Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
A Gaza la tregua si misura con il vento. Nelle ultime ventiquattr’ore le raffiche hanno strappato tende, fatto crollare muri già lesionati, sepolto famiglie che vivevano sotto ripari di fortuna. Un bambino di un anno è morto per ipotermia. Almeno quattro persone sono state uccise dal cedimento di pareti improvvisate. Le agenzie parlano di “maltempo”, l’Onu di centinaia di tende distrutte. È il vocabolario della normalizzazione: quando la guerra rallenta, il rischio diventa clima.
Dentro questa calma apparente continuano però i colpi. A Rafah le forze israeliane hanno riferito di uno scontro a fuoco con sei uomini armati nella zona occidentale, definendolo una “grave violazione” del cessate il fuoco. La formula è sempre la stessa: la tregua come cornice, l’eccezione armata come regola quotidiana. UNICEF intanto conta oltre cento minori uccisi da mezzi militari dal 10 ottobre, data ufficiale dell’accordo. Numeri che faticano a entrare nei comunicati, ma restano nei corpi.
Mentre a Gaza si muore di freddo e di schegge, altrove si pianifica. Da Washington filtra l’imminente annuncio della cosiddetta “fase due”: amministrazione temporanea affidata a tecnocrati palestinesi, un percorso verso una governance futura, la ricostruzione come promessa, il disarmo di Hamas come condizione. Si discute di nomi, di organigrammi, di supervisori internazionali. La distanza è tutta lì: tra chi conta le tende e chi distribuisce incarichi.
Intanto cambia il lessico. Negli Stati Uniti la parola “genocidio” entra nel dibattito politico senza più restare ai margini. Un senatore democratico, ebreo, in corsa per il seggio di Nancy Pelosi, ha scelto di usarla pubblicamente per Gaza dopo settimane di ambiguità. È un fatto politico prima ancora che semantico. A Gaza la tregua resta una statistica fragile. Altrove si discute finalmente di come chiamare ciò che accade.
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Da giorni rimbalza un refrain ripetuto allo sfinimento: la sinistra non difende l’Iran. Lo scrivono gli editorialisti di destra, lo mettono in prima pagina certi giornali al servizio del governo, lo ripetono compulsivamente i politici e i loro troll. Galeazzo Bignami, ad esempio, si domanda perché per l’Iran non siano in partenza nuove flotille, dimostrando poca attinenza con l’originalità e il senso della geografia.
Il vizio molto provinciale di utilizzare la vita delle persone e i desideri di libertà dei popoli per regolare conti con gli avversari politici piace moltissimo ai meloniani, ai loro sgherri e a centristi di diverse salse. Ogni giorno un appello a presunti pezzi di sinistra. Ieri alle femministe, oggi ai pro-Pal, domani a chissà chi. L’importante, secondo loro, è dimostrare una presunta mollezza degli avversari politici che di volta in volta diventano amici di Hamas, poi di Maduro, poi di Putin e via così.
Ci sarebbe da scommettere che gran parte dei bastonatori non sappiano nemmeno indicare l’Iran su una cartina geografica con il dito. Ma per loro non è importante: ciò che conta è avere imparato in fretta il posizionamento strumentale su ogni questione internazionale per accendere lo scontro.
Questa mattina a Palazzo Madama la commissione Esteri voterà una mozione contro il regime iraniano per censurare il governo degli ayatollah, esprimere massima solidarietà al popolo in lotta e chiedere al governo e all’Unione europea di attivare iniziative per fermare i massacri. Sapete chi la voterà? Tutti.
E questo è tutto quello che c’è da dire sulla melma e sulla propaganda.
Buon mercoledì.
La liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò arriva confezionata come fotografia di governo. La pista, il volo di Stato, la stretta di mano, i ringraziamenti. Ad attendere ci sono Giorgia Meloni e Antonio Tajani; con loro il direttore dell’AISE Giovanni Caravelli. L’inquadratura racconta l’esito. Il tempo racconta altro: Trentini rientra dopo 423 giorni di detenzione. Per Burlò i familiari hanno parlato per mesi di un’assenza fatta di notizie a singhiozzo, contatti rari, risposte che arrivavano quando arrivavano. La scena pubblica chiude una storia che, per chi aspettava, si è consumata lontano da telecamere e comunicati.
