Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
Ci risiamo. Mentre il governo vorrebbe insegnare agli iraniani che la libertà si conquista scendendo in strada, in casa propria continua a riscrivere le regole della forza pubblica per renderla sempre meno sindacabile. Nel nuovo ddl sicurezza riemerge lo scudo penale per le forze dell’ordine, ancora una volta mascherato da “tutela procedimentale”, ancora una volta infilato nei meccanismi tecnici del processo per evitare la parola che spaventa anche chi lo propone: immunità.
Il cuore della norma è semplice quanto dirompente. Nei casi di uso delle armi o di mezzi di coazione fisica da parte di agenti in servizio, il pubblico ministero non dovrebbe più procedere all’iscrizione immediata nel registro degli indagati se l’azione appare coperta da una causa di giustificazione. Prima viene una fase di valutazione preliminare, poi – eventualmente – l’iscrizione. Tradotto: un limbo investigativo, in cui l’atto che oggi è dovuto e serve ad attivare le garanzie difensive e il controllo del giudice diventa facoltativo. Lo scudo non assolve, ma sposta il tempo della giustizia. E nel diritto penale il tempo è già una forma di potere.
Non è un incidente di percorso. È l’ennesimo capitolo di una storia lunga mezzo secolo. Dalla Legge Reale del 1975, che ampliò l’uso legittimo delle armi senza mai riuscire a sottrarlo al vaglio giudiziario, ai governi Berlusconi e alla stagione dei “lodi”, fino ai decreti Salvini e alla riforma della legittima difesa venduta come automatismo assolutorio e poi ricondotta dai giudici nei binari della proporzionalità.
Ogni volta la destra ha cercato uno scudo esplicito. Ogni volta si è fermata davanti alla Costituzione, alla Corte costituzionale, alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Questa volta la strategia è diversa: non toccare la punibilità, ma il procedimento. Non dire “non si indaga”, ma “si indaga dopo”. Al posto di negare il procedimento si decide di rinviarlo.
Il contesto aiuta. La riforma Cartabia ha già introdotto una valutazione sugli indizi prima dell’iscrizione. La maggioranza usa quella sponda per spingersi oltre e costruire una presunzione di legittimità funzionale per chi indossa una divisa. A questo si somma un clima politico ossessionato dall’ordine pubblico, la pressione costante dei sindacati di polizia, la competizione interna al centrodestra su chi difende meglio “chi ci difende”.
Il risultato è un testo che potrebbe superare il primo vaglio parlamentare proprio perché si presenta come tecnico e garantista, mentre in realtà ridisegna l’equilibrio tra forza e controllo. Una riforma che avanza per sottrazione, senza proclami, ma con effetti strutturali.
Le criticità sono evidenti. L’obbligatorietà dell’azione penale viene svuotata dall’interno: come si può valutare una causa di giustificazione senza indagare formalmente? L’eguaglianza davanti alla legge salta quando due fatti identici seguono percorsi diversi in base alla qualifica di chi preme il grilletto. Il diritto di difesa viene paradossalmente indebolito anche per gli stessi agenti, perché senza iscrizione non scattano le garanzie sugli atti irripetibili.
Sul fondo resta l’obbligo europeo di indagini effettive quando l’uso della forza statale provoca morti o lesioni gravi, un obbligo che all’Italia è già costato condanne pesanti. Ritardare l’accertamento significa indebolirlo. E indebolire l’accertamento significa normalizzare l’opacità.
Inserito nel pacchetto sicurezza, lo scudo dialoga con altre norme: aggravanti automatiche per chi resiste, nuovi reati che colpiscono anche la resistenza passiva, ampliamento delle garanzie per l’intelligence, possibilità di portare armi private fuori servizio. La geometria è coerente. Più potere repressivo allo Stato, meno controlli ex ante, più fiducia nella forza e meno nella giurisdizione.
È uno Stato di polizia soft, che non cancella i tribunali ma li raggiunge in ritardo. Che non proclama l’impunità, ma la rende praticabile. Che chiede ordine in casa e rivolta altrove. La contraddizione non è solo politica. È strutturale. E racconta con precisione dove stiamo scivolando, mentre continuiamo a chiamarlo sicurezza.
L’articolo Ddl sicurezza e scudo penale: rispunta l’immunità mascherata da tutela procedurale per le forze dell’ordine sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
La chiamano “fase due”. La pronunciano da Washington con il tono neutro dei comunicati, come se fosse una pratica amministrativa. Smilitarizzazione, governance tecnocratica, ricostruzione. Una commissione tecnica, mediatori regionali, una nuova architettura di sicurezza. Gaza trasformata in un dossier.
