si legittimano aggressioni militari e colpi di Stato, si creano i presupposti per la legge della giungla”. Ma la sensazione è che il governo abbia già scelto la sua rotta, e non è quella del diritto. È quella indicata, forse con troppa sincerità, dal Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che in un’intervista collega la crisi venezuelana alla possibilità per l’Italia di diventare hub del gas, rilanciando le trivellazioni. Mentre a New York si celebra il processo a Maduro, a Roma si fanno i conti sulle riserve di petrolio. Il diritto internazionale può attendere, o meglio, può essere riscritto dai “volenterosi” alleati di Trump, dentro e fuori la maggioranza.
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