Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Settantadue minuti. Tanto è durato l’intervento di Donald Trump a Davos. Un tempo sufficiente per un discorso. O per una diagnosi.
In settantadue minuti Trump ha confuso la Groenlandia con l’Islanda mentre spiegava perché vuole comprarla, come si fa con una multiproprietà mal riuscita. Ha minacciato un alleato NATO, la Danimarca, spiegando che il “no” verrà ricordato. Linguaggio da riscossore, contesto da forum economico globale.
Ha definito la Groenlandia “un pezzo di ghiaccio” necessario alla pace mondiale, ha rivendicato contemporaneamente il 100% di sangue scozzese e il 100% di sangue tedesco, ha raccontato una restituzione americana della Groenlandia alla Danimarca che non è mai esistita, ha sostenuto che la Cina non abbia pale eoliche mentre domina il mercato mondiale dell’eolico.
Ha annunciato un’invasione petrolifera del Venezuela smentita dagli stessi amministratori delegati delle compagnie citate. Ha dichiarato che negli Stati Uniti “praticamente non c’è inflazione” mentre i dati ufficiali dicono altro. Ha insultato in diretta il presidente della Federal Reserve, trasformando Davos in una riunione di condominio.
Ha raccontato di dazi imposti per ripicca personale, ha attribuito il crollo dei mercati all’Islanda, 380 mila abitanti, colpevole ideale. Ha rivendicato che gli Stati Uniti paghino “il 100% della NATO”, cifra inventata. Ha ribattezzato l’Azerbaigian come fosse un cocktail sbagliato.
Un flusso continuo di affermazioni false, numeri inventati, geografia a caso, minacce politiche e rancori personali esibiti come dottrina economica.
Settantadue minuti senza correttori, senza argini, senza nemmeno la pretesa di sembrare credibile. Il mondo ha ascoltato in silenzio. Una volta, per molto meno, si parlava di inidoneità. Oggi si applaude educatamente e si prende appunti.
Non per capire cosa farà Trump. Per capire quanto ancora può dire prima che qualcuno trovi il coraggio di chiedere il TSO.
Buon giovedì.
L’Italia continua a scivolare ai margini dell’Europa dei laureati. Nel 2024 solo il 31,6 per cento dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo di studio terziario. Davanti ci sono tutti, tranne la Romania. La media europea ha già superato il 44 per cento e l’obiettivo fissato dall’Unione per il 2030 è al 45 per cento. Il divario italiano supera i tredici punti percentuali e fotografa una distanza che ha smesso da tempo di essere congiunturale.
Il dato pesa se letto insieme alla dimensione economica del Paese. Terza economia dell’eurozona, l’Italia resta tra gli ultimi per capitale umano qualificato. Francia e Spagna hanno già superato il 50 per cento nella stessa fascia d’età. In altri Stati membri la crescita è sostenuta da investimenti pubblici continui e da sistemi di accesso meno selettivi sul piano economico. In Italia l’università continua a funzionare come filtro sociale, prima ancora che come ascensore.
La media nazionale nasconde una frattura geografica profonda. I dati territoriali mostrano che solo sei regioni superano il 30 per cento di laureati nella fascia 25-49 anni. In testa c’è il Lazio con il 32,6 per cento. In coda restano Sicilia, Campania e Sardegna, tutte sotto il 24. Il Mezzogiorno rimane stabilmente indietro, anche negli anni di crescita complessiva. Il recupero procede, ma non riduce le distanze.
A livello comunale il quadro diventa ancora più esplicito. Meno dell’1 per cento dei comuni supera il 40 per cento di laureati. In oltre duemila comuni meno di un residente su cinque ha completato un percorso universitario. Le aree con più titoli terziari coincidono con i grandi centri urbani e universitari. Le aree interne e periferiche restano escluse. È una mappa che replica le disuguaglianze economiche e le rende strutturali.