Nelle stesse ore, a Gaza crollano case già ferite. Piove su muri che non reggono più, il vento strappa le tende, le macerie cedono. A Khan Younis e nel nord della Striscia gli edifici collassano sotto il peso combinato delle bombe passate e dell’inverno presente. Le organizzazioni umanitarie parlano di morti per freddo, di famiglie senza riparo, di un’emergenza che la tregua non ha mai davvero interrotto. La guerra si è fermata nei comunicati, non nei corpi.
Il lessico della forza intanto continua altrove. In Cisgiordania proseguono le demolizioni punitive, le incursioni, gli arresti. A Shuafat, durante un raid, vengono distrutte migliaia di uova. Un gesto piccolo, inutile sul piano militare, chiarissimo sul piano simbolico. È la grammatica dell’occupazione: togliere il cibo, mostrare il controllo, esercitare la punizione quotidiana.
La guerra però non resta confinata. In Europa colpisce in silenzio. Decine di palestinesi legalmente residenti si sono visti bloccare all’improvviso i conti correnti. Stipendi congelati, risparmi inaccessibili, nessuna spiegazione verificabile. Una notifica sul telefono è sufficiente a sospendere una vita normale. Gaza diventa un filtro che passa dalle macerie alle infrastrutture finanziarie, dalla distruzione fisica all’esclusione amministrativa.
Poi c’è la frase che circola come un avvertimento: Gaza “diventerà un modello”. Non una tragedia da chiudere, ma un laboratorio da esportare. Mentre si promette una fase due ordinata, la fase uno resta ovunque: nelle case che crollano, nel freddo che uccide, nelle uova schiacciate sull’asfalto, nei conti correnti bloccati a migliaia di chilometri di distanza.
Se questa è la “fase due”, il diario continua a chiamarla per nome: sopravvivenza sotto amministrazione.
L’articolo Vergogna alla fase-due sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Non governano. Reagiscono. Ogni contestazione diventa un affronto personale, ogni dissenso una minaccia da neutralizzare. Il nuovo ddl Sicurezza, pronto al varo del governo Meloni, è il punto più avanzato di questa deriva: un impianto punitivo costruito per colpire chi manifesta, per allargare i poteri di polizia, per restringere diritti già fragili di migranti e minorenni.
Il cuore del testo sta nelle piazze. Daspo urbano applicabile anche a chi è solo denunciato, arresti in flagranza differita basati su immagini, perquisizioni preventive con definizioni vaghe come “oggetti atti ad offendere”. Dodici ore di trattenimento per chi “sospettato” di turbare una manifestazione. La protesta viene trattata come un problema di ordine pubblico, da gestire con strumenti eccezionali resi ordinari. Le multe arrivano fino a 20mila euro, i divieti di partecipazione alle manifestazioni possono scattare anche con sentenze non definitive. Il messaggio è chiaro: scendere in piazza costa.
A questo si aggiunge lo scudo penale. Un capovolgimento della procedura: prima la giustificazione, poi – eventualmente – l’indagine. Una tutela costruita per le forze dell’ordine, estesa formalmente a tutti per superare i dubbi di costituzionalità, che però introduce un principio pericoloso: l’eccezione preventiva alla responsabilità. Dopo il caso Ramy Elgaml, la fuga da un posto di blocco diventa reato fino a cinque anni di carcere. La risposta politica a una morte discussa è l’inasprimento penale, non il chiarimento dei fatti.
Il ddl stringe anche su migranti e Ong. Divieti di ingresso in acque territoriali fino a sei mesi per “pressione migratoria eccezionale”, trasferimenti verso Paesi terzi, limiti ai giudici per far funzionare i centri in Albania. Per i minorenni arrivano ammonimenti dai 12 anni e multe ai genitori. È un diritto penale simbolico, che accumula sanzioni per mostrare forza.
Questo governo non amministra conflitti sociali: li reprime. Non cerca consenso: lo impone. Ogni norma racconta la stessa ossessione: punire prima, spiegare poi. È così che l’autoritarismo smette di annunciarsi e comincia a funzionare.
Buon giovedì.
Giovedì 15 gennaio 2026 la Camera dei deputati voterà la risoluzione che accompagna la proroga degli aiuti all’Ucraina. Dovrebbe essere un passaggio di indirizzo ma politicamente rischia di essere molto di più: un test di tenuta della maggioranza, una cartina di tornasole per le opposizioni e, soprattutto, la certificazione di una scelta già compiuta. Il decreto-legge di fine dicembre ha già esteso per tutto il 2026 l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle autorità ucraine. Il Parlamento arriva dopo, chiamato a ratificare una traiettoria che lo precede.