Trentini era stato fermato il 15 novembre 2024 durante uno spostamento interno in Venezuela, nella ricostruzione diffusa dalle agenzie. Da lì, carcere e trasferimenti, con una contestazione che nelle ricostruzioni pubbliche resta opaca. Il punto politico sta proprio nell’asimmetria: l’operazione viene celebrata con un protocollo preciso, il percorso resta coperto da formule generiche. Quando la liberazione diventa evento, la detenzione resta una parentesi senza un perimetro di spiegazioni.
Dentro quella parentesi si addensano i dettagli che trasformano un caso consolare in un fatto politico. Famiglie che apprendono informazioni a frammenti, avvocati che chiedono discrezione, canali riservati che diventano l’unico linguaggio possibile. L’Italia ricompare nel momento del rientro, con la sua liturgia istituzionale; prima c’è stata l’attesa. Il risultato è un racconto a due velocità: la rapidità della rivendicazione finale, la lentezza dei giorni contati da chi stava fuori.
Anche qui la sequenza è più eloquente delle valutazioni. L’aereo atterra, i protagonisti istituzionali si dispongono in campo, il dossier viene archiviato come successo. Ma la misura reale resta quella che Trentini porta addosso in una cifra: 423 giorni. Burlò in mesi sottratti alla normalità, secondo quanto riferito dai familiari nelle ricostruzioni. Una liberazione può essere un traguardo; resta anche il promemoria di tutto ciò che per mesi è rimasto sospeso.
È Tajani a spostare apertamente la vicenda dal piano dei singoli al piano dei rapporti tra Stati. «In Venezuela restano 42 detenuti con legami italiani», dichiara, precisando che «24» sarebbero detenuti politici con doppio passaporto. Subito dopo aggiunge la frase che pesa più di ogni ringraziamento: «Serve una nuova relazione con Caracas» per ottenere altre liberazioni. Il rientro di Trentini e Burlò diventa così un capitolo di un dossier più ampio, dichiarato in pubblico mentre la scena istituzionale è ancora accesa.
Nelle interviste rilanciate in giornata, lo stesso ministro collega il tema a una prospettiva di normalizzazione dei rapporti e agli interessi strategici ed economici italiani. È un passaggio che consegna un fatto netto: le liberazioni vengono agganciate a un processo diplomatico che punta a riaprire canali e rapporti. In quella cornice, le persone smettono di essere soltanto persone e diventano anche moneta di trattativa, misurata in numeri e categorie.
A riportare tutto a una dimensione meno celebrativa interviene l’avvocata Alessandra Ballerini, che chiede riservatezza e parla di «prezzo altissimo», ricordando che il pensiero va a chi resta detenuto e alle famiglie ancora in attesa. È la frase che sgonfia il trofeo: due rientri certificano un esito, però lasciano intatto il conto aperto evocato dallo stesso governo. Trentini e Burlò tornano. Il numero 42 resta lì, come prova che la storia, per molti altri, continua.
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Nel solo mese di dicembre il ministero della Difesa ha trasmesso alle commissioni Bilancio e Difesa di Camera e Senato 14 programmi di spesa militare. Valore complessivo: 5,3 miliardi di euro. I fascicoli arrivano quando la sessione di bilancio è già una corsa a ostacoli e ogni passaggio pesa più per la velocità che per il merito. Così accade che le spese vengano messe in fila mentre le coperture restano fuori campo.
Quei 14 programmi sono ovviamente all’interno di una sequenza già strutturale. Dall’inizio della legislatura, i programmi militari approvati o in via di approvazione sono 60. Il totale degli impegni di spesa è pari a 25 miliardi di euro. Il valore complessivo supera i 60 miliardi, perché gli stanziamenti sono pluriennali e vincolano i bilanci successivi. I numeri sono quelli ricostruiti dall’Osservatorio Mil€x, che segue la spesa militare atto per atto e ne misura l’impatto nel tempo.
Ma il fatto politico sta nella distanza tra ciò che viene impegnato e ciò che viene spiegato. I programmi avanzano, le risorse che dovrebbero sostenerli vengono rinviate a una fase successiva. Si compra dissennatamente e solo dopo ci si preoccupa di pagare.
Durante il question time al Senato del 13 gennaio 2026, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha assicurato che l’incremento della spesa prospettato eviterebbe rinunce sulle priorità sociali e sul welfare. Subito dopo ha indicato il punto di caduta: per capire come verranno coperte queste spese occorre attendere la stima del deficit 2025 che l’Istat notificherà alla Commissione europea a marzo. Da lì dipenderebbe l’eventuale uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo.