Ma dietro questi numeri c’è una scelta politica precisa che arriva da lontano. L’Italia investe in istruzione meno della media europea e continua a scaricare i costi sulle famiglie. Le tasse universitarie restano tra le più alte dell’Unione. Il diritto allo studio procede a singhiozzo, con il paradosso degli idonei senza borsa che riemerge ogni volta che mancano coperture strutturali. La possibilità di laurearsi resta fortemente condizionata dal reddito e dal territorio di origine. Ti laurei se te lo puoi permettere, non se te lo meriti.
Così il risultato è un sistema che seleziona prima di formare. L’università, anziché ridurre le disuguaglianze, spesso le riproduce. I dati mostrano che la condizione socio-economica familiare incide ancora in modo decisivo sulle probabilità di arrivare alla laurea, anche a parità di rendimento scolastico. L’istruzione diventa così un indicatore di origine sociale invece di essere uno strumento di mobilità.
A completare il quadro c’è il mercato del lavoro. In Italia il premio salariale della laurea resta più basso rispetto alla media Ocse. Molti giovani qualificati finiscono in occupazioni che non richiedono il titolo conseguito o accettano retribuzioni che rendono l’investimento poco conveniente. Questo inevitabilmente alimenta la mobilità in uscita: negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Paese, una quota significativa con un titolo universitario. L’Italia forma e poi regala capitale umano.
Il basso numero di laureati non è una statistica neutra. È il segnale di un sistema che fatica a garantire accesso, prospettive e riconoscimento. Così senza un cambio di rotta su finanziamenti, diritto allo studio e qualità dell’offerta formativa, l’obiettivo europeo del 2030 resta lontano. I numeri dicono che il ritardo italiano non nasce oggi e non si colma con interventi episodici. Peccato che l’argomento scaldi molto meno dei metal detector e rimani, così, nelle retrovie.
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In Campania il Partito Democratico continua a vincere, ma senza governare davvero se stesso. Le elezioni regionali del 2025 hanno consegnato al centrosinistra una maggioranza ampia, costruita attorno alla candidatura di Roberto Fico, ma il risultato politico resta un altro: l’impossibilità strutturale del Pd di emanciparsi dal sistema di potere costruito da Vincenzo De Luca. Un potere che si è formalmente ritirato dalla guida della Regione, ma che continua a determinare gli equilibri del partito, delle liste e delle maggioranze.
Il compromesso che ha reso possibile la vittoria regionale ha infatti lasciato intatto il nodo centrale. De Luca ha rinunciato al terzo mandato, ma ha mantenuto il controllo della filiera politica: la segreteria regionale affidata al figlio, una rete di consiglieri fedelissimi, liste civiche capaci di muovere consenso autonomo. I numeri parlano chiaro. Sommando il peso delle liste direttamente riconducibili al governatore uscente e quello delle aree riformiste alleate, emerge una quota di elettorato decisiva, superiore a quella del Pd “puro” e nettamente più solida del radicamento del Movimento 5 Stelle. La vittoria, dunque, arriva ma l’autonomia politica del partito, no.
La Campania rimane per i dem un paradosso permanente. La segreteria nazionale guidata da Elly Schlein ha costruito la propria identità sulla rottura con il cacicchismo territoriale, sulla fine dei potentati personali, sul ricambio delle classi dirigenti. In Campania, però, il Pd funziona secondo logiche opposte. Il partito regionale risponde a un centro di potere familiare, mentre la linea nazionale resta priva di strumenti reali per incidere.
Il caso Salerno spiega chiaramente il cortocircuito. Le dimissioni del sindaco Vincenzo Napoli, maturate in un contesto politico e temporale chirurgico, aprono la strada al ritorno di De Luca nella sua roccaforte. Un’operazione che non riguarda solo una città ma mette alla prova l’intero impianto del Pd. Concedere il simbolo significherebbe legittimare un modello di governo personale che il partito dichiara di voler superare. Negarlo significherebbe assistere a una candidatura vincente contro il Pd, nel cuore del deluchismo, con un effetto demolitorio sull’autorità della segreteria nazionale.