La tensione si concentra dentro la coalizione di governo. Fratelli d’Italia difende una linea atlantista senza ambiguità, rivendicata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro della Difesa Guido Crosetto. La Lega, invece, arriva al voto con un dissenso che non è più solo retorico. Le stime parlano di defezioni potenziali tra Camera e Senato sufficienti a rendere il passaggio meno scontato di quanto il governo vorrebbe far credere.
La risposta è stata una mediazione chirurgica. Nel testo della risoluzione la parola “militari” scompare dal titolo, sostituita da una formula più neutra sugli equipaggiamenti. Nei dispositivi compaiono due correttivi: maggiore enfasi sugli aiuti civili e un impegno a rafforzare l’informativa parlamentare, pur nel perimetro della riservatezza. È una concessione simbolica che consente alla Lega di rivendicare uno spostamento di baricentro senza modificare la sostanza. La linea resta però quella della continuità, ma viene raccontata con un lessico meno urticante per l’elettorato più scettico. Ma tra i leghisti potrebbero non mancare le defezioni. Il senatore Borghi ha già annunciato il voto contrario e i parlamentari più vicini a Vannacci potrebbero seguirlo.
Per questo Fratelli d’Italia ha aperto canali esterni. I voti dei centristi sono considerati affidabili, più delicato è il rapporto con il Partito democratico, a cui non viene chiesto un sì esplicito, ma un’astensione che abbassi la soglia e neutralizzi l’effetto delle assenze leghiste. Sulla politica estera il governo cerca la maggioranza nell’opposizione.
La linea ufficiale del Pd è orientata verso l’astensione sulla risoluzione di maggioranza, coerente con quanto già avvenuto negli anni precedenti: sostegno all’Ucraina come principio, rifiuto di una delega politica a un governo ritenuto debole sul piano diplomatico europeo. È una postura che la segretaria Elly Schlein ha ribadito più volte, insistendo sulla necessità di affiancare al sostegno militare un’iniziativa politica europea credibile verso una “pace giusta”.
C’è però una frattura interna mai del tutto ricomposta. Una parte del gruppo parlamentare, i cosiddetti riformisti (con Guerini, Quartapelle, Sensi e altri), guarda con crescente insofferenza all’astensione, considerata una posizione politicamente ambigua in una fase che viene descritta come decisiva per gli equilibri del conflitto. È la stessa dinamica già emersa nel 2024, quando singoli deputati decisero di votare a favore della risoluzione di maggioranza rompendo la disciplina di gruppo.
Il rischio, anche questa volta, è quello di smarcamenti mirati: pochi voti, ma simbolicamente pesanti, sufficienti a rendere visibile la spaccatura tra una linea di opposizione “responsabile” e un’area che teme di apparire esitante su un terreno identitario come la collocazione internazionale dell’Italia. Proprio per questo la direzione del gruppo ha lavorato a una propria risoluzione autonoma, pensata come strumento di ricomposizione interna: un testo che ribadisca il sostegno a Kiev, rafforzi il richiamo al ruolo dell’Unione europea e consenta al Pd di distinguersi dal governo senza scivolare nel fronte del no.
L’astensione, in questo quadro, diventa una scelta difensiva. Serve a evitare che il Pd venga arruolato come stampella della maggioranza in difficoltà, ma anche a contenere un conflitto interno che, se esplodesse apertamente in Aula, finirebbe per sovrapporsi al racconto delle divisioni del centrodestra.
Il nodo decisivo, però, non è tutto dentro l’Aula. La risoluzione del 2026 segna il passaggio da una fase di donazione di scorte a una fase di produzione. L’aggancio esplicito allo strumento europeo Safe, che mobilita fino a 150 miliardi di euro in prestiti per la difesa, sposta il piano della discussione. Per l’Italia la quota potenziale è intorno ai 15 miliardi, finanziata con debito europeo a lungo termine. Non sono sovvenzioni, ma prestiti garantiti dal rating dell’Unione, che consentono di investire oggi e pagare domani. Al centro c’è Leonardo, chiamata a giocare un ruolo chiave nella filiera tecnologica.
È qui che la narrazione politica mostra la sua asimmetria. In pubblico si abbassa il profilo semantico dell’impegno bellico; nei fatti si struttura una politica industriale che lega l’Italia a una produzione militare di lungo periodo, finanziata dall’Europa.