In quel quadro il governo si dice pronto ad attivare deroghe europee e clausole di flessibilità, con una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta previsto nel Piano strutturale di bilancio di medio termine. In pratica, la spesa viene impegnata adesso e la copertura viene agganciata a un passaggio ancora da certificare. E mentre si chiede al Parlamento di esaminare pacchetti miliardari, la mappa delle risorse resta in sospeso. Le garanzie restano dichiarazioni. I miliardi restano atti.
Mil€x segnala anche il modo in cui alcuni programmi crescono mentre procedono. La terza fase dei mini-droni da ricognizione Asio, Spyball e Crex prodotti da Leonardo passa da 290 a 356 milioni in un anno, con un impegno pluriennale richiesto di 115 milioni. Il programma Grifo per batterie antiaeree basate sui missili Camm-Er del consorzio Mbda sale da 456 a 842 milioni in tre anni, con un impegno pluriennale di circa 277 milioni.
Nello stesso elenco compaiono ulteriori acquisizioni: obici ruotati Rch155 e munizioni (435 milioni), mortai e droni-bomba (65 milioni), razzi a lungo raggio (55 milioni), lanciarazzi Carl-Gustav e munizioni con impegni pluriennali (45 milioni), ammodernamenti di sistemi già in dotazione (42 milioni). Ogni riga è una cifra, ogni cifra ha un orizzonte pluriennale. Il valore vero sta nella somma dei vincoli, nella parte che resta fuori dall’anno corrente e si scarica su quelli successivi.
Dicembre, con i suoi 5,3 miliardi, diventa così un acceleratore. La legislatura, con i suoi 60 programmi, è la traiettoria. La questione delle coperture viene spostata a marzo, a Bruxelles, a una finestra tecnica. Nel frattempo gli impegni sono già iscritti. E quando una spesa entra negli atti, smette di essere promessa e diventa debito politico da pagare, con soldi che il governo ancora deve indicare dove trovare.
Rimane un punto sostanziale: il governo italiano sta spendendo soldi che non ha, mentre promette di non intaccare le spese in essere. E qui la domanda è scontata: la promessa di Giorgetti di non toccare la spesa sociale verrà smentita in nome di una nuova emergenza Di certo le emergenze, di questi tempi, spuntano con una velocità impressionante.
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A Gaza dall’inizio del cessate il fuoco di ottobre, più di cento bambini sono stati uccisi. Uno al giorno. Non durante grandi offensive ma nella routine armata dell’assedio: droni, colpi isolati, ordigni inesplosi, spari.
Poi arriva il freddo. Pioggia e vento che attraversano tende piantate dove prima c’erano case. Persone schiacciate nel sonno da strutture di fortuna, un bambino morto di ipotermia. La notizia non è il maltempo ma la condizione: vivere sotto teli perché la ricostruzione resta bloccata, i materiali contingentati, l’assistenza ridotta a concessione.
Le Nazioni Unite lo dicono senza metafore. Le restrizioni israeliane impediscono a UNRWA di operare come dovrebbe. I materiali educativi restano fuori, l’istruzione viene declassata a “attività non critica” mentre il 97 per cento delle scuole è stato danneggiato o distrutto. A Gaza si sopravvive senza imparare, senza ricostruire, senza futuro immediato. Anche questo è un risultato politico.
C’è poi un dato che smonta definitivamente la narrazione del “dopo”. Dall’inizio della tregua sono stati demoliti più di 2.500 edifici. Demolizioni successive al cessate il fuoco. La tregua non ferma le ruspe. Il territorio viene riscritto mentre si discute di fasi, tavoli e transizioni. La pace promessa si consuma in parallelo alla cancellazione fisica dei luoghi.
Fuori da Gaza, stessa logica. In Cisgiordania la violenza dei coloni è aumentata del 25 per cento nel 2025. Oltre 1.700 attacchi dall’ottobre 2023. Due velocità, un solo dispositivo: controllo, intimidazione, normalizzazione della forza.
Intanto, a Londra, il governo valuta lo sblocco delle licenze per la vendita di armi a Israele dopo la “Fase Due”. Mentre a Gaza si contano i bambini uccisi durante la tregua, l’Occidente prepara il ritorno alla normalità commerciale. La tregua funziona così: sospende l’indignazione, lascia intatto l’assedio.
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