E in questo equilibrio forzato il partito rimane ostaggio dei propri numeri. Vince perché accetta il compromesso. Governa perché rinuncia allo scontro. Ma ogni rinvio rafforza il sistema che dovrebbe essere superato.
Dentro questo scenario si muove l’altra faglia, quella solita dei riformisti. In Campania l’area che fa riferimento alla minoranza dem ha intensificato la propria presenza, costruendo un asse con amministratori locali, sindaci e apparati territoriali. La strategia è evidente: costruire un partito degli amministratori, capace di pesare come contropotere interno alla segreteria Schlein. Non è una vera e propria sfida frontale ma una pressione costante, giocata sui territori dove il consenso si organizza.
Il punto politico è che, anche qui, la linea di frattura passa sopra il nodo De Luca. I riformisti non mettono in discussione il sistema di potere campano; anzi lo considerano una risorsa da gestire. La rottura, semmai, è con la segreteria nazionale, accusata di non comprendere la “realtà dei territori”. Una formula che in Campania ha un significato preciso: accettare il feudalesimo come prezzo della governabilità.
Il risultato è un Pd che in Campania vive in una condizione di scissione silenziosa. Da una parte una linea nazionale che parla di rinnovamento; dall’altra un blocco politico che pratica la continuità, forte dei voti e delle reti locali. La Regione diventa così un laboratorio al contrario: dimostra che il centrosinistra può vincere al Sud, ma anche che il Pd, senza una scelta netta, resta prigioniero dei suoi signori locali. E ogni vittoria, in queste condizioni, somiglia sempre di più al rinvio della solita, cronica, deludente, resa dei conti interna.
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Nel “Board of peace” promosso da Donald Trump per Gaza siede Benjamin Netanyahu. Un premier ricercato dalla Corte penale internazionale viene accolto come interlocutore legittimo di un tavolo che si autodefinisce di pace. È un fatto politico, prima ancora che simbolico. Ed è il punto da cui partire.
Giorgia Meloni resta fuori. Non per un’improvvisa cautela morale, non per una svolta sul genocidio. Resta fuori perché entrare significherebbe esporsi a un cortocircuito ingestibile. L’Italia è Stato parte dello Statuto di Roma. Partecipare a un organismo che normalizza la presenza di un ricercato CPI apre una faglia istituzionale evidente: davanti al Parlamento, al Quirinale, ai partner europei. Una faglia che non si chiude con una nota diplomatica.
C’è poi il livello europeo. Il board nasce fuori da qualsiasi mandato Onu, come struttura parallela e personalistica. Nelle stesse ore l’Unione europea protesta per la demolizione di un compound delle Nazioni Unite a Gerusalemme Est, richiamando la Convenzione sulle immunità Onu. Da una parte si colpisce fisicamente il perimetro delle Nazioni Unite, dall’altra si costruisce una “pace” che delle Nazioni Unite fa a meno. Entrarci avrebbe significato rompere il fragile equilibrio europeo.
Infine l’immagine. Sedersi a un tavolo con Netanyahu e con Trump regista avrebbe prodotto una fotografia impossibile da spiegare a Bruxelles e ingestibile in casa. Meloni sceglie l’unica opzione che riduce i danni: non firmare, non esporsi, rinviare.
Intanto Gaza resta sullo sfondo come spazio amministrato. I convogli umanitari continuano, numerati, ordinati. La sopravvivenza viene gestita come logistica. La politica si svolge altrove, dove la parola “pace” viene pronunciata accanto a un mandato di arresto internazionale senza che nessuno senta il bisogno di spiegare la contraddizione.