L’articolo Risoluzioni sugli aiuti all’Ucraina, alla Camera il voto che ratifica la rotta del governo tra fratture interne alla destra e al Pd sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
Nell’Aula del tribunale di Ragusa è successo qualcosa che dice molto del garantismo peloso sventolato in vista del prossimo referendum sulla Giustizia: la corte ha rimesso le garanzie al centro, senza retorica e senza microfoni. Le ha rimesse dove contano davvero, negli atti. Il Tribunale ha ordinato la distruzione anticipata di intercettazioni e chat confluite nel processo Mare Jonio e inutilizzabili per legge. Comunicazioni con avvocati difensori, contatti con parlamentari, colloqui con religiosi. Materiale che non avrebbe dovuto entrare nei fascicoli e che invece per anni sono finite nelle prime pagine dei giornali, producendo effetti concreti.
Il procedimento nasce dal soccorso del settembre 2020 ai 27 naufraghi rimasti bloccati per settimane sulla Maersk Etiennee poi sbarcati a Pozzallo dalla Mare Jonio. Gli imputati sono attivisti e operatori di Mediterranea Saving Humans. L’accusa resta quella di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare. Ma l’udienza di ieri ha inciso su un altro piano, quello che precede ogni valutazione di merito: il rispetto delle regole del processo.
L’ordinanza del Tribunale di Ragusa certifica che parte del materiale raccolto violava tutele previste dall’ordinamento. Non si tratta di un vizio marginale, siamo di fronte a una violazione che altera l’equilibrio stesso del procedimento. La conseguenza è inevitabile: eliminazione dagli atti. Non sarebbe bastato un rinvio, non servirebbe una selezione tardiva: solo cancellazione. È il codice che torna a imporsi dopo essere rimasto sullo sfondo troppo a lungo.
Ma il punto politico sta tutto nel tempo. Quelle conversazioni hanno accompagnato l’indagine, hanno alimentato ricostruzioni, hanno fatto da base a titoli e commenti, hanno contribuito a costruire un racconto pubblico prima ancora di qualunque verifica dibattimentale. Sono state sventolate per corroborare il processo di criminalizzazione delle Ong. Probabilmente hanno contribuito anche all’incasso elettorale di qualcuno. Ora vengono distrutte perché vietate. Ma nel frattempo hanno già svolto la loro funzione: orientare, insinuare, sedimentare sospetti.
Fuori dall’aula, il contrasto è evidente. In queste settimane il garantismo è diventato parola d’ordine per chi spinge il sì al referendum sulla giustizia. Difesa delle regole, tutela dei diritti, rispetto delle garanzie. Ma davanti a un provvedimento che certifica una compressione delle garanzie, quel fronte ha scelto il silenzio. Nessuna presa di posizione, nessuna denuncia, nessuna domanda pubblica su come sia stato possibile arrivare a questo punto.
Il silenzio è sempre una scelta politica. Le garanzie vengono difese quando servono a nobilitare una battaglia referendaria. Spariscono quando riguardano soggetti che mettono in discussione l’impianto delle politiche migratorie e la narrazione securitaria. È un garantismo selettivo, che funziona per appartenenza e non per principio.
L’udienza a Ragusa dice qualcosa anche sul metodo investigativo adottato in questi anni contro le Ong di soccorso. Un metodo che accumula, allarga, registra tutto, salvo poi fare pulizia a valle, quando il danno è già avvenuto. La distruzione delle intercettazioni ristabilisce una regola formale, ma non cancella il fatto che quelle conversazioni abbiano circolato, siano state lette, interpretate, utilizzate per costruire un clima.
Il processo proseguirà e il merito delle accuse verrà discusso nelle sedi appropriate. Questo articolo non anticipa verdetti. Registra due fatti. Il primo: un tribunale ha dovuto eliminare atti che non avrebbero mai dovuto entrare nel processo. Il secondo: davanti a questa evidenza, molti dei garantisti più loquaci hanno scelto di guardare altrove.
In aula, ieri, le garanzie hanno parlato. Fuori, chi le invoca a giorni alterni era impegnato nella sua furiosa campagna referendaria.
L’articolo Intercettazioni illegittime nel processo Mediterranea, le garanzie a targhe alterne e il silenzio dei garantisti sembra essere il primo su LA NOTIZIA.
... | 490 | 495 | 500 | 505 | 510 | 515 | 520 | 525 | 530 |...
AgoraVox Italia