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Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere dei magistrati nasce già con un corpo elettorale amputato. Cinque milioni di cittadini italiani che studiano, lavorano o si curano in un comune diverso da quello di residenza non potranno votare. La causa dell’esclusione è una decisione politica assunta dal governo nonostante numeri, strumenti e precedenti avessero già dimostrato la praticabilità del voto fuorisede. I numeri sono noti, gli strumenti esistono, i precedenti pure. Quindi la rinuncia è deliberata.
Parliamo di una platea pari a oltre il dieci per cento del corpo elettorale. Se fosse una regione, sarebbe tra le più popolose del Paese: studenti universitari, lavoratori precari, insegnanti con incarichi annuali, operatori sanitari, persone in mobilità sanitaria. Una parte strutturale dell’Italia reale. A loro viene chiesto di rientrare nel comune di residenza per votare, affrontando costi di viaggio che oscillano tra i 200 e i 400 euro, tempi incompatibili con lavoro e studio, ostacoli materiali che trasformano il diritto di voto in una prestazione a pagamento. Il principio costituzionale del voto “personale ed eguale”, sancito dall’articolo 48, diventa così subordinato al reddito e alla disponibilità di tempo.
Il dato centrale, che il governo evita accuratamente di affrontare, è la natura della consultazione. Il referendum del 2026 è confermativo, ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione. Non prevede quorum. Vince chi prende un voto in più. In questo contesto, ogni esclusione pesa in modo determinante sull’esito finale. Impedire a milioni di cittadini di votare non invalida formalmente la consultazione, ma ne altera gli equilibri politici e la legittimazione democratica.
Il paradosso è reso ancora più evidente dai precedenti recenti. Nel 2024, per le elezioni europee, e nel 2025, per i referendum su lavoro e cittadinanza, il governo aveva introdotto sperimentazioni di voto nel comune di domicilio. Nel 2025 l’estensione aveva riguardato studenti, lavoratori e persone in cura. I dati del Ministero dell’Interno mostrano che oltre 67 mila cittadini avevano presentato domanda, con un tasso di partecipazione vicino al 90 per cento tra gli ammessi al voto. Quando l’ostacolo viene rimosso è evidente che la partecipazione cresce in modo netto. Quel modello ha funzionato. Il sistema ha tranquillamente retto. I comuni hanno gestito seggi e liste senza criticità strutturali.
Nonostante questo, il ministero dell’Interno ha escluso la possibilità di replicare l’esperienza per il referendum costituzionale, sostenendo l’assenza di una base legislativa e una valutazione costi-benefici ritenuta sfavorevole. È una linea che ignora i dati più recenti e seleziona quelli meno significativi. La stessa maggioranza che ha fatto ricorso più volte alla decretazione d’urgenza sceglie di non utilizzarla quando si tratta di ampliare il diritto di voto.
Nel frattempo, una legge delega approvata dalla Camera nel 2023 resta bloccata al Senato. Una proposta di legge di iniziativa popolare, promossa da The Good Lobby, Will Media e dalla rete Voto Fuorisede, ha raccolto oltre 50 mila firme ed è stata incardinata in Commissione Affari costituzionali, ma senza tempi compatibili con il voto di marzo. Anche qui, il fattore decisivo è politico, non tecnico.
L’Italia resta così un’eccezione negativa nel panorama europeo. Germania, Francia, Spagna e Regno Unito prevedono forme di voto postale, per delega o anticipato. L’Estonia utilizza il voto elettronico. In Italia votano per corrispondenza i cittadini iscritti all’AIRE, residenti all’estero, mentre chi vive a Torino ed è residente a Reggio Calabria deve tornare a casa o rinunciare. Una disparità che solleva interrogativi evidenti sul principio di uguaglianza.
Il referendum sulla giustizia si avvia così a essere ricordato anche per questo: una riforma costituzionale votata senza una parte rilevante del Paese. Cinque milioni di cittadini trasformati in spettatori forzati. L’astensionismo che ne deriverà non sarà una scelta. Avrà un indirizzo preciso e una responsabilità politica altrettanto chiara.
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